Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29173 del 13/11/2018

Cassazione civile sez. lav., 13/11/2018, (ud. 27/06/2018, dep. 13/11/2018), n.29173

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18095-2013 proposto da:

B.R., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA

alla via GIOVANNI PIERLUIGI da PALESTRINA n.19, presso lo studio

dell’avvocato DOMENICO TOMASSETTI, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

REGIONE LAZIO, (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, alla VIA

GIAMBATTISTA VICO n. 40, presso lo studio dell’avvocato GIANFRANCO

MONTARETTO MARULLO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 680/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 21/02/2013 R.G.N. 7961/2010.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza n. 12335 del 20 maggio 2010 le Sezioni Unite di questa Corte hanno accolto parzialmente il ricorso di B.R. avverso la pronuncia della Corte d’Appello di Roma che, confermando con diversa motivazione la sentenza di prime cure, aveva dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, quanto alle domande formulate in relazione all’esclusione dal concorso per la nomina a dirigente dell’area Relazioni con l’Unione Europea, ed aveva rigettato nel merito l’altra domanda di risarcimento del danno, che la ricorrente aveva fondato sul mancato conferimento dell’incarico di dirigente dell’area Risorse economiche, a suo dire assegnato, senza l’espletamento della necessaria procedura comparativa, a C.N., privo del titolo di studio richiesto;

2. con la richiamata pronuncia le Sezioni Unite, respinto il primo motivo di ricorso sulla giurisdizione, hanno accolto la seconda censura e hanno cassato la sentenza impugnata nella parte in cui aveva ritenuto che l’assegnazione dell’incarico dirigenziale potesse prescindere da una pubblica procedura di comparazione degli aspiranti, rinviando al giudice del merito per un nuovo esame e dichiarando assorbito il terzo motivo, con il quale la B. aveva riproposto la questione del possesso del titolo di studio;

3. il giudizio di rinvio è stato definito dalla Corte d’Appello di Roma con la sentenza qui impugnata, che ha rigettato l’appello a suo tempo proposto dalla B., rilevando che dagli atti non emergeva alcun elemento che consentisse di affermare che, ove una pubblica procedura fosse stata esperita, la ricorrente avrebbe avuto concrete probabilità di essere preferita all’altro concorrente;

4. al riguardo la Corte ha evidenziato che sulla base della disciplina dettata dalla L.R. n. 25 del 1996, art. 15 doveva escludersi che il diploma di laurea in discipline economiche e giuridiche costituisse presupposto di accesso alla qualifica ed ha aggiunto che il C. aveva in passato ricoperto incarichi affini a quello da assegnare, in relazione al quale poteva, quindi, vantare una maggiore professionalità rispetto alla B.;

5. infine la Corte territoriale ha rilevato che la ricorrente nulla aveva dedotto in merito ai requisiti posseduti dagli aspiranti che avevano presentato domanda in occasione della precedente assegnazione del medesimo incarico;

6. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso B.R. sulla base di sei motivi, illustrati da memoria, ai quali la Regione Lazio ha resistito con tempestivo controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. il primo motivo del ricorso denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 4, “violazione e falsa applicazione degli artt. 383,384 e 394 c.p.c. per non essersi il giudice di rinvio attenuto al principio di diritto ed ai relativi presupposti di fatto contenuti nella sentenza rescindente”;

1.1. sostiene, in sintesi, la ricorrente che, avendo le Sezioni Unite posto a fondamento della pronuncia la Delib. n. 5758 del 1999, con la quale l’amministrazione aveva dettato prescrizioni ulteriori, limitative della sua discrezionalità amministrativa, la Corte territoriale, nella valutazione sulla sussistenza dei titoli necessari, non poteva arrestarsi all’esame della disciplina dettata dalla legge regionale, dovendo, invece, valutare anche la richiamata deliberazione che nell’allegato A richiedeva espressamente il possesso della laurea in discipline economiche giuridiche;

1.2. aggiunge che il carattere vincolante per l’amministrazione dell’atto deliberativo era già stato affermato dalla sentenza rescindente e costituiva un presupposto necessario e logicamente inderogabile della pronunzia espressa in diritto, con la quale, inoltre, era stato anche evidenziato che, in occasione del successivo conferimento del medesimo incarico, non potevano essere recuperate le valutazioni espresse a seguito della prima procedura;

1.3. la Corte territoriale, pertanto, aveva errato nel ritenere che il danno da perdita di chances dovesse essere dimostrato, oltre che rispetto alla posizione del C., anche in relazione agli altri partecipanti, posto che, così ragionando, il giudice del rinvio non aveva tenuto conto dell’autonomia delle procedure, riconosciuta dalla Corte di legittimità;

2. la seconda censura lamenta la “violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1176, 1324, 1336, 1366, 1375 con riferimento alla Delib. Giunta Regionale 14 dicembre 1999, n. 5758” ed insiste nel sostenere che la lex specialis della procedura prevedeva espressamente il possesso della laurea in discipline economiche o giuridiche, titolo, questo, che il C. non aveva conseguito;

2.1. evidenzia al riguardo che l’avviso pubblico costituisce proposta contrattuale, che va interpretata secondo le norme di ermeneutica, e che il giudice del rinvio avrebbe dovuto esaminare, tanto più che la Regione in plurimi atti aveva evidenziato che il C. non era in possesso del titolo di studio, pur potendo vantare una notevole esperienza;

3. la terza critica addebita alla sentenza impugnata la “violazione e falsa applicazione degli artt. 2043,1218,1223 e 1226 c.c.” e, richiamando giurisprudenza di questa Corte, evidenzia che il danno da perdita di chances non va confuso con quello da mancata promozione, sicchè il lavoratore ha l’onere di provare, non già che sarebbe risultato vincitore ove la procedura fosse stata regolarmente espletata, bensì che avrebbe avuto concrete possibilità di successo;

3.1. aggiunge la ricorrente che il danno, da liquidarsi in via equitativa, deve essere commisurato al grado di probabilità di superare la selezione che, quindi, non è condizione per il risarcimento ma solo parametro per la sua quantificazione;

3.1. rileva, infine, che nel giudizio di merito erano state allegate circostanze specifiche (possesso del titolo di studio, esperienze professionali) che la Corte avrebbe dovuto valorizzare per ritenere provato il danno, in relazione al quale erano stati anche indicati i parametri per la liquidazione;

4. con il quarto motivo la B. si duole della “violazione e falsa applicazione degli artt. 1175,128,1375 e 2697 c.c.” e sostiene che una volta provato l’inadempimento da parte del datore di lavoro dell’obbligo di effettuare una comparazione tra le professionalità interessate al conferimento dell’incarico, il lavoratore ha diritto al risarcimento a prescindere dalla prova della probabilità di esito favorevole della selezione, perchè sussiste un immanente rapporto causale tra l’assenza assoluta di motivazione e danno;

4.1. la ricorrente assume, richiamando la motivazione della sentenza n. 3415/2012 di questa Corte, che “il lavoratore ha in linea di principio diritto al risarcimento del danno per perdita di chances, non condizionato alla prova da parte sua che la scelta, ove correttamente eseguita, si sarebbe risolta in suo favore”;

5. la quinta censura ravvisa un “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti” nella mancata considerazione delle statuizioni contenute nella sentenza n. 12335/2010 relative alla rilevanza della Delib. n. 5758 del 1999;

6. infine con il sesto motivo la ricorrente si duole della violazione dell’art. 91 c.p.c. e rileva che non poteva essere pronunciata condanna al pagamento delle spese di tutti i gradi del giudizio, perchè la soccombenza andava riferita al solo giudizio di rinvio in quanto le sentenze di primo e secondo grado erano risultate erronee ed il giudizio di cassazione l’aveva vista vincitrice;

7. non si ravvisa l’eccepita violazione dell’art. 394 c.p.c., dedotta nella prima censura, perchè le Sezioni Unite di questa Corte con la richiamata sentenza n. 12335/2010 hanno accolto il solo secondo motivo del ricorso della B., con il quale la ricorrente aveva dedotto che “l’Amministrazione regionale avrebbe dovuto avviare una nuova e distinta procedura di selezione comparativa e non poteva invece avvalersi delle valutazioni effettuate in precedenti selezioni comparative, pur se espletate per il conferimento di analogo incarico dirigenziale”;

7.1. la sentenza rescindente ha ritenuto fondata la censura, rilevando che, sebbene la L.R. n. 25 del 1996 nulla prescrivesse al riguardo, la Giunta regionale con la deliberazione n. 5758 del 1999 aveva prescritto il “previo avviso informativo ” sul BURL “limitando la sua discrezionalità amministrativa a prevedere tale adempimento, peraltro in linea con il canone di buon andamento dell’Amministrazione pubblica”;

7.2. le Sezioni Unite, invece, hanno dichiarato assorbito il terzo motivo, con il quale la pronuncia della Corte d’Appello di Roma era stata censurata nella parte in cui aveva ritenuto “che alla stregua della normativa regionale di riferimento non fosse prescritto come requisito essenziale per il conferimento del suddetto incarico dirigenziale, il possesso del titolo della laurea”;

7.3. quest’ultima questione, quindi, non è stata esaminata dalla Corte, che ha richiamato la Delib. n. 5758 del 1999 solo nella parte in cui prescriveva la procedura comparativa, senza fare cenno alle condizioni richieste dalla delibera in parola per la partecipazione alla selezione;

7.4. il giudice del rinvio, pertanto, non si è discostato dal principio di diritto affermato dalla sentenza di cassazione, limitato alla sola necessità di una nuova procedura comparativa, posto che “le questioni costituenti oggetto dei motivi di ricorso per Cassazione espressamente dichiarati assorbiti debbono ritenersi, per definizione, non decise e possono essere, quindi, riproposte, essendo impregiudicate, all’esame del giudice di rinvio” (Cass. n. 28751/2017; Cass. n. 24093/2013; Cass. n. 18677/2011);

8. la seconda censura, con la quale si sostiene che la lex specialis della procedura prevedeva il necessario possesso della laurea in discipline economiche o giuridiche, presenta plurimi profili di inammissibilità;

8.1. la sentenza impugnata non fa alcun cenno ai titoli richiesti dalla Delib. n. 5758 del 1999 ed anche la pronuncia rescindente, nel riportare la sintesi dei motivi all’epoca proposti, richiama solo la normativa regionale e non l’atto deliberativo;

8.2. la ricorrente, pertanto, per evitare una statuizione di inammissibilità della censura, per novità della stessa, avrebbe dovuto allegare e dimostrare di avere prospettato la questione nei precedenti gradi di giudizio e di averla riproposta in sede di rinvio non solo in relazione alla disciplina dettata dalla legge regionale, ma anche con riferimento a questo prescritto dalla delibera con la quale la Giunta regionale aveva stabilito i criteri per il conferimento degli incarichi;

8.3. è consolidato, infatti, nella giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui “in tema di ricorso per cassazione, qualora una determinata questione giuridica – che implichi accertamenti di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa.” (Cass. n. 22540/2006; Cass. n. 1435/2013; Cass. 27568/2017);

8.4. al riguardo va, infatti, osservato che la doglianza relativa al mancato possesso del titolo di studio richiesto dalla legge regionale non può comprendere in sè anche quella inerente la valutazione e l’interpretazione della lex specialis della procedura, perchè quest’ultima implica un diverso ed ulteriore accertamento di fatto, tendente alla individuazione della volontà espressa nell’atto unilaterale;

8.5. la ricorrente non deduce nel motivo di avere prospettato al giudice del rinvio la questione del possesso del titolo di studio anche con riferimento ai requisiti richiesti dalla Delib. n. 5758 del 1999, delibera che nello stralcio del ricorso in riassunzione riportato nelle pagine da 10 a 14 risulta invocata unicamente in relazione alla necessità della procedura;

8.6. va detto, poi, che la B. nel secondo motivo trascrive solo una minima parte dell’atto in questione, non sufficiente per apprezzare la fondatezza della doglianza, ed inoltre non assolve all’onere imposto dall’art. 369 c.p.c., n. 4 perchè non produce in questa sede la deliberazione e si limita a richiamare il documento n. 4 delle produzioni effettuate dalla regione Lazio in primo grado, che, però, si riferisce alla Delib. n. 1 del 2000;

9. infondati sono anche il terzo ed il quarto motivo, da trattare unitariamente perchè connessi, giacchè non è condivisibile l’assunto secondo cui la prova di un’illegittimità nei comportamenti concorsuali datoriali comporterebbe di per sè il diritto al risarcimento del danno;

9.1. la sentenza di questa Corte n. 3415/2012, invocata dalla ricorrente, è rimasta del tutto isolata, a fronte di un orientamento consolidato, fatto proprio anche dalle Sezioni Unite, secondo cui “in tema di risarcimento del danno da perdita di chance incombe sul singolo dipendente l’onere di provare, pur se solo in modo presuntivo, il nesso di causalità tra l’inadempimento datoriale e il danno, ossia la concreta sussistenza della probabilità di ottenere la qualifica superiore” (Cass. S.U. n. 21678/2013 e negli stessi termini fra le più recenti Cass. n. 4014/2016; Cass. n. 11165/2018; Cass. n.13483/2018);

9.2. il Collegio intende dare continuità a detto orientamento, giacchè in linea generale quel che rileva a fini risarcitori è il danno-conseguenza, che deve essere allegato e provato dal preteso danneggiato (Cass. S.U. 6572/2006 e Cass. S.U. n. 26972/2008) ed il danno punitivo, seppure astrattamente compatibile con il nostro ordinamento, “esige una “intermediazione legislativa”, in forza del principio di cui all’art. 23 Cost. (correlato agli artt. 24 25), che pone una riserva di legge quanto a nuove prestazioni patrimoniali e preclude un incontrollato soggettivismo giudiziario” (Cass. S.U. n. 16601/2017);

9.3. la sentenza impugnata non si è discostata dai principi di diritto sopra richiamati perchè, pur avendo ritenuto provato l’inadempimento contrattuale, in relazione al mancato esperimento della procedura comparativa, ha poi escluso, con accertamento di fatto non censurabile in questa sede, che la B. avrebbe potuto avere, ove comparata, concrete probabilità di successo, in considerazione dell’esperienza specifica che il C. poteva vantare nel settore al quale l’incarico dirigenziale si riferiva;

9.4. tanto basta per respingere i motivi di ricorso, atteso che “qualora la decisione impugnata si fondi su una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, e singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse a una delle rationes decidendi rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto la loro eventuale fondatezza non potrebbe comunque condurre all’annullamento della decisione stessa” (Cass. n. 20454/2005 e negli stessi termini fra le più recenti Cass. n. 15287/2014, Cass. n. 2667/2015, Cass. S.U. n. 30589/2017);

10. la quinta censura è inammissibile perchè non è riconducibile al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 la mancata considerazione delle statuizioni contenute nella sentenza rescindente, alle quali, comunque, il giudice del rinvio si è attenuto per quanto già evidenziato ai punti da 7 a 7.4;

11. infondata è anche la sesta critica perchè ” il criterio della soccombenza, al fine di attribuire l’onere delle spese processuali, non si fraziona a seconda dell’esito delle varie fasi del giudizio, ma va riferito unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi definitivamente soccombente abbia conseguito un esito ad essa favorevole” (Cass. n. 6369/2013 ed in relazione al giudizio di rinvio Cass. n. 11543/2001);

12. al rigetto del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate come da dispositivo;

12.1. sussistono le condizioni richieste dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per competenze professionali, oltre rimborso spese generali del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 27 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 13 novembre 2018

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