Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29028 del 20/10/2021

Cassazione civile sez. III, 20/10/2021, (ud. 28/04/2021, dep. 20/10/2021), n.29028

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22186/2019 proposto da:

D.C.P., C.A., domiciliati in SULMONA, VIA

LAMACCIO 1, presso lo studio dell’Avvocato ALESSANDRO MARGIOTTA, che

li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

GENERALI ASSICURAZIONI SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C.

COLOMBO 440, presso lo studio dell’Avvocato FRANCO TASSONI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

CO.DO. AUTOTRASPORTI, G.G.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 883/2019 della CORTE D’APPELLO de L’AQUILA,

depositata il 24/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

28/04/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. C.A. e D.C.P. ricorrono, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 883/19, del 24 maggio 2019, della Corte di Appello de L’Aquila, che respingendo il gravame dagli stessi esperito avverso la sentenza n. 1862/15, del 21 ottobre 2015, del Tribunale di Pescara – ha rigettato la loro domanda di risarcimento danni, in relazione al decesso del proprio congiunto D.C.G., avanzata contro G.G., la ditta Co.Do. Autotrasporti e la società Generali Assicurazioni S.p.a..

2. Riferiscono, in punto di fatto, la C. e il D.C. di aver adito il Tribunale pescarese per far valere – in relazione all’avvenuto decesso, in data (OMISSIS), del proprio coniuge e padre rimasto vittima di schiacciamento tra l’autotreno da lui stesso condotto (e parcheggiato per una sosta notturna presso un’area di servizio ubicata lungo l’autostrada (OMISSIS)) e quello condotto dal G., di fianco al quale il primo mezzo era posteggiato – la responsabilità, oltre che del G., anche della ditta Co., proprietaria del veicolo dallo stesso condotto, nonché dell’assicuratrice di quest’ultima per la “RCA”, ovvero la società Generali.

Costituitasi in giudizio solo la società assicuratrice, all’esito dell’istruttoria, consistita anche nello svolgimento di una CTU, la domanda risarcitoria veniva rigettata, ritenendo il primo giudice che il sinistro si fosse verificato per colpa esclusiva della vittima, il quale – nell’ispezionare il proprio mezzo, prima di rimettersi in viaggio all’alba – era rimasto schiacciato tra i due veicoli, dal momento che il suo autotreno, rimesso già in moto, si spostava a causa dello sblocco del sistema frenante e della leggera pendenza discendente del piazzale di sosta.

Esperito gravame dagli attori soccombenti, lo stesso veniva rigettato dal giudice di appello, il quale – in dichiarata applicazione del principio della ragione più liquida – escludeva che alcun “danno differenziale” potesse essere riconosciuto ai congiunti dell’ucciso, dal momento che costoro avevano conseguito dall’assicuratore sociale INAIL la somma di Euro 577.679,66 (quale sommatoria dei ratei già riscossi, ovvero Euro 213.248,49, e della capitalizzazione della rendita futura, pari a Euro 364.431,17), e dunque un importo superiore a quello di Euro 550.000,00, richiesto a titolo di risarcimento del danno.

3. Avverso la sentenza della Corte aquilana hanno proposto ricorso per cassazione la C. e il D.C., sulla base – come detto – di due motivi.

3.1. Il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione degli artt. 2043,2059,1223 e 1226 c.c., nonché del D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13 e del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124.

Si censura la sentenza impugnata per aver ritenuto che il danno non patrimoniale, morale o catastrofale, spettante ad essi eredi dell’infortunato, fosse già risarcito e ricompreso nella rendita INAIL, senza tenere conto che il primo costituisce un danno complementare che si cumula con la prestazione indennitaria.

3.2. Il secondo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) – violazione o falsa applicazione dell’art. 2054 c.c., comma 2, oltre ad omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio,

Si censura la sentenza impugnata in quanto dichiara di essere pervenuta all’esito già indicato “anche astraendo dalla questione inerente la ricostruzione del sinistro, ossia anche a voler ammettere che alla fattispecie possa astrattamente applicarsi l’art. 2054 c.c.”.

Orbene, non sarebbe chiaro – secondo i ricorrenti – se la sentenza impugnata abbia ritenuto, o meno, di poter applicare la regola sussidiaria della presunzione di pari responsabilità di cui all’art. 2054 c.c., comma 2 (presentandosi, sul punto, la motivazione del tutto apparente); regola, come tale, destinata a non ricevere applicazione solo nel caso in cui risulti certo che l’incidente si è verificato per esclusiva colpa di uno dei conducenti. Tale ultima evenienza, tuttavia, non sarebbe quella ipotizzabile nella presente ipotesi, avendo l’espletata CTU evidenziato l’impossibilità di pervenire ad un’appagante ricostruzione dell’effettiva dinamica del sinistro, donde la necessità, allora, di fare applicazione della regola sussidiaria suddetta.

4. La società Generali Assicurazioni ha resistito, con controricorso, all’avversaria impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza.

5. Sono rimasti intimati G.G. e la ditta Co.Do. Autotrasporti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

6. Il ricorso va accolto, in relazione al suo primo motivo.

6.1. Il primo motivo, infatti, è fondato.

6.1.1. La Corte territoriale è effettivamente incorsa nel denunciato “error in iudicando”, nell’affermare – in dichiarata applicazione del principio della “ragione più liquida” (con ciò esimendosi dal prendere posizione sulla dinamica del sinistro, o meglio sul motivo di gravame che, sul presupposto dell’incertezza in ordine alla sua esatta ricostruzione, sollecitava l’applicazione della presunzione di eguale responsabilità dei conducenti, ex art. 2054 c.c., comma 2) – che la liquidazione dell’indennizzo INAL, ai congiunti dell’ucciso, in misura superiore al danno non patrimoniale dagli stessi richiesto, dovesse ritenersi satisfattiva di ogni loro pretesa.

Per contro, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, il “danno non patrimoniale spettante iure hereditatis” ai congiunti dell’infortunato “non rientra tra le voci indennizzabili dall’Inail e si colloca, pertanto, tra i danni c.d. complementari, rispetto ai quali non si pone un problema attinente ai criteri di scomputo”, e ciò in considerazione del fatto che “la prestazione economica che la legge pone a carico dell’ente previdenziale in caso di morte del lavoratore assicurato, cioè la rendita in favore dei superstiti, costituisce risarcimento del danno patrimoniale subito in dipendenza della morte del congiunto” (così, tra le molte, in motivazione Cass. Sez. Lav., sent. 27 marzo 2019, n. 8580, non massimata sul punto, ma nello stesso senso, sempre in motivazione, anche Cass. Sez. Lav., sent. 10 marzo 2017, n. 6306, Rv. 643440-01 e Cass. Sez. 3, sent. 19 dicembre 2003, non massimata), sicché essa “attiene quindi ad una voce eterogenea rispetto al danno non patrimoniale riconosciuto nel caso in esame iure hereditatis, come tale neanche astrattamente scomputabile secondo l’indirizzo consolidato sopra richiamato che esige, comunque, la omogeneità dei pregiudizi e delle corrispondenti poste” (cfr., nuovamente, Cass. Sez. Lav., sent. n. 8580 del 2019, cit.).

Invero, come ulteriormente precisato da questa Corte, in “caso di uccisione di un lavoratore, l’Inail corrisponde ai congiunti che posseggano i requisiti di legge una rendita (D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 66, n. 4 ed art. 85), la quale “e’ parametrata al reddito del de cuius”, non potendo “superare il 100% della retribuzione del defunto, quale che sia il numero degli aventi diritto”, rendita che “cessa se il coniuge superstite contrae nuove nozze; cessa quando il figlio che ne fosse beneficiario raggiunga il ventunesimo anno di età, ovvero il ventiseiesimo se studente universitario (art. 85 D.P.R. cit.)” (così testualmente, in motivazione, Cass. Sez. 6-3, ord. 18 ottobre 2019, n. 26647, Rv. 655423-02). Orbene, proprio “tali caratteristiche palesano che la rendita di cui si discorre ha lo scopo solidaristico di sollevare i congiunti del defunto dallo stato di bisogno in cui la legge presume “iuris et de iure” che essi verrebbero a trovarsi in conseguenza della perdita del contributo economico che il lavoratore deceduto apportava alla propria famiglia”, sicché la rendita “ha lo scopo di indennizzare un pregiudizio patrimoniale, e non certo un danno non patrimoniale” (Cass. Sez. 6-3, ord. n. 26647 del 2019, cit.). Pertanto, “le somme erogate dall’Inail per il suddetto titolo non possono essere defalcate dal credito risarcitorio spettante ai congiunti del lavoratore deceduto a titolo di ristoro del danno non patrimoniale patito – sotto qualsiasi forma – in conseguenza dell’infortunio”, e ciò perché la c.d. “compensatio lucri cum damno” non opera “quando il vantaggio conseguito dalla vittima dopo il fatto illecito sia destinato a ristorare pregiudizi ulteriori e diversi da quello di cui ha chiesto il risarcimento, così come stabilito dalle Sezioni Unite di questa Corte” (così, nuovamente, Cass. Sez. 6-3, ord. n. 26647 del 2019, cit., che richiama, correttamente, Cass. Sez. Un., sent. 22 maggio 2018, n. 12566, Rv. 648649-01).

6.2. Il secondo motivo e’, invece, inammissibile.

6.2.1. Essendosi la Corte territoriale pronunciata in dichiarata applicazione del principio della “ragione più liquida”, per escludere l’esistenza del danno risarcibile, essa non è entrata come sopra si notava – nel merito della ricostruzione della dinamica del sinistro, sicché manca, sul punto, qualsiasi statuizione che possa formare oggetto di impugnazione.

Opera, pertanto, al riguardo, il principio secondo cui la proposizione, con il ricorso per cassazione, di censure prive di specifiche attinenze al decisum della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., n. 4), con conseguente inammissibilità del ricorso, rilevabile anche d’ufficio” (Cass. Sez. 6-1, ord. 7 settembre 2017, n. 20910, Rv. 645744-01; in senso conforme, Cass. Sez. 6-3, ord. 3 luglio 2020, n. 13735, Rv. 658411-01).

7. In conclusione, in accoglimento del primo motivo, la sentenza impugnata va cassata in relazione, con rinvio alla Corte di Appello de L’Aquila, in diversa composizione, per la decisione sul merito della controversia e per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiarando inammissibile il secondo, e cassa in relazione la sentenza impugnata, rinviando alla Corte di Appello de L’Aquila, in diversa composizione, per la decisione nel merito e sulle spese anche del presente giudizio.

Così deciso in Roma, all’esito di pubblica udienza della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, svoltasi – in forma camerale, ai sensi del D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8-bis, convertito in L. 18 dicembre 2020, n. 176, il 28 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2021

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