Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28981 del 08/11/2019

Cassazione civile sez. I, 08/11/2019, (ud. 19/09/2019, dep. 08/11/2019), n.28981

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 8378/2018 proposto da:

O.O., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cavour

presso la cancelleria civile della Corte di cassazione e

rappresentato e difeso dall’avvocato Francesco Roppo giusta procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12 presso

l’Avvocatura Generale dello Stato;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1997/2017 della Corte di appello di Bologna,

pubblicata il 06/09/2017;

udita la relazione della causa svolta dal Cons. Dott. Laura Scalia

nella camera di consiglio del 19/09/2019.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. O.O. ricorre con due motivi per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Bologna in epigrafe indicata che in riforma dell’ordinanza con cui il locale Tribunale, in primo grado, aveva riconosciuto al richiedente la protezione umanitaria, confermava il provvedimento della competente commissione territoriale di Bologna-Forlì-Cesena di diniego del riconoscimento della protezione internazionale e, anche, di quella umanitaria.

Il racconto del narrante era inattendibile e la faida familiare dettata da ragioni ereditarie, indicata quale ragione della fuga dal Paese di origine, la Nigeria, non avrebbe integrato un pericolo alla incolumità del richiedente protezione in caso di suo rientro nel proprio Paese.

2. L’Amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la nullità dell’impugnata sentenza per non avere la Corte di merito dichiarato l’inammissibilità dell’atto di appello del Ministero dell’Interno per assoluta genericità dei contenuti ex art. 342 c.p.c. che si sarebbero tradotti in una mera affermazione di principi di diritto non corredati da debite allegazioni.

Nell’atto di appello non sarebbero stati trattati: la situazione personale del ricorrente che aveva lasciato la Nigeria da oltre cinque anni; la mancanza di legami parentali a cui si correlava una situazione di grave emarginazione e di disagio economico al rientro del richiedente protezione nel Paese di origine; la grave situazione socio-politica della Nigeria e quanto vissuto dal ricorrente in Libia per esposizione alla criminalità diffusa ed incontrollata di quel Paese.

2. Con il secondo motivo il ricorrente fa valere la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19.

La Corte di appello nel giudicare non credibile e rilevante il racconto del ricorrente – che avrebbe definito, nelle conclusioni dei giudici territoriali, una mera vicenda ereditaria – aveva omesso di fare corretta applicazione del canone di distribuzione dell’onere della prova in materia e di effettuare una indagine sulla situazione sociopolitica attuale dell'(OMISSIS), Paese di provenienza del richiedente.

Nei termini di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5 il “danno grave” sarebbe potuto derivare anche da soggetti privati in assenza di un’autorità statale che impedisca comportamenti dannosi.

La Corte territoriale avrebbe mancato di effettuare una indagine diretta ed attuale sul paese di provenienza del ricorrente.

Le valutazioni del viaggio verso la Libia sarebbero poi state erroneamente effettuate, essendo notorio che l’immigrazione dall’Africa subsahariana avviene per le modalità descritte nel racconto; la Corte di merito avrebbe dovuto disporre in ogni caso l’audizione dell’appellato, al quale nulla era stato richiesto in modo specifico sul viaggio verso la Libia.

3. Il ricorso si espone per tutti gli articolati motivi ad una valutazione di inammissibilità per le ragioni di seguito indicate e precisate.

3.1. La censura di inammissibilità dell’appello, non rilevato in siffatti termini dalla Corte territoriale, merita identica sanzione in sede di legittimità per mancanza di autosufficienza e per novità della questione, non avendo provveduto il ricorrente a segnalare gli atti difensivi con i quali avrebbe tempestivamente dedotto, nel grado, l’inammissibilità del gravame ex adverso proposto e tanto al fine di dar modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione (ex multis: Cass. n. 2140 del 31/01/2006; Cass. 13/06/2018 n. 15430).

3.2. Nel resto, registrata l’intervenuta formazione del giudicato interno in materia di protezione da accordarsi alla status di rifugiato, materia non fatta oggetto dell’odierno ricorso per cassazione, si rileva.

Secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie deve essere frutto di valutazione autonoma in relazione ad una condizione di vulnerabilità del richiedente, con la precisazione che assume al riguardo rilievo, in assenza di prove del racconto dell’interessato ed in difetto di sollecitazioni ad acquisizioni documentali, quantomeno la credibilità soggettiva del medesimo (Cass. n. 11267 del 24/04/2019).

E’ ancora nelle affermazioni della giurisprudenza di legittimità il principio per il quale in materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona e qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Cass. n. 16925 del 27/06/2018).

In corretta applicazione degli indicati principi la Corte di appello di Bologna, esclusa la credibilità del racconto del richiedente protezione per le omissioni e le lacune che lo stesso presentava, non derivando la mancanza di veridicità dall’impossibilità di fornire riscontri probatori di quanto affermato, non era tenuta ad approfondimento istruttorio quanto alla pericolosità del Paese di provenienza.

In materia di protezione umanitaria le condizioni socio-politiche del paese di origine del richiedente possono integrare una situazione di personale vulnerabilità del primo declinata nella sua oggettiva accezione là dove integrative di una situazione di obiettiva pericolosità sempre che il racconto reso sia attendibile e circostanziato nell’osservanza del relativo onere.

La mancata individuazione del paese di provenienza dovuta alla errata indicazione della città natale (la città di “Ego” non esiste nel territorio dell'(OMISSIS)) e della distribuzione dei territori dell'(OMISSIS) ((OMISSIS), indicata nel racconto come cittadina, integra, invece, una delle diciotto aree a governo locale in cui è suddiviso l'(OMISSIS)), ha determinato la Corte di merito a dubitare della stessa provenienza del richiedente, con valutazione in fatto congruamente motivata e come tale non sindacabile in cassazione.

La mancanza di ogni riferimento da parte del narrante delle modalità del viaggio che lo portò da Lagos verso la Libia e quindi alla volta dell’Italia sostiene il giudizio espresso dalla Corte di merito sulla conferma della inattendibilità del racconto del richiedente finanche quanto alla sua provenienza e non lascia spazio in questa sede a scrutinio sull’osservanza degli oneri di collaborazione istruttoria.

4. In via conclusiva il ricorso è inammissibile.

5. Nulla sulle spese non avendo l’amministrazione intimata articolato difese.

6. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 19 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2019

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA