Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29431 del 15/11/2018

Cassazione civile sez. VI, 15/11/2018, (ud. 25/09/2018, dep. 15/11/2018), n.29431

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17777-2017 proposto da:

S.S.C. SOCIETA’ SVILUPPO COMMERCIALE SRL, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA DEL POPOLO 18, presso lo studio dell’avvocato NUNZIO RIZZO,

che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati AMALIA RIZZO,

PIERLUIGI RIZZO;

– ricorrente –

contro

V.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI

140, presso lo studio dell’avvocato ANDREA GENTILE, rappresentato e

difeso dagli avvocati ROBERT PANAGROSSO, ANDREA DI LORENZO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1373/2017 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 10/03/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 25/09/2018 dal Consigliere Dott. NICOLA DE MARINIS.

Fatto

RILEVATO

che con sentenza del 10 marzo 2017, la Corte d’Appello di Napoli, in riforma della decisione resa dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, accoglieva la domanda proposta da V.M. nei confronti della S.S.C. Società Sviluppo Commerciale S.r.l., avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli per essere stato rinvenuto in possesso, indossato sotto altri pantaloni, di un pantalone in vendita presso l’esercizio commerciale gestito dalla Società ancora munito del dispositivo antitaccheggio, ordinando la reintegrazione del V. e condannando la Società al risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni maturate e maturande dalla data del licenziamento a quella dell’effettiva reintegra nonchè alla regolarizzazione contributiva;

che la decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto aver l’istruttoria fornito, in considerazione della mancata smentita delle ragioni giustificative dell’accaduto addotte dal V., elementi indiziari sufficienti ad escludere l’ascrivibilità al medesimo dell’addebito contestatogli dato dalla sottrazione ed impossessamento di merce aziendale, del resto esclusa anche in sede penale;

che per la cassazione di tale decisione ricorre la Società, affidando l’impugnazione a due motivi, cui resiste, con controricorso, il V.;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il primo motivo, la Società ricorrente denuncia l’essere la Corte territoriale incorsa nel vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio per non aver dato adeguato rilievo in sede di valutazione del materiale istruttorio, da ritenersi, perciò, solo apparentemente condotto, a circostanze di fatto viceversa significative ai fini del decidere;

che, con il secondo motivo, denunciando la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697,2727 e 2729 c.c., imputa alla Corte territoriale il malgoverno delle regole sull’onere della prova dovendosi ritenere, a suo dire, sufficiente per la Società datrice l’aver fornito la prova della detenzione da parte del lavoratore di merce aziendale;

che entrambi i motivi, i quali, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, devono ritenersi inammissibili, essendo le censure mosse mirate ad una revisione del giudizio espresso dalla Corte territoriale, viceversa condotto tenendo presente tutte le circostanze di fatto che la Società ricorrente assume omesse, e, pertanto sulla base di un iter argomentativo non più censurabile in sede di legittimità alla stregua del disposto del novellato art. 360, n. 5 e correttamente orientato alla valutazione dell’assolvimento dell’onere della prova in ordine all’imputabilità al lavoratore dell’addebito contestato di cui è gravato il soggetto datore;

che, pertanto conformandosi alla proposta del relatore, il ricorso va dichiarato inammissibile;

che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 25 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 15 novembre 2018

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