Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29114 del 13/11/2018

Cassazione civile sez. trib., 13/11/2018, (ud. 21/06/2018, dep. 13/11/2018), n.29114

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Presidente –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17636-2011 proposto da:

Agenzia delle entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via

dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

D.F.L., rappresentato e difeso dall’Avv. Bruno Sed, presso

il quale è domiciliato in Roma Corso Italia n. 19, giusta procura

speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Sicilia n. 81/01/10, depositata il 13 maggio 2010.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 21 giugno

2018 dal Consigliere Giuseppe Fuochi Tinarelli.

Letta la memoria depositata dall’Avvocato dello Stato Massimo

Bachetti per l’Agenzia delle entrate.

Fatto

RILEVATO

Che:

– l’Agenzia delle entrate impugna per cassazione, con un motivo, la decisione della Commissione tributaria regionale della Sicilia in epigrafe, che, in riforma della sentenza di primo grado, aveva ritenuto illegittimo l’accertamento, per l’anno 1999 per Iva, Irap e Irpef, operato in forza della presunzione di cessione di cui al D.P.R. n. 441 del 1997, art. 1, per essere stato effettuato il riscontro fisico delle giacenze in un arco temporale eccessivamente breve e la derivante non corretta applicazione della relativa presunzione;

– resiste il contribuente con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

– l’unico motivo di ricorso denuncia violazione di legge per erronea e falsa applicazione del D.P.R. n. 441 del 1997, art. 2 e art. 2697 c.c.;

– sono infondate, in primo luogo, le eccezioni di inammissibilità formulate dal controricorrente: le prime due (tra loro in irriducibile contrasto) per il semplice fatto che la censura è univocamente formulata come violazione di legge, sicchè l’indicazione ai sensi dell’art. “360 c.p.c., comma 1, n. 5” integra un mero errore materiale; la terza perchè il ricorso individua con chiarezza l’errore in cui si afferma incorsa la sentenza, riproducendone anche il dato testuale, e le conseguenze che ne derivano;

– il motivo è fondato;

– il D.P.R. n. 441 del 1997, art. 1, commi 1 e 2, nel testo applicabile ratione temporis, stabilisce che “si presumono ceduti i beni acquistati, importati o prodotti che non si trovano nei luoghi in cui il contribuente svolge le proprie operazioni, nè in quelli dei suoi rappresentanti. Tra tali luoghi rientrano anche le sedi secondarie, filiali, succursali, dipendenze, stabilimenti, negozi, depositi ed i mezzi di trasporto nella disponibilità dell’impresa.

2. La presunzione di cui al comma 1 non opera se è dimostrato che i beni stessi:

a) sono stati impiegati per la produzione, perduti o distrutti;

b) sono stati consegnati a terzi in lavorazione, deposito, comodato o in dipendenza di contratti estimatori, di contratti di opera, appalto, trasporto, mandato, commissione o di altro titolo non traslativo della proprietà”

– il successivo art. 2, poi, disciplina gli adempimenti, la prova e le condizioni per la non operatività della cessione quanto alle “cessioni previste dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 10, n. 12”, alla “perdita dei beni dovuta ad eventi fortuiti, accidentali o comunque indipendenti dalla volontà del soggetto”, alla “distruzione dei beni o la trasformazione in beni di altro tipo e di più modesto valore economico” e ai “beni non esistenti presso l’azienda per effetto di vendite in blocco o di operazioni similari”

– l’art. 4, infine, stabilisce che “1. Gli effetti delle presunzioni di cessione e di acquisto, conseguenti alla rilevazione fisica dei beni, operano al momento dell’inizio degli accessi, ispezioni e verifiche.

2. Le eventuali differenze quantitative derivanti dal raffronto tra le risultanze delle scritture ausiliarie di magazzino di cui al D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 14, comma 1, lett. d), o della documentazione obbligatoria emessa e ricevuta, e le consistenze delle rimanenze registrate costituiscono presunzione di cessione o di acquisto per il periodo d’imposta oggetto del controllo”;

– orbene, nella vicenda in esame, la CTR ha ritenuto la presunzione non correttamente applicata poichè “il procedimento di riscontro e stima delle giacenze fisiche è stato indeterminato e poco attendibile, perchè effettuato in un arco temporale eccessivamente breve, quindi la stessa presunzione è stata erroneamente determinata”;

– in tal modo, dunque, ha apprezzato, in termini decisivi, un elemento – la durata dell’attività di riscontro fisico delle giacenze in alcun modo considerato dalla norma (della quale la CTR non sembra comprendere l’effettiva consistenza), estraneo alla fattispecie astratta e senza che, in ogni caso, tale asserita (e non meglio definita) brevità sia neppure confluita nella diversa nozione di inesistenza del riscontro fisico qui operato, derivandone altresì per la correlata considerazione della CTR, per cui le merci contabilizzate a rimanenza erano state vendute “scaglionandole nel corso degli anni pregressi” – l’inesatta applicazione dei criteri di riparto probatorio;

– in accoglimento del ricorso la sentenza va cassata con rinvio, anche per le spese, alla CTR competente in diversa composizione.

P.Q.M.

La Corte in accoglimento del ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla CTR della Sicilia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 21 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 13 novembre 2018

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