Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29323 del 21/10/2021

Cassazione civile sez. II, 21/10/2021, (ud. 11/06/2021, dep. 21/10/2021), n.29323

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35364/2018 proposto da:

REGIONE AUTONOMA VALLE D’AOSTA VALLE’E D’AOSTE, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA FEDERICO CESI 72, presso lo studio

dell’avvocato GIOVANNI GUZZETTA, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

GARANTE PROTEZIONE DATI PERSONALI, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 127/2018 del TRIBUNALE di AOSTA, depositata il

03/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/06/2021 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Regione Autonoma Valle d’Aosta ha proposto ricorso articolato in quattro motivi avverso la sentenza n. 127/2018 del Tribunale di Aosta, pubblicata il 3 maggio 2018.

Resiste con controricorso il Garante per la protezione dei dati personali.

Con ricorso depositato in data 21 dicembre 2017, la Regione Autonoma Valle d’Aosta propose opposizione del D.Lgs. n. 196 del 2003, ex art. 152, avverso l’ordinanza ingiunzione emessa il 5 ottobre 2017 per il pagamento di sanzione amministrativa di Euro 100.000,00 relativa alla inosservanza del provvedimento di prescrizioni adottato dall’Autorità Garante per la protezione dei dati personali il 26 marzo 2015, ai sensi del medesimo D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 162, comma 2-ter.

Il Garante, con nota del 18 settembre 2013, aveva portato a conoscenza della Regione Autonoma Valle d’Aosta la segnalazione di un dipendente che lamentava la pubblicazione sul sito web istituzionale dell’Ente della Delib. Giunta Regionale 7 giugno 2013, n. 1016, avente ad oggetto “mobilità per esigenze organizzative di un dipendente nell’ambito dell’organico della Giunta regionale”, contenente menzione dei motivi che ne avevano determinato la messa in mobilità. A fronte delle osservazioni presentate dalla Regione, il Garante, con provvedimento n. 182 del 26 marzo 2015, ritenendo illecita la pubblicazione per violazione dell’art. 11, comma 1, lett. a), d) ed e) e art. 19, comma 3, del Codice in materia di protezione dei dati personali, aveva vietato l’ulteriore diffusione in Internet dei dati oggetto di segnalazione, prescrivendo altresì di conformare la pubblicazione di atti e documenti ai canoni del Codice, ed in particolare al principio che ritiene lecita la diffusione quando prevista da una norma di legge o di regolamento.

Con il ricorso in opposizione la Regione Autonoma di Valle d’Aosta lamentò la contraddittorietà ed illogicità della motivazione del provvedimento opposto, nonché la violazione di legge per mancata applicazione del disposto del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 19, comma 3, avendo la Regione provveduto alle pubblicazioni censurate in ottemperanza dell’art. 13, comma 4, del Regolamento regionale n. 2/2008, che, per finalità di trasparenza dell’attività istituzionale dell’Amministrazione, impone la pubblicazione delle deliberazioni della Giunta Regionale in apposita sezione del sito internet dell’Ente La Regione si doleva, inoltre, dell’eccesso di potere per ingiustizia manifesta e duplicazione della sanzione, alla luce di altra ordinanza ingiunzione emessa sempre il 5 ottobre 2017.

Il Tribunale di Aosta ha invece sostenuto che l’art. 13, comma 4, del Regolamento regionale 28 febbraio 2008 n. 2 non legittimava la pubblicazione integrale del provvedimento censurato oltre il termine di quindici giorni del D.Lgs. n. 320 del 1994, ex art. 10, comma 1, recante norme di attuazione dello Statuto speciale regionale, senza previa adozione di necessarie cautele nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all’identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali di cui all’art. 2 del Codice per la protezione dei dati personali. La persistenza in internet di pubblicazioni in violazione delle prescrizioni adottate dal Garante risultava documentalmente provata. Circa la sanzione irrogata, la stessa, giacché determinata in misura poco inferiore al valore medio tra quello minimo e quello massimo previsto ex lege, apparve al Tribunale congrua per la reiterata inottemperanza della Regione alle prescrizioni impartite in più occasioni dal Garante per la protezione dei dati personali.

La trattazione del ricorso è stata fissata in Camera di consiglio, a norma dell’art. 375 c.p.c., comma 2 e art. 380 bis.1 c.p.c..

La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Deve dapprima rigettarsi la richiesta di riunione tra il presente giudizio di cassazione e quello contraddistinto come R.G. 35357/2018, avanzata dalla ricorrente Regione Autonoma Valle d’Aosta con istanza del 1 giugno 2021. Si tratta di ricorsi proposti contro sentenze diverse pronunciate tra le medesime parti in separati giudizi, seppur attinenti ad identiche questioni di diritto. La riunione richiesta con istanza depositata dopo la notificazione del decreto di fissazione dell’adunanza ed ormai in prossimità della data stabilita per la stessa non garantisce l’economia ed il minor costo dei due giudizi, né favorirebbe la loro ragionevole durata.

1. Il primo motivo del ricorso della Regione Autonoma Valle d’Aosta denuncia la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 2 e art. 19, comma 3, D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33, art. 8, comma 3 e art. 13 e dell’art. 13, comma 4, del Reg. reg. n. 2 del 28 febbraio 2008, per non avere il Tribunale di Aosta interpretato la disciplina di rango primario e secondario in materia di trasparenza dell’attività amministrativa, nel senso che la stessa fosse applicabile, anche in relazione ai limiti temporali ivi contemplati, agli “altri” provvedimenti della Giunta regionale – oltre alla Delib. 7 giugno 2013, n. 1016 – pubblicati sul sito istituzionale, recanti dati personali dei soggetti interessati. Con il secondo motivo di ricorso si censura la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 2, art. 11, comma 1, lett. d) e art. 65, comma 5 e dell’art. 13, comma 4, del Reg. reg. n. 2 del 28 febbraio 2008, per non avere il Tribunale di Aosta interpretato sistematicamente del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 2, combinandolo con l’art. 13, comma 4, Reg. reg. n. 2 del 28 febbraio 2008, che rinvia al D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 65, comma 5, ai fini del giudizio circa la rispondenza della diffusione degli “altri” provvedimenti della Giunta regionale – oltre alla Delib. 7 giugno 2013, n. 1016 – contenenti dati personali dei soggetti interessati, al principio di pertinenza e non eccedenza del trattamento di cui all’art. 11, comma 1, lett. d), del Codice in materia di protezione dei dati personali.

Il terzo motivo di ricorso prospetta la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 143, comma 1, lett. b), art. 154, comma 1, lett. c) e art. 162, comma 2-ter, L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 3, L. 24 novembre del 1981, n. 689, art. 18, comma 2, nonché omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, per non avere il Tribunale di Aosta accolto la doglianza volta ad affermare la genericità della contestazione sollevata dal Garante per la protezione dei dati personali e non avere tenuto conto dei rilievi formulati sul punto dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta nel corso del procedimento conclusosi con l’ordinanza-ingiunzione n. 398 del 5 ottobre 2017.

Con il quarto motivo di ricorso, in via subordinata, la Regione Autonoma Valle d’Aosta lamenta la violazione e/o falsa applicazione della L. 24 novembre del 1981, n. 681, art. 11, nonché l’omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio, per non avere il Tribunale valutato, ai fini della quantificazione della sanzione amministrativa, in base ai parametri enucleati dalla L. 24 novembre del 1981, n. 681, art. 11, che la Regione Autonoma Valle d’Aosta aveva ripetutamente evidenziato, in sede di istruttoria procedimentale, la genericità della contestazione elevata dal Garante per la protezione dei dati personali.

2. I primi tre motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente, per la loro connessione, e si rivelano infondati.

2.1. La sanzione oggetto di lite trova fondamento del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 162, comma 2-ter, non avendo la Regione Autonoma Valle d’Aosta prestato osservanza al provvedimento di prescrizione di misure necessarie del 26 marzo 2015 adottato dall’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Tale provvedimento, ritenuta illecita per violazione dell’art. 11, comma 1, lett. a) e d), nonché 19, comma 3, del Codice in materia di protezione dei dati personali, la diffusione dei dati personali del dipendente sul sito web istituzionale della Regione (contenuti nella deliberazione della Giunta regionale n. 1016 del 7 giugno 2013, avente ad oggetto “Mobilità per esigenze organizzative di un dipendente nell’ambito dell’organico della giunta regionale”, ove si riportano “valutazioni sulla professionalità” e sul contegno dell’interessato, espressamente identificato): 1) aveva vietato alla Regione, ai sensi dell’art. 143, comma 1, lett. c), art. 144 e art. 154, comma 1, lett. d), del Codice, di diffondere ulteriormente in Internet, mediante il proprio sito web istituzionale, i dati personali del dipendente contenuti nella Delib. Giunta Regionale 7 giugno 2013, n. 1016; 2) aveva prescritto, ai sensi dell’art. 143, comma 1, lett. b) e art. 154, comma 1, lett. c), del Codice, di conformare la pubblicazione di atti e documenti in Internet alle disposizioni stabilite nel medesimo Codice, tenendo presente le indicazioni dettate nelle Linee guida in materia di trattamento di dati personali, contenuti anche in atti e documenti amministrativi, effettuato per finalità di pubblicità e trasparenza sul web da soggetti pubblici e da altri enti obbligati, rispettando, in particolare, il principio in base al quale la diffusione di dati personali è lecita quando prevista da una norma di legge o di regolamento (art. 11, comma 1, lett. a e art. 19, comma 3, del Codice); 3) aveva richiesto, ai sensi dell’art. 157 del Codice, di dare comunicazione al Garante, entro centottanta giorni, delle misure adottate per conformarsi alle prescrizioni impartite.

2.2. Deve premettersi che, stando alla disciplina contenuta nel Codice in materia di protezione dei dati personali qui applicabile ratione temporis, antecedente alle modifiche apportate dal D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 101, la comunicazione da parte di un soggetto pubblico a privati o a enti pubblici economici e la diffusione da parte di un soggetto pubblico di dati, anche diversi da quelli sensibili e giudiziari, sono ammesse unicamente quando sono previste da una norma di legge o di regolamento (art. 19, comma 3) e sempre che tali dati siano pertinenti, completi, non eccedenti rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati, nonché conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati (art. 11, comma 1, lett. d ed e).

2.3. Il D.Lgs. 22 aprile 1994, n. 320, art. 10, comma 1, stabilisce poi che gli atti deliberativi degli organi regionali sono pubblicati mediante affissione all’albo notiziario dell’amministrazione regionale per quindici giorni consecutivi, salvo il più breve termine stabilito nell’atto stesso.

Il D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33, art. 8, comma 3 (Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni) non rileva nel caso in esame, riferendosi esso ai dati, alle informazioni ed ai documenti “oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente”, i quali sono invece pubblicati per un periodo di 5 anni. La Delib. regionale inerente alla mobilità di un dipendente per esigenze organizzative non rientra nell’ambito degli obblighi di pubblicazione online di dati per finalità di “trasparenza” indicati nel D.Lgs. n. 33 del 2013 e nella normativa in materia avente a oggetto le informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche. Ove la pubblicazione di tale Delib. regionale sul sito istituzionale fosse altrimenti avvenuta ai sensi del D.Lgs. n. 33 del 2013, art. 4, comma 3, vigente ratione temporis, occorreva procedere alla anonimizzazione dei dati personali presenti. Circa l’art. 13, comma 4, del Regolamento regionale 28 febbraio 2008, n. 2 (anch’esso vigente ratione temporis), tale norma si limitava a prevedere l’accessibilità delle deliberazioni della Giunta regionale mediante pubblicazione in un’apposita sezione del sito internet della Regione, al fine di garantire la più ampia trasparenza dell’attività istituzionale dell’Amministrazione, non dettando dunque un termine derogatorio rispetto alla previsione generale della norma statale contenuta nel D.Lgs. n. 320 del 1994, art. 10, comma 1.

2.4. E’ perciò legittimo il provvedimento di prescrizione di misure adottato dall’Autorità Garante il 26 marzo 2015, la cui inosservanza è stata sanzionata alla stregua del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 162, comma 2-ter, in quanto la persistente pubblicazione online dei dati personali del dipendente contenuti nella deliberazione della Giunta regionale (riguardanti il nominativo dello stesso, le valutazioni in merito all’operato nell’esecuzione della propria prestazione lavorativa e le specifiche ragioni poste a fondamento del trasferimento ad altro ufficio), è avvenuta oltre il limite temporale dettato dal D.Lgs. 22 aprile 1994, n. 320, art. 10, comma 1, senza che operasse né lo speciale regime di conoscibilità stabilito dalla normativa sulla trasparenza, né altro obbligo di legge o di regolamento da adempiere, ed in modo difforme dal principio di pertinenza e non eccedenza.

3. Il quarto motivo di ricorso è inammissibile.

La Regione Autonoma Valle d’Aosta lamenta la violazione e/o falsa applicazione della L. 24 novembre del 1981, n. 681, art. 11, nonché l’omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio, quanto alla determinazione della sanzione amministrativa.

Il Tribunale di Aosta ha ritenuto congrua la sanzione irrogata, giacché determinata in misura poco inferiore al valore medio tra quello minimo e quello massimo previsto ex lege, tenuto conto della reiterata inottemperanza della Regione alle prescrizioni impartite in più occasioni dal Garante per la protezione dei dati personali.

L’esame del motivo non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento consolidato di questa Corte, ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, secondo cui, in relazione alle sanzioni amministrative pecuniarie, ove la norma indichi un minimo e un massimo della sanzione, spetta al potere discrezionale del giudice determinarne l’entità entro tali limiti tenendo conto dei parametri previsti dalla L. n. 689 del 1981, art. 11, allo scopo di commisurarla alla gravità del fatto concreto, globalmente desunta dai suoi elementi oggettivi e soggettivi. Peraltro, il giudice non è tenuto nemmeno a specificare nella sentenza i criteri adottati nel procedere a detta determinazione, né la Corte di cassazione può censurare la statuizione adottata ove tali limiti siano stati rispettati e dal complesso della motivazione risulti che quella valutazione è stata compiuta. (ex multis, Cass. Sez. 5, 17/04/2013, n. 9255; Cass. Sez. 1, 08/02/2016, n. 2406).

4. Il ricorso principale deve, pertanto, essere rigettato, regolandosi le spese processuali secondo soccombenza nell’ammontare indicato in dispositivo.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore del controricorrente delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 21 ottobre 2021

 

 

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