Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29437 del 13/11/2019

Cassazione civile sez. VI, 13/11/2019, (ud. 08/07/2019, dep. 13/11/2019), n.29437

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24661-2018 proposto da:

B.M.E., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

GILARDONI MASSIMO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, PROCURA GENERALE PRESSO LA CORTE DI

CASSAZIONE;

– intimati –

avverso il decreto n. 46924/17 del TRIBUNALE di MILANO., depositato

il 10/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 08/07/2019 dal Consigliere Relatore Dott. FALABELLA

MASSIMO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – B.M.E. proponeva domanda di protezione internazionale avanti alla competente Commissione territoriale: domanda che veniva respinta.

Era proposto successivo ricorso avanti al Tribunale di Milano il quale negava al richiedente asilo lo status di rifugiato e affermava inoltre non ricorressero le condizioni per il riconoscimento della protezione sussidiaria e di quella umanitaria.

2. – Il decreto del Tribunale milanese è stato impugnato per cassazione con un ricorso articolato in cinque motivi. Il Ministero resiste con controricorso.

Il Collegio ha autorizzato la redazione della presente ordinanza in forma semplificata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Anzitutto il ricorrente deduce che il procedimento doveva essere trattato nelle forme del rito sommario di cognizione, non già con quelle del rito camerale.

Col secondo mezzo è proposta questione di legittimità costituzionale con riguardo al disposto del D.L. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, come modificato dalla L. n. 4 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g), per violazione dell’art. 3, comma 1, art. 24, commi 1 e 2, art. 111, commi 1, 2 e 7, in relazione alla previsione del termine di trenta giorni per la proposizione del ricorso per cassazione.

Col terzo motivo viene sollevata una questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 13 del 2017, art. 21, comma 1, convertito nella L. n. 46 del 2017, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, e art. 77 Cost., comma 2, ciò avendo riguardo alla mancanza dei presupposti di necessità e urgenza nell’emanazione del decreto-legge, tenuto conto del fatto che il legislatore aveva differito nel tempo l’operatività della disciplina giuridica in esso contenuta.

Il quarto motivo prospetta ulteriore questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, come modificato dalla L. n. 46 del 2017, art. 6, comma 1, n. 3-septies, per violazione dell’art. 3, comma 1, art. 24, commi 1 e 2, art. 111, commi 1, 2 e 7, nella parte in cui stabilisce che il procedimento avanti al tribunale è definito con decreto non reclamabile a seguito di rito camerale

Il quinto motivo denuncia la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 2. La censura ha ad oggetto il denegato riconoscimento della protezione umanitaria. L’istante si duole che il Tribunale abbia mancato di operare il bilanciamento tra il grado di inserimento sociale da lui raggiunto in Italia e la condizione di provenienza, avuto riguardo al diritto di condurre una vita dignitosa.

2. – Il ricorso non merita accoglimento.

Come si desume dal decreto impugnato, il ricorso è stato depositato il 6 ottobre 2017, quindi dopo il centottantesirno giorno dalla data di entrata in vigore del D.L. n. 13 del 2017 (cfr. art. 21, comma 1, del decreto medesimo): sicchè il rito applicabile al giudizio è quello camerale.

Le questioni di legittimità costituzionale vanno tutte disattese.

Infatti, la disposizione transitoria, che differisce di 180 giorni dall’emanazione del decreto l’entrata in vigore del nuovo rito, connaturata all’esigenza di predisporre un congruo intervallo temporale per consentire alla complessa riforma processuale di entrare a regime (Cass. 5 luglio 2018, n. 17717). La questione vertente sull’esiguità del termine di trenta giorni prescritto per proporre ricorso per cassazione avverso il decreto del tribunale è, oltre che irrilevante (giacchè l’impugnazione è stata spiegata tempestivamente, avendo riguardo alla nuova disciplina) pure manifestamente infondata, poichè la previsione di tale termine è espressione della discrezionalità del legislatore e trova fondamento nelle esigenze di speditezza del procedimento (Cass. 5 luglio 2018, n. 17717 cit.). Allo stesso modo, non è viziata da incostituzionalità la scelta legislativa del rito camerale ex art. 737 c.p.c., che è previsto anche per la trattazione di controversie in materia di diritti e di status, il quale è idoneo a garantire il contraddittorio anche nel caso in cui non sia disposta l’udienza, sia perchè tale eventualità è limitata solo alle ipotesi in cui, in ragione dell’attività istruttoria precedentemente svolta, essa appaia superflua, sia perchè in tale caso le parti sono comunque garantite dal diritto di depositare difese scritte (Cass. 5 luglio 2018, n. 17717 cit.). Il tema dell’asserita incostiruzionalità della disciplina relativa all’abolizione dell’appello è egualmente manifestamente infondata, a fronte del rilievo per cui, come è noto, la garanzia del doppio grado non gode, di per sè, di copertura costituzionale (per tutte: Corte Cost. sent. n. 199 del 14 luglio 2017); nè la scelta del legislatore può dirsi viziata da irragionevolezza, in quanto essa risponde a un’istanza di valorizzazione dell’esigenza di rapida definizione di un procedimento che, involgendo questioni di status, merita di essere modulato secondo criteri di speditezza. Va pure considerato, al riguardo, che il procedimento giurisdizionale, pur essendo articolato in un unico grado di merito, è nondimeno preceduto da una fase amministrativa che si svolge davanti alle commissioni territoriali deputate ad acquisire, attraverso il colloquio con l’istante, l’elemento istruttorio centrale ai fini della valutazione della domanda di protezione (Cass. 30 ottobre 2018, n. 27700).

Per quanto attiene al quinto motivo, il Tribunale ha in concreto escluso che il ricorrente sia pervenuto a un apprezzabile livello di integrazione sul territorio, sicchè la censura si mostra inammissibile, in quanto diretta al superamento di un accertamento di fatto, qui non sindacabile.

3. – Nulla deve statuirsi in punto di spese processuali.

L’ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato esclude che lo stesso sia tenuto al versamento dell’importo previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, stante la prenotazione a debito in ragione dell’ammissione al predetto beneficio (Cass. 22 marzo 2017, n. 7368).

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 Sezione Civile, il 8 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 13 novembre 2019

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