Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29104 del 13/11/2018

Cassazione civile sez. trib., 13/11/2018, (ud. 20/06/2018, dep. 13/11/2018), n.29104

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Presidente –

Dott. NONNO Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI Maria Giulia – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 10195/2013 R.G. proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

S.G., elettivamente domiciliato in Roma, viale Etiopia

n. 83, presso lo studio dell’avv. Maria Luisa Carnazza, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avv. Nicola La Rocca, giusta

procura speciale a margine del ricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Toscana n. 336/23/12, depositata il 19 dicembre 2012.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 20 giugno

2018 dal Consigliere Giacomo Maria Nonno.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza n. 336/23/12 del 19/12/2012, la CTR della Toscana rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza della CTP di Livorno n. 99/02/10, che aveva accolto l’impugnazione di S.G. nei confronti di un avviso di accertamento con il quale, con riferimento all’annualità d’imposta 2005, l’Amministrazione finanziaria procedeva alla determinazione del reddito d’impresa dello stesso, risultato evasore totale, con le conseguenti statuizioni a fini IRPEF, IRAP e IVA;

1.1. come si evince dalla sentenza della CTR e dagli atti delle parti: a) l’avviso di accertamento qualificava S.G. come imprenditore svolgente attività di vendita al dettaglio di oggetti d’arte e di culto e procedeva nei suoi confronti alla determinazione del reddito d’impresa a mezzo accertamenti bancari nei confronti dello stesso e della di lui convivente; b) la CTP accoglieva il ricorso del contribuente, evidenziando l’insussistenza della presunta attività commerciale; c) avverso la sentenza della CTP l’Agenzia delle entrate proponeva appello;

1.2. la CTR motivava il rigetto dell’appello evidenziando che: a) occorreva fare riferimento al giudicato penale (sentenza del Tribunale di Livorno del 30/06/2008); b) da tale giudicato emergeva che: 1) non era esente da critiche “il metodo di calcolo presuntivo adottato nella fattispecie dalla Guardia di Finanza per la determinazione dei guadagni realizzati dallo S. nello svolgimento della propria presunta attività commerciale di vendita di opere d’arte”; 2) le deposizioni testimoniali rese nel corso del giudizio penale dimostravano che il contribuente non svolgeva l’attività commerciale indicata dall’Ufficio; c) le argomentazioni dell’Agenzia delle entrate in ordine alla validità del metodo accertativo perdevano efficacia se riferite ad un soggetto non esercitante attività commerciale e nei cui confronti non era legittimo l’accesso ai conti correnti bancari;

2. avverso la sentenza della CTR l’Agenzia delle entrate proponeva ricorso per cassazione, affidato a due motivi;

3. S.G. resisteva con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo di ricorso l’Agenzia delle entrate deduce la violazione dell’art. 654 c.p.p., nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziando che la CTR, rifacendosi al giudicato penale, non aveva autonomamente e criticamente valutato le risultanze della sentenza penale in confronto agli elementi indiziari addotti dall’Ufficio;

2. il motivo è in parte infondato e in parte inammissibile;

2.1. la CTR ha ritenuto di fare proprie le determinazioni in fatto del Tribunale di Livorno non basandosi esclusivamente sul decisum del giudice penale, ma valutando autonomamente le deposizioni testimoniali acquisite in quel procedimento e dimostrando la piena conoscenza dei principi di diritto che regolano l’efficacia probatoria del giudicato penale nell’ambito del processo tributario, con conseguente insussistenza della dedotta violazione di legge;

2.2. inoltre, nella parte in cui la difesa erariale contesta la mancata considerazione degli elementi indiziari offerti dall’Ufficio, il motivo prospetta una inammissibile censura motivazionale: sia perchè non dedotta ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; sia perchè, in ogni caso, investe profili riconducibili al semplice difetto di motivazione, e non già alla “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, alla “motivazione apparente”, al “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e alla “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, giusta il ben noto disposto di Cass. S.U. n. 8053 del 07/04/2014;

3. con il secondo motivo di ricorso l’Agenzia delle entrate lamenta violazione e falsa applicazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, comma 2, n. 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, evidenziando che gli accertamenti bancari sono ammissibili indipendentemente dall’attività svolta dal contribuente e dalla tipologia di reddito;

4. il motivo è fondato;

4.1. secondo la giurisprudenza della S.C.: “il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, prevede una presunzione legale in base alla quale sia i prelevamenti che i versamenti operati su conti correnti bancari vanno imputati a ricavi ed a fronte della quale il contribuente, in mancanza di espresso divieto normativo e per il principio di libertà dei mezzi di prova, può fornire la prova contraria anche attraverso presunzioni semplici, da sottoporre comunque ad attenta verifica da parte del giudice, il quale è tenuto ad individuare analiticamente i fatti noti dai quali dedurre quelli ignoti, correlando ogni indizio (purchè grave, preciso e concordante) ai movimenti bancari contestati, il cui significato deve essere apprezzato nei tempi, nell’ammontare e nel contesto complessivo, senza ricorrere ad affermazioni apodittiche, generiche, sommarie o cumulative” (così, da ultimo, Cass. n. 11102 del 05/05/2017; conf. Cass. n. 2781 del 12/02/2015; Cass. n. 16896 del 24/07/2014; Cass. n. 13035 del 24/07/2012; Cass. n. 25502 del 30/11/2011);

4.2. il contribuente sottoposto ad indagini bancarie può essere sia un imprenditore che un privato, professionista o lavoratore dipendente; tuttavia, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 228 del 2014 è venuta meno l’equiparazione logica tra attività imprenditoriale e professionale limitatamente ai prelevamenti sui conti correnti (Cass. n. 16697 del 09/08/2016; conf. Cass. n. 1519 del 20/01/2017; Cass. n. 3628 del 10/02/2017; Cass. n. 947 del 17/01/2018);

4.3. la sentenza della CTR, escludendo in radice l’applicabilità degli accertamenti bancari al contribuente, indipendentemente dalla tipologia dell’attività svolta, non ha fatto buon governo dei superiori principi di diritto;

5. in conclusione, il ricorso va accolto con riferimento al secondo motivo, rigettato il primo, e la sentenza impugnata va cassata e rinviata alla CTR della Toscana, in diversa composizione, per nuovo esame e per le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso e rigetta il primo; cassa la sentenza impugnata con riferimento al motivo accolto e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Toscana, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 20 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 13 novembre 2018

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