Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29448 del 23/12/2020

Cassazione civile sez. lav., 23/12/2020, (ud. 30/09/2020, dep. 23/12/2020), n.29448

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 742/2020 proposto da:

N.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato ELENA PETRACCA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DIVERONA – SEZIONE DI

VICENZA, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12, ope legis;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 4174/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 03/10/2019 R.G.N. 3322/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

30/09/2020 dal Consigliere Dott. VALERIA PICCONE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– N.A. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Venezia del 3 ottobre 2019 di reiezione della impugnazione dell’ordinanza emessa dal locale Tribunale ex art. 702 bis. c.p.c., che aveva respinto la sua domanda per il riconoscimento della protezione internazionale e della protezione umanitaria;

– dall’esame della decisione impugnata emerge che il richiedente aveva riferito di essersi allontanato dal Paese di origine, il Senegal, per ragioni ereditarie connesse alla morte del padre ed in particolar modo per via delle persecuzioni derivanti dai malefici che aveva ordito nei suoi confronti un amico del padre che avanzava pretese su un appezzamento di terreno;

– la Corte ha condiviso le motivazioni del Tribunale che aveva disatteso l’istanza evidenziando che non sussistevano le condizioni per il riconoscimento delle protezioni internazionale e umanitaria richieste alla luce del difetto di credibilità delle dichiarazioni rese;

– il ricorso è affidato a sei motivi;

– il Ministero dell’Interno non ha spiegato attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo proposto, parte ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, censurando l’operato del giudice per non aver fatto uso dei propri poteri istruttori circa la situazione geopolitica del Paese d’origine;

– con il secondo motivo si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo in ordine alle condizioni di vulnerabilità del richiedente;

– con il terzo ed il quarto motivo si denunzia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14;

– con il quinto motivo si deduce la violazione del D.Lgs. n. 289 del 1998, art. 19;

– con il sesto motivo si deduce la nullità della sentenza per difetto di costituzione dell’organo giudicante;

– va preliminarmente esaminato il sesto motivo di ricorso, atteso che, con esso, si deduce la nullità della sentenza per difetto di costituzione dell’organo giudicante;

– secondo parte ricorrente, l’applicazione alla trattazione delle questioni inerenti la protezione internazionale di tutti i giudici civili del distretto della Corte d’Appello di Venezia, violerebbe il principio di specializzazione;

– il motivo è infondato;

– questa Corte, in fattispecie consimile, ha affermato che la composizione mista di Collegi destinati alla trattazione specialistica della materia del lavoro, con un magistrato della Sezione Lavoro e due delle Sezioni civili della Corte, stabilita prima dell’udienza fissata per la discussione è legittima in quanto frutto di una straordinaria procedura di “assegnazione interna” temporanea cui il Presidente della Corte ha fatto ricorso per fronteggiare l’allarmante situazione di sofferenza della Sezione Lavoro a fronte un elevato numero di procedimenti pendenti accompagnato da una grave scopertura di organico (Cass. n. 10410 dell’1/06/2020);

– pertanto, la suddetta composizione è stata reputata conforme al principio di precostituzione del giudice naturale di cui all’art. 25 Cost., art. 6 CEDU e art. 47 CDFUE, trovando la sua solida base nella normativa, primaria e secondaria del CSM, che disciplina l’istituto della “assegnazione interna” dei magistrati;

– non dissimile rispetto a tale ipotesi deve ritenersi quella relativa al caso di specie, nel quale i giudici civili sono stati chiamati a far parte dei collegi addetti alla protezione internazionale proprio per far fronte all’esigenza straordinaria ed urgente dettata dall’enorme mole di impugnazioni e dalla necessità di tutela dei diritti fondamentali ad essi sottesi;

– il primo, il terzo ed il quarto motivo, da esaminare congiuntamente per l’intima connessione con riguardo ai presupposti inerenti il Paese d’origine come fondamento per il riconoscimento della protezione internazionale, non possono trovare accoglimento;

– in realtà, contrariamente a quanto asserito da parte ricorrente, il giudice, nel rispetto della normativa concernente la protezione internazionale e, in particolare, la protezione sussidiaria, ha compiutamente analizzato la situazione del Senegal escludendo una condizione di conflitto generalizzato che esporrebbe a pericolo per la propria incolumità il ricorrente soltanto per la sua presenza sul territorio considerato;

– in particolare, sulla base di fonti accreditate, la Corte ha evidenziato trattarsi di uno dei pochi Paesi dell’Africa Occidentale a non aver subito colpi di Stato, in quanto una delle democrazie più stabili nella quale la tutela dei diritti civili progredisce positivamente;

– con riguardo, poi, al quinto motivo, inerente le condizioni di vulnerabilità, accanto alla valutazione di scarsa credibilità del racconto del ricorrente, la Corte ha escluso la sussistenza di ipotesi di rischio, dovendo negarsi che la sola provenienza dal Senegal renda il richiedente vulnerabile e nulla di specifico essendo stato allegato al riguardo;

– premesso che le allegazioni concernenti la giovane età del richiedente sono del tutto generiche, va rilevato che le valutazioni della Corte d’appello, di merito, sono sottratte al sindacato di legittimità;

– relativamente al secondo motivo, va rilevato che in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134, che ha limitato la impugnazione delle sentenze in grado di appello o in unico grado per vizio di motivazione alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, con la conseguenza che, al di fuori dell’indicata omissione, il controllo del vizio di legittimità rimane circoscritto alla sola verifica della esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, ed individuato “in negativo” dalla consolidata giurisprudenza della Corte – formatasi in materia di ricorso straordinario – in relazione alle note ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4) e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità (fra le altre, Cass. n. 23940 del 2017);

– nel caso di specie nessuna delle ipotesi suddette può reputarsi sussistente in ordine al periodo trascorso in Libia anche alla luce della nota giurisprudenza di legittimità che, di regola, nega rilievo alla situazione geopolitica del Paese di transito;

– in particolare, questa Corte ha rilevato che il permesso di soggiorno per motivi umanitari costituisce una misura atipica e residuale, volta ad abbracciare situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica (“status” di rifugiato o protezione sussidiaria), non può disporsi l’espulsione e deve provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutare caso per caso (sul punto, Cass. n. 13565 del 02/07/2020);

– ha aggiunto, tuttavia, che le violenze subite nel Paese di transito e di temporanea permanenza rilevano esclusivamente qualora siano potenzialmente idonee, quali eventi in grado di ingenerare un forte grado di traumaticità, ad incidere sulla condizione di vulnerabilità della persona;

– il ricorso, pertanto, deve essere respinto;

– nulla va disposto in ordine al governo delle spese del giudizio, in assenza di attività difensiva della parte vittoriosa;

– sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto che sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 30 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 dicembre 2020

 

 

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