Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29120 del 11/11/2019

Cassazione civile sez. VI, 11/11/2019, (ud. 05/06/2019, dep. 11/11/2019), n.29120

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – rel. Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22622-2018 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato DI MAGGIO GENNARO;

– ricorrente –

contro

M.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA SCROFA

57, presso lo STUDIO LEGALE TREMONTI ROMAGNOLI E ASSOCIATI,

rappresentata e difesa dall’avvocato PIAZZA SPESSA GIOVANNI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 934/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 22/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 05/06/2019 dal Consigliere Relatore Dott. LEONE

MARGHERITA MARIA.

Fatto

RILEVATO

Che:

La Corte di appello di Milano con la sentenza n. 934/2018, confermava la decisione con la quale il locale tribunale, aveva dichiarato l’intervenuta prescrizione del credito di cui alla intimazione di pagamento n. (OMISSIS) ed alle sottese cartelle emessa da Equitalia Servizi riscossione spa nei confronti di M.M..

La corte territoriale aveva ritenuto, per quel che in questa sede rileva, che, in applicazione del principio sancito dalla sentenza delle sezioni Unite n. 23397/2016, la scadenza del termine perentorio per proporre opposizione alla cartella di pagamento determina la decadenza dall’impugnazione producendo la irretrattabilità del credito, ma non anche la conversione del termine di conversione breve di cinque anni, proprio dei crediti contributivi, nel termine decennale.

In ragione di tale principio il credito risultava prescritto.

Avverso detta decisione l’Agenzia delle Entrate Riscossione, succeduta ad Equitalia sud spa, proponeva ricorso affidato a un motivo, anche coltivato con successiva memoria, cui resisteva con controricorso la M..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1) con unico motivo si lamenta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2946 c.c., L. n. 335 del 1995, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Il motivo censura la decisione di intervenuta prescrizione del credito in primo luogo rilevando la presenza di atti interruttivi e in secondo rilevando come erroneamente la corte territoriale abbia fondato sulla decisione delle Sezioni Unite n. 23397/2016. A riguardo parte ricorrente deduce che la decisione affronta solo il problema della applicabilità dell’art. 2953 c.c. e quindi della prescrizione decennale conseguente solo in caso di sentenze passate in giudicato, decreti ingiuntivi non opposti e non riguarda invece altri titoli aventi natura esecutiva quale quello in esame.

Rispetto a tale ultimo profilo di censura se ne rileva la infondatezza proprio alla luce di quanto affermato da questa Corte a Sezioni Unite con la sentenza n. 23397/2014f secondo cui ” La scadenza del termine pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 3, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo la L. n. 333 del 1993, art. 3, commi 9 e 10) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2933 c.c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di “giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che, dall’1 gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto (D.L. n. 78 del 2010, art. 30, conv., con modif., dalla L. n. 122 del 2010).”. Le argomentazioni di cui al ricorso non valgono a scalfire le ragioni di cui alla motivazione della pronuncia n. 23397/2016 (qui da intendersi richiamata anche ai sensi dell’art. 118 c.p.c., comma 1) e che ha trovato conferma in innumerevoli successive pronunce (da ultimo Cass. n. 23418 del 27 settembre 2018 e per tutte). Peraltro vale ricordare che l’affidamento in riscossione, ai sensi di legge e secondo le modalità previste per le imposte dirette (L. n. 576 del 1980, art. 18, comma 5, seconda parte, in relazione al D.P.R. n. 602 del 1973) comporta, per un verso, la preposizione del concessionario quale adiectus solutionis causa (art. 1188 c.c.) e per altro verso assume i contenuti propri del mandato, con rappresentanza ex lege, a compiere quanto necessario perchè il pagamento possa avvenire, in forma spontanea, oppure anche a dare corso alle azioni esecutive secondo la disciplina propria dell’esecuzione forzata speciale (Cass. n. 27218 del 26 ottobre 2018) e non certo una novazione soggettiva dell’originaria obbligazione.

Quanto agli atti interruttivi, la corte territoriale ha esaminato l’eccezione a riguardo proposta dalla ricorrente sancendone la infondatezza con riferimento alle istanze di rateazione. Nessuna pronuncia è intervenuta rispetto alle presenza di procedure esecutive che la ricorrente assume essere state poste in essere. Il motivo di ricorso in questa sede avrebbe dovuto contenere quali in concreto fossero gli atti richiamati, e dove e come fossero stati in precedenza allegati e sottoposti al giudizio del giudice del merito. L’assenza di siffatte condizioni rende la censura priva del requisito di specificità oltre che veicolata e sussunta erroneamente quale vizio di violazione di legge. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nei confronti dell’Inps liquidate in Euro 1.500,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 5 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2019

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