Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2938 del 08/02/2021

Cassazione civile sez. I, 08/02/2021, (ud. 06/10/2020, dep. 08/02/2021), n.2938

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

Dott. MACRI’ Ubalda – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34957/2018 proposto da:

E.D.J., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avvocato Tassinari Rosaria, giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi n.

12, presso l’Avvocatura dello Stato che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2238/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 20/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

06/10/2020 dal Consigliere Dott. Paola Vella.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte d’appello di Bologna ha rigettato l’appello proposto dal cittadino nigeriano E.D.J., nato a (OMISSIS), avverso l’ordinanza con cui il Tribunale di Bologna gli aveva negato la protezione internazionale o umanitaria che egli aveva invocato allegando di essere fuggito nel 2015 dal proprio Paese per “timore di essere perseguitato dai membri del gruppo (OMISSIS)”, i quali avevano minacciato la sua famiglia poichè suo fratello (poi fuggito insieme a lui) “era in possesso di informazioni che interessavano i membri di questo gruppo”, ma anche perchè egli stesso aveva causato involontariamente la morte di uno di essi (per difendere sua sorella “durante una lite verificatasi nel corso di una festa”) senza che la polizia – che, ritenendone responsabile il fratello, lo aveva arrestato, per poi rilasciarlo dopo qualche giorno fosse “intervenuta per difenderlo dalle minacce del gruppo (OMISSIS)”.

2. Il richiedente ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, cui il Ministero intimato ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

3. Con il primo motivo si denuncia “Violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5, per non avere la Corte d’Appello di Bologna applicato nella specie il principio dell’onere della prova attenuato così come affermato dalle S.U. con la sentenza n. 27310 del 2008 e per non aver valutato la credibilità del richiedente alla luce dei parametri stabiliti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, in relazione dell’art. 360 c.p.c., punto 3”. In particolare si sostiene che, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, il racconto dei fatti sarebbe “lineare e privo di contraddizioni”.

3.1. La censura è inammissibile poichè, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione di legge, mira in realtà ad una diversa valutazione di merito circa la credibilità del richiedente (cfr. Cass. Sez. U., 34476/2019).

3.2. Invero il giudice d’appello, confermando il giudizio già espresso da Commissione territoriale e Tribunale, ha puntualmente evidenziato la “lacunosità e genericità del racconto”, in uno alle molteplici incoerenze e contraddittorietà in esso riscontrate, sottolineando che “l’appellante non ha adeguatamente circostanziato il suo racconto ed ha reso dichiarazioni confuse e in parte contraddittorie, modificandone di volta in volta il contenuto”, addirittura sostenendo solo nell’atto di appello fatti di assoluta rilevanza, non certo secondari (come l’essere “stato due volte incarcerato”) ma mai dedotti prima (nell’iniziale modello C3 essendosi limitato a dichiarare di essere alla ricerca di “migliori condizioni di vita”), senza mai chiarire quale sarebbe “il reale pericolo cui egli sarebbe esposto se rientrasse nel paese di provenienza, ove tuttora vivono la madre, i fratelli e la sorella”.

3.3. Ebbene, per consolidato orientamento di questa Corte, l’inattendibilità delle dichiarazioni del richiedente – se correttamente valutata, come nel caso di specie, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 (rispetto ai quali il ricorrente non indica nemmeno in qual modo il giudice a quo si sarebbe discostato) – attiene al giudizio di fatto, come tale insindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato (ex plurimis, Cass. 6897/2020, 5114/2020, 33858/2019, 21142/2019, 20580/2019, 3340/2019, 32064/2018, 30105/2018, 27503/2018, 16925/2018).

4. Il secondo mezzo prospetta la “Violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. C), per non avere la Corte d’Appello di Bologna riconosciuto la sussistenza di una minaccia grave alla vita del cittadino straniero derivante da una situazione di violenza indiscriminata così come definita nella sentenza della Corte di Giustizia C-465/07 meglio conosciuta come Elgafaj e difetto di motivazione per non avere minimamente analizzato la situazione socio politica della Nigeria”.

4.1. La censura è inammissibile, poichè la Corte territoriale, facendo riferimento per relationem alle fonti “già richiamate dalla Commissione” (cfr. Cass. 17839/2019 sulla possibilità per il giudice d’appello di richiamare per relationem le fonti di informazioni utilizzate dal giudice di primo grado), ha concluso che da esse non risulta “che anche la zona di provenienza dell’appellante sia interessata da violenza indiscriminata tale da rendere pericoloso per chiunque la permanenza in Nigeria”, il ricorrente si è limitato a riportare un “estratto dal sito della Farnesina (OMISSIS)” risalente al (OMISSIS), attestante la presenza di attacchi terroristici di (OMISSIS), in uno ad ampi brani di precedenti di merito anch’essi privi di attualità, in quanto risalenti agli anni 2015-2016, sicchè il motivo difetta di specificità.

5. Con il terzo motivo si lamenta la “Violazione del D.Lgs. n. 286 del 1988, art. 5, comma 6 (rectius 1998), per non avere la Corte d’Appello di Bologna esaminato la ricorrenza dei requisiti per la protezione umanitaria, omettendo di verificare la sussistenza dell’obbligo costituzionale ed internazionale a fornire protezione in capo a persone che fuggono da Paesi in cui vi siano sconvolgimenti tali da impedire una vita senza pericoli per la propria vita ed incolumità e pertanto per palese difetto di motivazione”.

5.1. La censura è infondata poichè la Corte territoriale ha esplicitamente fondato il diniego della protezione umanitaria sulla impossibilità, per difetto di allegazione, di evincere il “reale vissuto e le effettive ragioni” che hanno indotto il ricorrente alla fuga dal proprio paese, al fine di intercettare gli specifici profili di vulnerabilità individuale e così operare quella imprescindibile valutazione comparativa tra la sua vita privata e familiare in Italia e le condizioni personali vissute prima della partenza dalla Nigeria, alle quali egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio (Cass. Sez. U., nn. 29459, 29460, 29461 del 2019; conf. ex multis, CaSs. 630/2020).

5.2. Ai fini di una simile verifica – effettuabile dal giudice anche esercitando i propri poteri istruttori officiosi – risulta infatti “necessario che il richiedente indichi i fatti costitutivi del diritto azionato e cioè fornisca elementi idonei perchè da essi possa desumersi che il suo rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza” (Cass. 27336/2018, 8908/2019, 17169/2019).

5.3. Nel caso di specie detto onere non risulta assolto, ed anzi a pag. 3 del ricorso emerge che nel Paese di origine, dove ancora vive la sua famiglia, il richiedente “ha frequentato le scuole fino al ciclo secondario” e “svolgeva attività lavorativa come fattorino”.

6. Segue il rigetto del ricorso con condanna alle spese liquidate in dispositivo.

7. Sussistono i presupposti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (Cass. Sez. U., 23535/2019).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 per compensi, oltre alle spese prenotate e prenotande a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 6 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2021

 

 

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