Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28989 del 12/11/2018

Cassazione civile sez. I, 12/11/2018, (ud. 19/06/2018, dep. 12/11/2018), n.28989

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2310/2015 proposto da:

Ambiente S.n.c. dei dott.ri V.A. e V.B., in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in Roma, Via Tembien n.15, presso lo studio

dell’avvocato Boni Alessandro, rappresentata e difesa dall’avvocato

Ziino Salvatore, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

M.A., elettivamente domiciliato in Roma, Via Val di

Lanzo n. 79, presso lo studio dell’avvocato Iacono Quarantino

Giuseppe, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

Chiaramonte Salvatore, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1354/2014 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 30/08/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/06/2018 dal cons. ACIERNO MARIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

M.A. ha richiesto la liquidazione ed il pagamento della propria quota di partecipazione alla società in nome collettivo Ambiente di A.V. e B.V. chiedendo il pagamento della propria quota oltre che degli utili relativi agli affari in corso al tempo del recesso e della differenza tra quelli accertati e quelli effettivamente corrisposti nei precedenti esercizi sociali.

All’esito dell’espletamento di indagine peritale in primo grado è stato riconosciuto oltre che un importo relativo alla liquidazione della quota sociale anche la somma di Euro 18.245,07 a titolo di utili per le operazioni in corso e della somma di Euro 16.579,14 per utili non distribuiti relativamente ogni anni 2002 – 2004.

Impugnata la sentenza di primo grado dalla società convenuta, la Corte d’Appello di Palermo ha riconosciuto entrambe le voci degli utili richiesti salva una rettifica nel quantum frutto di mero errore contabile.

A sostegno della decisione la Corte territoriale ha affermato che la consulenza tecnica d’ufficio era del tutto condivisibile e non poteva ritenersi esplorativa; che le osservazioni di parte convenuta erano state adeguatamente confutate; che i valori di stima erano corretti.

Sul rilievo relativo all’omessa considerazione del fatto che solo i soci A. e B. prestavano attività lavorativa e di questo si doveva tener conto nella determinazione degli utili spettanti al M. la Corte ha affermato che l’atto costitutivo prevede soltanto l’apporto di capitali in denaro e la ripartizione degli utili in proporzione del capitale posseduto, non essendovi alcun riferimento all’apporto lavorativo dei soci. Ha aggiunto che non era stata fornita prova dell’esistenza di patti successivi nei quali fosse prevista una diversa ripartizione degli utili e che non poteva attribuirsi rilievo probatorio alle quietanze a saldo per il pagamento degli utili ricevuti rilasciate dal M., non essendo le stesse indicative, di per sè sole, di una volontà transattiva. Infine non era stata neanche specificamente determinata nei suoi contenuti l’attività lavorativa svolta dagli atri due soci, così da potere stabilire, anche alla luce del principio di proporzionalità, la quota di utili effettivamente agli stessi spettante in relazione all’opera prestata. Peraltro il contratto sociale professionisti prevede per l’esercizio di attività professionale l’utilizzo di professionisti iscritti in appositi albi ed elenchi. La ripartizione degli utili soltanto in proporzione del capitale sociale è stata conservata, infine, anche nella modifica statutaria successiva al recesso del M..

Quanto alla censura relativa all’errata attribuzione degli utili del 2005 ancorchè non fosse stato approvato il rendiconto all’epoca del recesso, la Corte ha rilevato che l’art. 2262 c.c., invocato dall’appellante fa riferimento all’ipotesi del socio che, alla data di approvazione del rendiconto faccia ancora parte della compagine sociale. Diversamente opinando sarebbe ingiustificata l’attribuzione di utili già maturati al socio recedente laddove l’art. 2289 c.c., comma 3 – che disciplina lo scioglimento del rapporto prevede espressamente la partecipazione del socio uscente agli utili inerenti l’esercizio in corso.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione la s.n.c. Ambiente affidato a quattro motivi. Ha resistito con controricorso M.A..

Nel primo motivo viene dedotto il difetto assoluto di motivazione che si traduce in omessa pronuncia sui motivi d’appello in relazione alla considerazione del lavoro prestato dai soci A. e B.. Secondo la società ricorrente la Corte si è limitata a riportare alcune parti della consulenza tecnica d’ufficio senza esaminare i rilievi della parte appellante, adottando formule di stile ed una motivazione apparente, in violazione dell’art. 132 c.p.c. e le indicazioni provenienti dalla Corte Edu.

La censura da qualificarsi vizio afferente la mancanza di una motivazione effettiva sul motivo d’appello relativo all’attività lavorativa svolta dai soci A. e B. è inammissibile in relazione alla genericità della sua formulazione che rinvia all’ampia motivazione della sentenza impugnata sulla censura in questione contestandone in linea del tutto generale ed astratta la effettività della motivazione. Si deve, inoltre, rilevare, che il ragionamento del giudice d’appello si colloca certamente al di sopra del minimo costituzionale dell’obbligo di motivazione (S.U. 8053 del 2014), sia per quanto riguarda l’iter logico seguito per la determinazione della somma da liquidare al socio M. in relazione alla sua quota di capitale e alla suddivisione degli utili sia con riferimento al mancato riconoscimento dell’apporto dell’attività lavorativo dei soci. A tale ultimo riguardo la Corte d’Appello ha formulato due rationes decidendi specifiche, l’una relativa alla mancata inclusione di tale profilo tra i criteri di ripartizione degli utili, l’altra relativa all’accertamento di fatto (non censurabile, in quanto puntualmente motivato) riguardante la genericità dell’allegazione ed il deficit probatorio di tale attività.

Nel secondo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2289 c.c., commi 2 e 3 per la mancata detrazione dal valore della quota del socio recedente dell’attività lavorativa prestata dai soci A. e B.. In particolare viene rilevato che la Corte d’Appello abbia applicato in modo errato la nozione di avviamento confondendola con il profitto. La prestazione lavorativa da parte dei soci doveva ritenersi pacifica non essendo stata contestata specificamente dal socio recedente e i dubbi su come determinarne il valore potevano essere risolti mediante indagine peritale.

La censura è inammissibile perchè non coglie una delle rationes decidendi poste a base della decisione impugnata ovvero quello della mancata indicazione dell’apporto lavorativo personale nell’atto costitutivo come criterio determinativo della quota. Peraltro la prospettazione dell’attività lavorativa è del tutto generica e tale difetto, puntualmente rilevato nella sentenza impugnata, non può essere eliminato dalla dedotta “non contestazione” del fatto da parte del M., essendo necessario l’allegazione specifica della dedotta attività lavorativa gratuita, essendo altrimenti del tutto ipotetica e disancorata da qualsiasi concretezza l’incidenza di essa sull’avviamento.

Nel terzo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 2289 c.c. per avere la Corte d’Appello attribuito al socio receduto la quota astratta di utili che il socio avrebbe percepito alla chiusura dell’esercizio invece che la quota corrispondente al valore delle operazioni in corso. Il legislatore ha stabilito che si debba tenere conto anche degli utili e delle perdite in corso di formazione legati a specifiche operazione e non agli utili relativi all’anno in corso. Pertanto la valutazione deve essere eseguita alla data del recesso. Infine è errato il calcolo degli utili dei tre anni sulla base del loro valore medio dovendo essi essere valutati sulla base di elementi concreti.

La censura è inammissibile sotto due profili. In primo luogo perchè nella prima parte prospetta rilievi nuovi in quanto non esaminati dal giudice del merito senza, peraltro che ne sia stata neanche dedotta l’avvenuta formulazione anche nel grado d’appello. Deve osservarsi, peraltro che la Corte d’Appello ha determinato il valore degli utili dell’anno in corso alla data del recesso (pag. 6 ultimo capoverso) così come ritenuto corretto dalla parte ricorrente. Ne consegue la non attinenza alla ratio decidendi del rilievo prospettato. Infine al critica sui criteri valutativi degli utili nel triennio è strettamente attinenti al merito, non sindacabile in sede di giudizio di legittimità, della decisione.

Nel quarto motivo viene dedotta la violazione degli art. 1362 c.c. e ss. in ordine all’interpretazione delle quietanze a saldo rilasciate dal M., per non essere stato adottato prioritariamente il criterio dell’interpretazione letterale dal quale sarebbe emerso inequivocabilmente il valore liberatorio delle quietanze stesse.

La quietanza, in quanto dichiarazione di scienza, è generalmente priva di efficacia negoziale. Perchè ad essa possa essere attribuita anche tale più ampia efficacia è necessario che emergano peculiari elementi interpretativi anche desumibili aliunde. (ex multis Cass. 9120 del 2015). Tale valutazione attiene al merito interpretativo e non alla selezione legali dei parametri interpretativi legali. Ne consegue l’inammissibilità anche di quest’ultima censura.

In conclusione il ricorso è inammissibile. Deve essere applicato il principio della soccombenza in ordine alle spese processuali del presente giudizio.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali del presente giudizio in favore della parte controricorrente da liquidarsi in Euro 3000 per compensi; Euro 200 per esborsi oltre accessori di legge.

Sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 19 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2018

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