Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29463 del 21/10/2021

Cassazione civile sez. I, 21/10/2021, (ud. 09/07/2021, dep. 21/10/2021), n.29463

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MELONI Marina – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29546/2020 proposto da:

G.B., nato a (OMISSIS) ((OMISSIS)) in DATA (OMISSIS)

elettivamente domiciliato in Roma presso la Cancelleria della Corte

di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avv. Guido Ernesto Maria

Savio;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, ((OMISSIS)), in persona del Ministro pro

tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 439/2020 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 29/04/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/07/2021 da Dott. RUSSO RITA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

Il ricorrente, cittadino (OMISSIS)no, ha presentato istanza per il riconoscimento della protezione internazionale, riferendo di avere lasciato il suo paese perché frequentava una ragazza rimasta gravida ed è stato minacciato dal padre di lei, nonché aggredito da uno dei fratelli.

La richiesta è stata respinta dalla competente Commissione territoriale. Il richiedente asilo ha proposto ricorso al Tribunale di Torino, che ha rigettato la domanda.

La Corte d’appello di Torino, adita dal richiedente, ha confermato la decisione di primo grado, rilevando che la storia è generica, priva di dettagli e segnata da incongruenze e che in ogni caso il richiedente non corre alcun rischio di subire trattamenti inumani o degradanti. La Corte ha poi escluso il rischio di danno grave da violenza indiscriminata D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. c), facendo riferimento a informazioni tratte dal Report di Human Rights Watch 2017 e di EASO 2018 e da altre fonti di cui indica il collegamento ipertestuale. Ha infine escluso la protezione umanitaria rilevando che il progetto formativo, il tirocinio, il lavoro a tempo determinato indicano solo l’utilizzo degli strumenti messi a disposizione dal sistema di accoglienza ma non costituiscono valida prova di radicamento, peraltro in assenza di una fonte di reddito idonea a consentirgli una vita dignitosa.

Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il richiedente asilo, affidandosi a tre motivi. L’Avvocatura dello Stato, non costituita nei termini, ha presentato istanza per la partecipazione alla eventuale discussione orale.

La causa è stata trattata alla udienza camerale non partecipata del 9 luglio 2021.

Diritto

RITENUTO

CHE:

1.- Con il primo motivo del ricorso si lamenta la violazione e falsa applicazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8 e D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, nonché l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Il ricorrente deduce che la valutazione di credibilità è stata acriticamente operata, in violazione del dovere di cooperazione istruttoria senza attivare i poteri ufficiosi al fine di acquisire una completa e attuale conoscenza della situazione dello Stato di appartenenza.

Il motivo è inammissibile.

Si tratta di una censura generica, che non tiene conto del consolidato orientamento di questa Corte secondo il quale, se il richiedente asilo viene meno al dovere di allegazione e la credibilità della storia narrata è esclusa già soltanto sulla base della utilizzazione dei criteri di valutazione intrinseci, e cioè la sufficienza dei dettagli e la presenza di contraddizioni interne, non è necessario assumere COI, poiché detti criteri corrispondono a regole logiche di carattere generale che non mutano nelle spazio e nel tempo; l’estrema genericità del racconto o rilevàti contraddizioni possono rendere superfluo, o in certi casi anche impossibile, assumere informazioni pertinenti, mirate cioè a gettare luce su una storia individuale che non è stata allegata ovvero è stata allegata in termini generici o incoerenti. Così, una volta esclusa la credibilità intrinseca della narrazione offerta dal richiedente asilo alla luce di riscontrate contraddizioni, lacune e incongruenze, non deve procedersi al controllo della credibilità estrinseca – che attiene alla concordanza delle dichiarazioni con il quadro culturale, sociale, religioso e politico del Paese di provenienza, desumibile dalla consultazione di fonti internazionali meritevoli di credito – poiché tale controllo assolverebbe alla funzione meramente teorica di accreditare la mera possibilità astratta di eventi non provati riferiti in modo assolutamente non convincente dal richiedente (Cass. n. 24575/2020; Cass. 6738/2021)

Nella fattispecie la Corte d’appello ha escluso – in conformità al giudizio reso dal giudice di primo grado – la attendibilità intrinseca della storia, rilevandone le incongruenze la mancanza di dettagli nonché la allegazione di un profilo di rischio rilevante. La censura non coglie pertanto la ratio decidendi e si risolve in uno stereotipato richiamo al dovere di cooperazione.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si lamenta la violazione e falsa applicazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3,5,6 e 14, e del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 8 e 27 nonché il vizio motivazione.

La parte deduce che la aggressione subita per mano dei familiari della compagna non può essere considerata alla stregua di un fatto di natura privata, atteso che la minaccia di danno grave può provenire anche dai privati, se lo Stato non può fornire protezione; con la conseguenza che la Corte d’appello è venuta meno al dovere di accertare se le autorità fossero effettivamente in grado di offrire adeguata protezione.

Il motivo è inammissibile.

Il corretto svolgimento della attività di cooperazione istruttoria presuppone che tutti i soggetti coinvolti assolvano i propri compiti, poiché anche il richiedente asilo ha il dovere di cooperare per una corretta istruzione della domanda compiendo ogni ragionevole sforzo per motivarla e circostanziarla (art. 13 Direttiva 2013/32/UE e art. Direttiva 2011/95/UE) mentre il compito del giudicante si esplica in termini di integrazione istruttoria (Cass. n. 16411/2019), trattandosi di cooperazione con la parte e non sostituzione ad essa, sicché le relative modalità di svolgimento devono essere improntate a criteri di trasparenza, di modo che la terzietà dell’organo giudicante non ne risulti compromessa (Cass. 29056/2019). Il giudice non può e non deve supplire ad eventuali carenze delle allegazioni (Cass. n. 2355/2020; Cass. 8819/2020), posto che il ricorrente è l’unico ad essere in possesso delle informazioni relative alla sua storia personale e quindi deve indicare gli elementi relativi all’età, all’estrazione, ai rapporti familiari, ai luoghi in cui ha soggiornato in precedenza, alle domande di asilo eventualmente già presentate (v. CGUE 5 giugno 2014, causa C-146/14; nello stesso senso Cass. 8819/2020).

Ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 5 ai fini della valutazione della domanda di protezione internazionale i responsabili del4 persecuzione o del danno grave sono anche i soggetti non statuali, se lo Stato o le organizzazioni che controllano il territorio “non possono o non vogliono fornire protezione” contro persecuzioni o danni gravi. La persecuzione da agente privato rileva quindi solo nel caso in cui l’organizzazione statale non sia in grado, in concreto, di proteggere il suo cittadino; pertanto è essenziale che il richiedente, sul quale incombe l’onere di allegazione (Cass. n. 11175/2020; Cass. n. 24010/2020) specifichi se si è rivolto o meno alle autorità, quale è stata la risposta, ovvero per quale ragione ciò non è stato possibile.

Ciò in quanto il giudice non deve valutare in astratto l’efficienza dei sistemi giudiziari dei paesi terzi, bensì verificare se in concreto e in quella specifica situazione la protezione dello Stato si è rivelata o potrebbe rivelarsi inefficiente, indagine che il giudice non può compiere se il richiedente non illustra i dettagli della propria vicenda individuale anche su questo punto.

In sintesi, l’onere di allegazione nel caso in cui si deduca il rischio di un danno grave da agente privato, riguarda anche tutti gli elementi necessari a consentire al giudice di valutare in concreto la capacità dello Stato di proteggere il cittadino: pertanto il richiedente asilo che alleghi il rischio di persecuzione o danno grave da agente privato non può limitarsi a narrare di avere subito atti persecutori o aggressioni e minacce, ma deve specificare anche se si è rivolto alle autorità o per quali motivi non è stato possibile rivolgersi ad una autorità statale o ad una organizzazione che controlla il territorio, ovvero ancora per quali ragioni la richiesta di protezione non è stata accolta.

La parte nulla deduce sul punto, se non che la Corte sarebbe venuta meno al dovere di cooperazione istruttoria, non assumendo informazioni sulla capacità dello strato di proteggere il cittadino, indagine che tuttavia, come sopra si è detto, non può compiersi in astratto ma deve essere riferita al caso concreto. Con questo motivo, pertanto, si esprime una censura generica e stereotipata.

3.- Con il terzo motivo del ricorso si lamenta la violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32 e del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, nonché l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.

La parte deduce che in merito al riconoscimento della protezione umanitaria la Corte avrebbe dovuto esaminare tutti gli altri elementi che caratterizzano la vicenda del richiedente asilo e che non è stata tenuta in conto la giovane età, la traumatica esperienza libica e che il percorso di integrazione sociale intrapreso in Italia è tutt’altro che insignificante.

Il motivo è inammissibile in quanto con esso si sollecita la revisione di un giudizio di fatto operato dalla Corte che, sulla base dell’esame dei documenti offerti, ha escluso la sussistenza di una effettiva integrazione sociale, nonché la sufficienza delle risorse economiche del ricorrente a consentirgli una vita dignitosa in Italia.

Ne consegue la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Nulla sulle spese il difetto di regolare costituzione della parte intimata.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio da remoto, il 9 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 21 ottobre 2021

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