Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2918 del 08/02/2021

Cassazione civile sez. I, 08/02/2021, (ud. 24/07/2020, dep. 08/02/2021), n.2918

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 17481/2019 proposto da:

E.C.C., elettivamente domiciliato presso l’avv.

Stefania Santilli, dalla quale è rappres. e difeso, con procura

speciale in cale al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t.;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MILANO, depositato il 07/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/07/2020 dal Cons. Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

E.C.C., cittadino della (OMISSIS), propose ricorso avverso il provvedimento emesso dalla Commissione territoriale, di diniego della domanda di protezione internazionale, innanzi al Tribunale di Milano che, con decreto emesso il 7.5.19, l’ha rigettato, osservando che: il ricorrente aveva reso, innanzi alla Commissione territoriale, un racconto non credibile, perchè generico e sommario circa le ragioni del suo allontanamento dal paese di origine connesse alle minacce di morte nei suoi confronti per la sua partecipazione ad una manifestazione di protesta a sostegno del leader del movimento (OMISSIS) – arrestato dalla polizia – (secondo tale racconto, la polizia aveva ricercato i manifestanti e sia il padre che il fratello del ricorrente erano attivisti del suddetto movimento, mentre il ricorrente non aveva partecipato alla manifestazione); in particolare, non era verosimile la sua appartenenza al movimento (OMISSIS), data la genericità delle dichiarazioni rese; non ricorrevano i presupposti della protezione sussidiaria, essendo esclusi il rischio di pene capitali, di trattamenti degradanti o inumani, data l’inattendibilità del ricorrente e la mancanza di allegazioni specifiche, ovvero una situazione di generalizzata violenza derivante da conflitto armato nella regione di provenienza del ricorrente, come desumibile dai report internazionali acquisiti; non ricorrevano i presupposti del riconoscimento della protezione umanitaria, per la mancata allegazione di condizioni individuali di vulnerabilità.

E.C.C. ricorre in cassazione con tre motivi.

Non si è costituito il Ministero.

Diritto

RITENUTO

Che:

Con il primo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5,6,14, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8, 27, artt. 2 e 3 Cedu, artt. 6 e 13 Convenzione Cedu, art. 47 Carta dei diritti fondamentali dell’UE, art. 15, comma 3, lett. a), art. 46 direttiva Europea n. 2013/32, art. 13 comma 3, direttiva 2005/85/UE, art. 4, comma 3, direttiva n. 2004/83/UE, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c). Al riguardo, il ricorrente si duole che il Tribunale abbia negato il riconoscimento dello status di rifugiato per l’inattendibilità del racconto reso innanzi alla Commissione territoriale, senza esaminare la situazione del paese d’origine, caratterizzata da violenze diffuse riconducibili alle spinte indipendentiste sviluppate nel Biafra.

Con il secondo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. g), art. 14, comma 1, lett. c), nonchè omesso esame di un fatto decisivo in quanto il Tribunale avrebbe erroneamente escluso che nel paese di provenienza del ricorrente sussista una situazione d’instabilità tale da comportare una minaccia grave alla vita e alla persona dell’istante, come desumibile dalle fonti informative citate. In particolare, il ricorrente lamenta che il Tribunale abbia fatto un generico riferimento ai report internazionali richiamati in motivazione, senza però analizzarne il contenuto nella sua complessità.

Con il terzo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 2, art. 10 Cost., comma 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 4, 7,14,16,17, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8,10,32, artt. 112,132 c.p.c., art. 156 c.p.c., comma 2, art. 111 Cost., comma 6, nonchè omesso esame di fatti decisivi e apparente motivazione circa la condizione di vulnerabilità del ricorrente, ai fini della protezione umanitaria. Al riguardo, il ricorrente si duole del fatto che il Tribunale ha omesso di valutare comparativamente la condizione della Nigeria al momento della partenza del ricorrente con quella attuale, ai fini della verifica della compromissione dei diritti fondamentali, legittimante la protezione umanitaria, senza peraltro esaminare le COI relative alla regione di provenienza del ricorrente.

Il primo motivo è inammissibile. Il ricorrente lamenta che il Tribunale non abbia esercitato i poteri di cooperazione istruttoria sulla situazione socio-politica della Nigeria, rigettando la domanda di protezione internazionale esclusivamente sulla base della ritenuta non credibilità del ricorrente.

Invero, secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di riconoscimento della protezione internazionale, l’intrinseca inattendibilità delle dichiarazioni del richiedente, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, attiene al giudizio di fatto, insindacabile in sede di legittimità, ed osta al compimento di approfondimenti istruttori officiosi, cui il giudice di merito sarebbe tenuto in forza del dovere di cooperazione istruttoria, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Cass., n. 33858/19; n. 16925/18; n. 28862/18).

Nel caso concreto, il ricorrente è stato ritenuto non credibile, con argomentazioni non censurabili in sede di legittimità nè, di conseguenza, sussistono i presupposti dell’obbligo di cooperazione istruttoria (Cfr. Cass., n. 33858 cit. per cui, in tema di riconoscimento della protezione internazionale, l’intrinseca inattendibilità delle dichiarazioni del richiedente, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, attiene al giudizio di fatto, insindacabile in sede di legittimità, ed osta al compimento di approfondimenti istruttori officiosi).

Il secondo motivo è inammissibile in quanto diretto al riesame dei fatti inerenti alla valutazione del contenuto dei report internazionali dei quali il ricorrente prospetta una diversa ricostruzione. Peraltro, il motivo contiene un riferimento erroneo al Pakistan.

Il terzo motivo è in parte inammissibile e in parte infondato. Anzitutto, il ricorrente non ha allegato i fatti costitutivi del diritto fatto valere in ordine al permesso umanitario, limitandosi ad esporre i medesimi fatti posti a sostegno dell’istanza di protezione internazionale e sussidiaria, ritenuti però dal Tribunale non significativi in ordine alla protezione umanitaria. Il Tribunale ha comunque effettuato una corretta ricognizione della fattispecie astratta, escludendo il riconoscimento della protezione umanitaria.

Nè sussiste l’omessa pronuncia o l’omesso esame di fatti decisivi, avendo il Tribunale esaminato e deciso ogni questione inerente alla protezione umanitaria, omettendo di compiere la valutazione comparativa tra l’integrazione sociale raggiunta in Italia e la situazione nel paese di provenienza del ricorrente per la mancata allegazione della condizione individuale di vulnerabilità.

Infine, anche la doglianza sull’apparenza della motivazione del provvedimento impugnato è priva di fondamento, avendo il Tribunale adottato una esauriente e chiara motivazione.

Nulla per le spese, attesa la mancata costituzione dell’intimato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2021

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