Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28921 del 08/11/2019

Cassazione civile sez. I, 08/11/2019, (ud. 24/09/2019, dep. 08/11/2019), n.28921

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30521/2018 proposto da:

J.F., nato in (OMISSIS), elettivamente domiciliato in Roma

Piazza Mazzini 8, presso lo studio dell’avvocato Fachile Salvatore

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato Verrastro

Francesco;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI ROMA;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1831/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/03/2018;

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/09/2019 dal Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – J.F., cittadino del (OMISSIS), chiese il riconoscimento della protezione internazionale.

La Commissione Territoriale di Roma rigettò la domanda, con decisione che venne impugnata dinanzi al locale Tribunale.

Con ordinanza del 4/10/2016, il Tribunale adito dichiarò inammissibile l’opposizione proposta dal richiedente.

2. – Sul gravame proposto dal medesimo, la Corte di Appello di Roma rigettò nel merito l’opposizione del F..

3. – Per la cassazione della sentenza di appello ha proposto ricorso J.F. sulla base di un unico motivo.

Il Ministero dell’Interno, ritualmente intimato, non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con l’unico motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la Corte di Appello escluso l’esistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria e umanitaria, senza disporre una nuova audizione del ricorrente e senza disporre i necessari accertamenti sulla situazione di endemica violenza esistente in Gambia.

Il motivo non è fondato.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, nel giudizio d’impugnazione, innanzi all’autorità giudiziaria, della decisione della Commissione territoriale, ove manchi la videoregistrazione del colloquio, all’obbligo del giudice di fissare l’udienza, non consegue automaticamente quello di procedere all’audizione del richiedente, purchè sia garantita a costui la facoltà di rendere le proprie dichiarazioni o davanti alla Commissione territoriale o, se necessario, innanzi al Tribunale. Ne deriva che il Giudice può respingere una domanda di protezione internazionale se risulti manifestamente infondata sulla sola base degli elementi di prova desumibili dal fascicolo e di quelli emersi attraverso l’audizione o la videoregistrazione svoltesi nella fase amministrativa, senza che sia necessario rinnovare l’audizione dello straniero (Cass., Sez. 1, n. 5973 del 28/02/2019).

Nella specie, il richiedente è stato udito sia dinanzi alla Commissione territoriale sia (come si evince da p. 3, penultimo capoverso, del ricorso) nel corso del primo grado del giudizio. Non sussisteva, pertanto, l’obbligo della Corte di Appello di disporre una nuova audizione.

Quanto alla protezione sussidiaria, va osservato che, ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. g), per “persona ammissibile alla protezione sussidiaria” si intende il “cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno come definito dal presente decreto e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese”.

Il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, stabilisce che “Ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, sono considerati danni gravi: a) la condanna a morte o all’esecuzione della pena di morte; b) la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine; c) la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato (interno o internazionale) deve essere interpretata, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Cass., Sez. 6-1, n. 18306 del 08/07/2019).

Nella specie, la Corte territoriale ha motivatamente escluso l’esistenza di alcun conflitto armato in Gambia.

Non sussiste la dedotta violazione di legge nell’accertamento fattuale della insussistenza di alcun conflitto armato nel paese di origine del richiedente; mentre è inammissibile la proposta lettura alternativa delle risultanze istruttorie.

Quanto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, esso (nella disciplina previgente al D.L. n. 113 del 2018, conv., con modif., in L. n. 132 del 2018) costituisce una misura atipica e residuale, volta ad abbracciare situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica (“status” di rifugiato o protezione sussidiaria), non può disporsi l’espulsione e deve provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutare caso per caso (Cass., Sez. 1, n. 13096 del 15/05/2019; Sez. 6-1, n. 23604 del 09/10/2017).

La Corte territoriale ha esaminato la posizione specifica del richiedente ed ha escluso al sussistenza di quella particolare situazione di vulnerabilità richiesta dalla legge. La motivazione della sentenza impugnata sul punto, laddove (a p. 3) prende in esame le attività svolte dal richiedente in Italia ed esclude il pericolo che lo stesso al rientro in Gambia sia esposto al pericolo di trattamento degradante ed inumano, risulta esente da vizi logici e giuridici, rimanendo così incensurabile in sede di legittimità.

2. – Il ricorso va, pertanto, rigettato.

Nulla va statuito sulle spese, non avendo la parte intimata svolto attività difensiva.

3. – Parte ricorrente è tenuta a versare – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (applicabile ratione temporis, essendo stato il ricorso proposto dopo il 30 gennaio 2013) – un ulteriore importo a titolo contributo unificato pari a quello dovuto per la proposizione dell’impugnazione.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 24 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2019

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