Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29400 del 15/11/2018

Cassazione civile sez. lav., 15/11/2018, (ud. 09/05/2018, dep. 15/11/2018), n.29400

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – rel. Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3094-2014 proposto da:

B.P., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DELLE MONTAGNE ROCCIOSE 69, presso lo studio dell’avvocato ROSALIA

MANGANO, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati

GIANLUCA BRASCHI, EMANUELA MANINI, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

TRENITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DELLA CROCE ROSSA 1,

presso lo studio dell’avvocato PATRIZIA CARINO, rappresentata e

difesa dall’avvocato PAOLO FANFANI, giusta delega in atti;

– controricorrente –

e contro

RETE FERROVIARIA ITALIANA S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1220/2013 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 06/11/2013 r.g.n. 1068/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/05/2018 dal Consigliere Dott. LAURA CURCIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per accoglimento del secondo

motivo, rigetto del primo;

udito l’Avvocato ANTONIO DONATONE per delega Avvocato EMANUELA

MANINI.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 6.11.20013 la corte d’Appello di Firenze ha respinto l’appello principale di B.P. ed ha parzialmente accolto l’appello incidentale di Trenitalia spa e Rete Ferroviaria spa avverso la sentenza del tribunale di Firenze che aveva parzialmente accolto la domanda del B. diretta ad ottenere la condanna al pagamento delle differenze tra la retribuzione percepita quale – apparente-dipendente della cooperativa Portabagagli Scarl e quella spettante dapprima come dipendente di Rete Ferroviaria dal 1.10.1991 e poi come dipendente di Trenitalia dal 1.6.2000, ciò a seguito del riconoscimento del carattere illecito dell’appalto intercorso tra la Cooperativa e RFI e poi Trenitalia dal 1.10.1991, disposto con precedente sentenza del Tribunale di Firenze, passata in cosa giudicata.

La corte fiorentina, confermando l’iter argomentativo del tribunale sul punto, ha respinto l’eccezione di difetto di legittimazione di Trenitalia in merito alla responsabilità solidale di quest’ultima al pagamento delle differenze retributive richieste per il periodo sino dal 1991 al 3.5.2000, non essendo stata provata alcuna volontà di accettazione da parte del B. di accettare la completa liberazione di Trenitalia dall’obbligo retributivo. E’ stata poi accolta parzialmente l’eccezione di prescrizione sollevata dalle appellanti incidentali, ritenendo che nel caso in esame non potesse valere il principio giurisprudenziale secondo cui, ai fini del decorso della prescrizione durante il rapporto, prevale la situazione formale rispetto a quella reale perchè è la prima a condizionare la volontà del lavoratore il quale non potrebbe rivendicare i suoi diritti per il timore del licenziamento o del recesso ritorsivi, in assenza di quella stabilità reale di cui sostanzialmente non può godere perchè non correttamente regolarizzato.

Per la corte poichè nel caso in esame il B. godeva già presso la cooperativa dunque nell’ambito del rapporto fittizio – della cd stabilità reale, tanto che aveva promosso il giudizio per far accertare l’interposizione fittizia di manodopera, doveva ritenersi operante la decorrenza della prescrizione quinquennale con riferimento alle differenze retributive richieste nei confronti di RFI e Trenitalia, che spettavano, quindi soltanto dal 8.1.2003 e non dal 8.1.2000, avendo il lavoratore richiesto tali importi solo a far tempo dall’8.1.2008.

La corte ha poi respinto l’appello principale del B. relativamente alla rideterminazione delle differenze retributive spettanti, per essere passata in giudicato l’affermazione della società relativa alla computabilità nel “percepito” delle voci “rimborso contributi” e “compenso mutualistici”, non oggetto di gravame, e comunque per essere oramai consolidato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui in caso di diversa ricostruzione del rapporto di lavoro rispetto alle sue formali apparenze (anche riferito ad un caso di diverso datore di lavoro) le differenze retributive devono essere determinate tenendo conto delle somme globalmente di fatto percepite, rispetto a quelle spettanti, indipendentemente anche dalla struttura o dall’aperiodicità, mensile o meno, della retribuzione.

Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, a cui hanno resistito le contro ricorrenti. Ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c. il B..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso il B. deduce la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1418 e 2948 c.c., della L. n. 169 del 1960, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, secondo il ricorrente avrebbe errato la corte distrettuale nell’accogliere l’appello incidentale delle società relativo alla prescrizione del suo credito retributivo relativo al periodo 9.10.2000/8.1.2003, perchè diversamente da quanto ritenuto dalla sentenza, esisteva il “metus” del lavoratore anche nei confronti della società RFI Italia spa, nonostante il formale rapporto con la Cooperativa, nè peraltro la stabilità goduta anche nell’ambito aziendale di quest’ultima era stata oggetto di allegazione e di prova in primo grado da parte delle società convenute.

Il motivo è infondato. Come già rilevato da questa corte, il requisito della stabilità reale, che consente il decorso della prescrizione quinquennale dei diritti del lavoratore in costanza di rapporto di lavoro, va verificato alla stregua del concreto atteggiarsi del rapporto stesso (cfr tra le tante Cass. n. 11644/2004, Cass. n. 23227/2004; Cass. n. 1147/2012). Ne consegue che, con riferimento a rapporti di lavoro costituiti in violazione del divieto di intermediazione ed interposizione di cui alla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1 (applicabile “ratione temporis”), la suddetta verifica deve essere effettuata sulla base delle concrete modalità, anche soggettive, di svolgimento del rapporto, in questo caso quello formale, senza che assuma rilievo la disciplina che l’avrebbe regolato ove fosse sorto “ab initio” con il datore di lavoro effettivo (cfr Cass. n. 4551/1990, da ultimo Cass. n. 12553/2014).

Nel caso di specie la corte territoriale ha rilevato che anche il rapporto fittizio con la cooperativa era dotato di stabilità, difatti il B. durante tale rapporto fittizio aveva agito in giudizio per far riconoscere il carattere illecito dell’appalto. Non poteva pertanto ritenersi sussistere quella condizione di metus che impediva comunque al B. di far valere i propri diritti e che non consentiva quindi di far decorrere il termine prescrizionale anche durante tale periodo, essendo comunque egli al riparo da minaccia di un licenziamento illegittimo e ritorsivo, così che l’esistenza della stabilità ha escluso comunque l’effetto impeditivo del decorso della prescrizione, anche se il rapporto era nullo.

Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 36 Cost., artt. 1241,2099 e 2120 c.c., dell’art. 63 del CCNL, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: ha errato la corte distrettuale ritenendo che, in caso di ricostruzione dell’effettivo rapporto di lavoro rispetto a quello formale ed apparente, le eventuali differenze retributive andassero determinate sulla base di quanto globalmente percepito e pertanto considerando le somme in alcuni mesi percepite in più secondo la retribuzione erogata dalla Cooperativa rispetto a quella astrattamente spettante per lo stesso periodo in base al CCNL delle società odierne contro ricorrenti. Secondo il B. il diritto azionato ha natura retributiva e poichè la sufficienza e la proporzionalità della retribuzione, costituzionalmente garantita, è stabilita dalle tabelle retributive dei contratti collettivi del settore in cui si svolge la prestazione lavorativa, il lavoratore conserva eventuali saldi attivi che si verificano nel raffronto tra l’importo dovuto dall’effettivo datore di lavoro e quello percepito dal datore di lavoro apparente, raffronto che va fatto su base mensile. Vi sarebbe comunque una violazione del principio di cui all’art. 1241 c.c. che impone che i deviti si estinguono per le quantità corrispondenti.

Anche tale secondo motivo non merita accoglimento, perchè infondato. Il ricorrente sostiene che il confronto tra lo spettante ed il percepito debba essere effettuato su base mensile, perchè la ricostruzione della retribuzione spettante in base al CCNL vigente è istituzionalmente mensile e che non può quindi sottrarsi al lavoratore ciò che è stato percepito mensilmente, sebbene da un datore interposto, così violandosi anche l’art. 36 Cost., perchè le tabelle contrattuali mensili fungono appunto da parametro per determinare la proporzionalità della retribuzione.

Tale assunto non convince. Certamente non vi sono i presupposti per l’applicazione dell’art. 1241 c.c. in tema di compensazione, che presuppone che le obbligazioni siano sorte in capo a due soggetti (creditore e debitore) e non altri, in un rapporto di dare ed avere, mentre nel caso in esame si è in presenza di due rapporti distinti con soggetti diversi.

Il ricorrente non tiene conto poi che il rapporto con il datore di lavoro fittizio è pur sempre un rapporto affetto da nullità per violazione di norma imperativa, così che ciò che va garantito al lavoratore è il diritto ad un trattamento, globalmente considerato, per nulla deteriore rispetto a quello che gli sarebbe spettato ab initio nell’ambito del rapporto con l’effettivo datore di lavoro. In tale ottica appare irrilevante oltre che, come osservato dalla corte territoriale, priva di uno specifico supporto normativo per quanto qui di interesse, la tesi del ricorrente secondo cui la struttura della retribuzione deve essere necessariamente ed intrinsecamente mensile.

Il ricorso deve pertanto essere respinto, con condanna del ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, sussistendo altresì i presupposti per il versamento a suo carico del contributo unificato di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 4000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 15 novembre 2018

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