Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29036 del 13/11/2018

Cassazione civile sez. III, 13/11/2018, (ud. 27/09/2018, dep. 13/11/2018), n.29036

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2689/2017 proposto da:

MAX MOTORS SRL, in persona del suo legale rappresentante p.t.

Dott.ssa T.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

GIOVAN BATTISTA MARTINI 2, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO

MARASCIO, rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCO PULLANO

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

BANCO DI NAPOLI SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, e per esso Dott. S.N., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA XX SETTEMBRE 3, presso lo studio

dell’avvocato RAPPAZZO STUDIO LEGALE, rappresentata e difesa

dall’avvocato NICOLA ROCCO DI TORREPADULA giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1824/2016 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 11/11/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

27/09/2018 dal Consigliere Dott. ANTONELLA DI FLORIO.

Fatto

RITENUTO

che

1. La Max Motors Srl ricorre, affidandosi a due motivi, per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro che, riformando la pronuncia del Tribunale, aveva rigettato la domanda di risarcimento danni avanzata nei confronti del Banco di Napoli per le conseguenze subite a causa dell’erronea segnalazione alla Centrale Rischi.

2. L’intimato ha resistito con controricorso supportato anche da memorie ex art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo, la ricorrente deduce ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 702 quater c.p.c., in relazione “alla non ammissione di nuova produzione documentale nonchè per l’omessa valutazione delle prove versate in atti e per non aver correttamente valutato i fatti e le prove in controversia” (cfr. la rubrica a pag. 11 ricorso): assume che – a fronte dell’appello incidentale del Banco di Napoli che, enfatizzando le emergenze del bilancio del 2012, aveva criticato la sussistenza del nesso di causalità fra il fatto ed il danno statuito dal primo giudice – la Corte aveva respinto l’istanza istruttoria avanzata al fine di fronteggiare il motivo di gravame ed avente per oggetto la produzione del bilancio del 2013, produzione che era stata considerata dalla Corte “non indispensabile ai fini della decisione”.

Al riguardo, lamenta che in tal modo i giudici d’appello avevano violato ed erroneamente interpretato l’art. 702 quater c.p.c., non considerando che tale documento, comunque, non poteva essere prodotto prima e soddisfaceva, pertanto, il secondo requisito previsto dalla norma per l’acquisizione di nuove prove documentali in grado d’appello.

1.1. Il motivo è infondato.

La Corte territoriale, infatti, ha espressamente argomentato sul rigetto dell’istanza istruttoria, affermando che il requisito della indispensabilità ai fini della decisione doveva escludersi in quanto la stessa parte appellante aveva affermato che la produzione del bilancio societario successivo alla proposizione del giudizio di prime cure aveva una unica funzione “ad colorandum” di quanto già dimostrato nel precedente grado: la valutazione di irrilevanza dei giudici d’appello supera, dunque, il requisito temporale alternativamente previsto dall’art. 702 quater c.p.c. e si fonda anche sul principio di economia processuale, in base al quale devono essere acquisiti soltanto gli atti utili per l’accertamento della verità e non anche quelli che la stessa parte che li produce definisce come non idonei a mutare i termini e l’esito della controversia, con ciò rendendo superflua la motivazione del giudicante sulla seconda circostanza che può giustificare la tardività e cioè l’impossibilità alla produzione per cause non imputabili alla parte interessata.

La restante parte della censura, relativa alla non corretta valutazione della prove, inoltre, è inammissibile perchè chiede una rivalutazione di merito delle emergenze istruttorie, non consentita nel giudizio di legittimità (cfr. Cass. 8758/2017).

2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio: lamenta che la Corte d’Appello aveva omesso di valutare le conseguenze dannose successive al 19.4.2013, data in cui il Banco di Napoli aveva riconosciuto l’errore ed aveva dichiarato di averlo corretto, assumendo che non ci fosse sufficiente dimostrazione, sulla base del principio del “più probabile che non”, del nesso di causalità fra la diminuzione degli affidamenti bancari successivi a tale data (ed i danni che ne erano conseguentemente derivati) e detta comunicazione; critica, al riguardo la motivazione della Corte territoriale (cfr. pag. 20, 21, 22, 23, 24 e 25 del ricorso).

2.2. Il motivo è inammissibile per mancanza di autosufficienza, visto che non viene dedotto un fatto storico preciso la cui valutazione sarebbe stata omessa e con esso si censurano soltanto le argomentazioni poste a base della decisione: in ragione di ciò, la critica maschera una complessiva richiesta di rivalutazione di merito della controversia in presenza di una motivazione comunque congrua e circostanziata anche sul limite temporale individuato, traducendosi nella istanza di un terzo grado di merito, non consentito in questa sede.

3. Il ricorso, in conclusione, deve essere rigettato.

4. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 12.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi oltre ad accessori e rimborso spese forfettario nella misura di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma del stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 27 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 13 novembre 2018

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