Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2925 del 10/02/2010

Cassazione civile sez. trib., 10/02/2010, (ud. 21/12/2009, dep. 10/02/2010), n.2925

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. CARLEO Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. DI DOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

La Soledil Srl, in persona del suo legale rapp.te pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma Via E. Quirino Visconti 85 presso

lo studio dell’avv. TODISCO Giuseppe dal quale è rappresentato e

difeso giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Comune di Parghelia, in persona del Sindaco pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avv. PONTORIERO Antonio e domiciliato in

Roma, Via P. Leonardo Cattolica 3 presso lo studio del Dott.

Alessandro Ciufolini;

– controricorrente ric. inc. condizionato –

avverso la sentenza 184/01/03, depositata in data 12.2.04, della

Commissione tributaria regionale della Calabria;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

21.12.09 dal Consigliere Dott. Giovanni Carleo;

Udita la difesa svolta dall’avv. Camarda, su delega, per conto di

parte ricorrente che ha concluso per l’accoglimento del ricorso, la

cassazione della sentenza impugnata con ogni consequenziale

statuizione anche in ordine alle spese processuali.

Udito il P.G., in persona del Dr. Pietro Abbritti che ha concluso per

il rigetto del ricorso principale, assorbito l’incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con quattro distinti ricorsi la società La Soledil Srl contestava gli avvisi emessi dal Comune di Parghelia con i quali era stata accertata a suo carico l’omissione della dichiarazione e dei versamenti ICI per gli anni dal 1997 a 2000 deducendo che gli atti di accertamento erano carenti di motivazione e che non sussisteva l’obbligo di denuncia in quanto non era intervenuta alcuna variazione modificativa del valore catastale classato rispetto alla dichiarazione del 1993. La Commissione tributaria provinciale di Vibo Valentia rigettava il ricorso. Proponeva appello la contribuente e la Commissione tributaria regionale della Calabria rigettava il gravame.

Avverso la detta sentenza La Soledil Srl ha quindi proposto ricorso per cassazione articolato in tre motivi. Il Comune di Parghelia resiste con controricorso e propone a sua volta ricorso incidentale condizionato. La contribuente ha depositato memoria difensiva ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

In via preliminare, vanno riuniti il ricorso principale e quello incidentale condizionato, in quanto proposti avverso la stessa sentenza. Procedendo all’esame della prima doglianza, articolata sotto il profilo della violazione di legge, va rilevato che parte ricorrente ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la CTR ha ritenuto ammissibile, nel giudizio di appello, la costituzione del Comune intervenuta in udienza, sulla base del carattere non perentorio del termine previsto dal D.Lgs n. 546 del 1992, art. 23.

Ed invero – così in sintesi la tesi della ricorrente – dovrebbe ritenersi preclusa la “costituzione labiale in occasione dell’udienza pubblica di discussione” dovendo la costituzione in giudizio della parte resistente essere fatta mediante deposito, presso la segreteria della Commissione, del proprio fascicolo contenente le controdeduzioni con tante copie quante sono le parti in giudizio.

La censura non coglie nel segno. Ritiene infatti la Corte che i Giudici di appello non abbiano assolutamente errato quando hanno escluso ogni conseguenza radicale di ordine processuale (inammissibilità) a causa della costituzione in giudizio del Comune di Parghelia avvenuta non solo tardivamente ma anche nell’inosservanza delle forme previste dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 23, disposizione quest’ultima richiamata dall’art. 54 del medesimo decreto. Ed invero, va ritenuta corretta la tesi dell’inapplicabilità della sanzione in parola per due ordini di considerazioni: 1) perchè la stessa non è stata prevista dalla norma, a differenza di quanto accade invece, per la costituzione del ricorrente, alla stregua dell’art. 22 della medesima fonte normativa:

2) perchè la costituzione, sia pure avvenuta tardivamente ed in forme diverse da quelle previste dall’art. 23, comma 2 citato, non può assolutamente precludere alla parte resistente la facoltà di partecipare alla pubblica udienza impedendole, in violazione del principio del contraddittorio. l’esercizio del diritto fondamentale alla difesa, garantito dall’art. 24 Cost..

Ciò comporta conseguentemente che alla parte deve essere assolutamente consentita la partecipazione alla discussione orale della causa, al fine di confutare le ragioni dell’altra parte e di contestare l’applicabilità delle norme di diritto da essa invocate (attività queste che il Giudice svolge ex officio, dovendo comunque verificare la fondatezza in fatto e in diritto delle domande e delle eccezioni delle parti in causa).

Ne deriva che la costituzione dell’appellato nel giudizio tributario, anche se non effettuata nelle forme previste dalla legge, al pari di quella tardiva, non può essere dichiarata inammissibile, determinando la mancata osservanza delle prescrizioni stabilite dal D.Lgs n. 546 del 1992, art. 23, soltanto la decadenza dalla facoltà di svolgere quelle attività processuali legate necessariamente all’osservanza delle forme previste dalla legge, quale la proposizione dell’appello incidentale, che in base all’espressa previsione dell’art. 54, comma 2 del D.Lgs. citato deve essere contenuto a pena di inammissibilità nell’atto di controdeduzioni, depositato nei modi e nei termini di cui all’art. 23.

Passando all’esame della seconda doglianza, va premesso che la stessa, articolata sotto il profilo del difetto di motivazione dell’avviso di accertamento, della violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 11, comma 2 bis, della L. n. 212 del 2000, art. 7, della L. n. 241 del 1990, art. 3, nonchè sotto il profilo della violazione del principio di ragionevolezza e non contraddizione e del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, comma 3 – si fonda sulla premessa che nell’avviso di accertamento impugnato il Comune non avrebbe specificato i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che lo hanno determinato. Soltanto, con la comparsa di costituzione, l’ente avrebbe precisato le sue ragioni modificando il tema decisionale attraverso un’inammissibile integrazione della motivazione. Inoltre, la CTR avrebbe trascurato l’inapplicabilità, alla fattispecie, del D.Lgs. n. 504 del 1993, art. 5, comma 4, applicabile invece solo ai fabbricati non classificati e privi di rendita, nonchè l’omessa allegazione all’avviso di accertamento delle rendite catastali dei fabbricati similari già iscritti in catasto.

La censura è inammissibile sotto diversi profili. Ed invero, a parte l’evidente inammissibilità di una censura che si rivolge contro l’atto amministrativo e non già contro la sentenza impugnata, vale la pena di osservare che la questione, relativa al preteso difetto motivazionale dell’avviso, è stata già compiutamente esaminata dal giudice di appello, il quale dopo aver premesso che il requisito motivazionale dell’accertamento esige soltanto l’indicazione dei fatti giustificativi della maggiore pretesa creditoria dedotta, che consentono di delimitare l’ambito delle ragioni adducibili dall’Ufficio nell’eventuale successiva fase contenziosa, ha aggiunto che “nella fattispecie il Comune appellato risulta aver assolto ampiamente a tale onere avendo indicato negli avvisi di accertamento impugnati tutti gli elementi necessari e sufficienti per consentire alla ricorrente società (attuale appellante) di reagire opportunamente e congruamente nelle sedi giurisdizionali competenti”.

L’inammissibilità della censura risulta pertanto evidente alla luce del rilievo che il giudice di appello, nel caso di specie, ha compiuto una precisa valutazione di merito e che, attenendo l’apprezzamento delle risultanze processuali al libero convincimento del giudice di merito, deve ritenersi preclusa a questa Corte ogni possibilità di procedere ad un nuovo giudizio attraverso l’autonoma valutazione delle risultanze degli atti di causa con l’effetto di revisionare la valutazione espressa dal giudice del merito.

Va considerato, infine, che in nessuna parte della sentenza impugnata risultano proposte ed affrontate le questioni dell’inapplicabilità o meno del D.Lgs. n. 504 del 1993, art. 5, comma 4, in luogo del comma 3, e dell’omessa allegazione all’avviso di accertamento delle rendite catastali dei fabbricati similari già iscritti in catasto. Ciò premesso, considerato che, nel giudizio di cassazione, i motivi del ricorso devono investire le sole questioni già comprese nel tema decisionale del giudizio d’appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, che involgano accertamenti di fatto, ne deriva l’inammissibilità della censura in esame anche sotto tale ulteriore profilo.

Resta da esaminare la terza censura fondata sulla pretesa violazione della L. n. 342 del 2000, art. 74, comma 1 e L. n. 212 del 1990, art. 3, con cui la ricorrente lamenta che la nuova rendita proposta dalla società ed accettata dal Catasto avrebbe acquistato efficacia solo a partire dal 2001 con esclusione di ogni applicazione retroattiva non prevista dalle norme citate. Con conseguente illegittimità dell’avviso di accertamento e della stessa sentenza impugnata.

Anche tale doglianza deve essere ritenuta inammissibile sia pure per ragioni diverse da quelle prospettate dal controricorrente il quale ha posto l’accento sul fatto che la censura investirebbe solo indirettamente la sentenza e che la delibazione del motivo presupporrebbe l’esame di documenti (ricevuta di avvenuta denuncia di variazione) precluso alla Corte. Ciò, senza considerare che il contenuto della denuncia di variazione non è stato riportato in ricorso, onde il difetto di autosufficienza del medesimo.

Al contrario, l’inammissibilità deriva invece dal rilievo, in realtà, determinante che la censura, così come formulata, non è affatto in relazione con la ragione che la Commissione di appello ha posto a base della decisione impugnata, ove si consideri che il giudice di merito ha rigettato l’impugnazione proposta, non già sulla base della L. n. 342 del 2000, art. 74, della cui pretesa applicazione si è doluta la ricorrente, bensì sulla base di una diversa disposizione, vale a dire il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, comma 4, secondo cui per i fabbricati non iscritti in catasto nonchè per i fabbricati per i quali sono intervenute variazioni permanenti che influiscono sull’ammontare della rendita, il valore degli immobili è determinato con riferimento alla rendita dei fabbricati similari già iscritti.

Ed invero così può riassumersi la ratio decidendi della decisione- impugnata la comunicazione del 25.101995 del legale rappresentante della società appellante, la dichiarazione nella stessa data dell’architetto S. nonchè la comunicazione e la relazione tecnica asseverata di quest’ultimo in data 30.9.1998 costituivano circostanze idonee “a radicare il convincimento che l’unità immobiliare in parola, se non prima, sicuramente per gli anni in contestazione aveva perso le caratteristiche di abitazione civile per assumere quelle di Beauty-Farm Albergo in ragione dell’attività esercitata come successivamente, poi, dichiarata dalla società”.

Ne deriva con tutta evidenza che le ragioni della pronuncia si fondavano pertanto su una motivazione completamente diversa da quella censurata dalla società ricorrente, la quale si è limitata a dedurre l’erroneità dell’applicazione retroattiva della L. n. 342 del 2000, art. 74, senza muovere doglianze specifiche, atte a contrapporsi alla tesi della Commissione di appello. Ma se le ragioni di gravame non si contrappongono in maniera specifica alle considerazioni svolte nella sentenza impugnata e non sono quindi idonee ad incrinarne il fondamento logico-giuridico, la censura deve essere ritenuta inammissibile per difetto della necessaria specificità, attesa la non riferibilità della censura alla sentenza d’appello impugnata.

Quanto alle ulteriori ragioni di censura avanzate dalla contribuente nella memoria difensiva ex art. 378 c.p.c., è appena il caso di osservare che le relative argomentazioni, secondo cui “il Comune non avrebbe potuto nè dovuto procedere all’asserita stima per comparazione”, non possono essere prese in considerazione in quanto le memorie in questione hanno una funzione meramente illustrativa delle doglianze contenute ritualmente nel ricorso per cassazione senza poter introdurre nel dibattito processuali nuove ed ulteriori censure.

Alla stregua di tutte le pregresse considerazioni, il ricorso principale in esame, siccome infondato, deve essere rigettato, con conseguente assorbimento del ricorso incidentale condizionato proposto dal Comune, articolato sotto il profilo della violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 24, 53 e 57, e dell’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia relativamente all’inammissibilità dell’appello.

Al rigetto del ricorso principale segue la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale, assorbito quello incidentale. Condanna la ricorrente alla rifusione delle spese processuali che liquida in Euro 2.200,00 di cui Euro 200.00 per esborsi oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 21 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2010

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