Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28918 del 12/11/2018

Cassazione civile sez. lav., 12/11/2018, (ud. 12/06/2018, dep. 12/11/2018), n.28918

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25038-2016 proposto da:

F.M., elettivamente domiciliata in ROMA, LUNGOTEVERE DELLA

VITTORIA 9, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE MARIA ALMA,

rappresentata e difesa dagli avvocati PLACIDO PETINO e PIETRO

FERLITO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE SPA, in persona del legale rappresentante

elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE EUROPA 190, presso lo studio

dell’avvocato ROSSANA CLAVELLI, rappresentata difesa dall’avvocato

ANTONIA PINO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 423/2016 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 18/04/2016 RG N 827/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/06/2018 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA MARIO, che ha concluso per l’inammissibilità;

udito l’Avvocato Orsino Annamaria, per delega verbale.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di Appello di Catania, con sentenza pubblicata il 18 aprile 2016, ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva respinto il ricorso proposto in primo grado da F.M. volto ad impugnare il licenziamento intimato da Poste Italiane Spa in data 8 novembre 2006 per assenze ingiustificate dal lavoro: il primo giudice aveva ritenuto che, in seguito alla sentenza del 14.6.2005 che aveva dichiarato la nullità del termine apposto al contratto intercorso tra le parti e sancito il diritto alla riammissione in servizio presso la sede di Catania, la comunicazione della società, “contenente l’invito a riprendere servizio, a far data dal 21.7.2006, presso l’ufficio di recapito di (OMISSIS)”, “aveva valenza di contestuale riassunzione presso la sede di (OMISSIS) e di trasferimento presso l'(OMISSIS) e risultava conforme agli accordi sindacali del 29 luglio e 30 settembre 2004”.

La Corte territoriale ha preliminarmente rammentato la giurisprudenza di legittimità che, pur precisando che il ripristino della posizione di lavoro del dipendente deve avvenire mediante reinserimento nel luogo precedente di prestazione lavorativa, “ha tuttavia fatto salva la possibilità per il datore di lavoro di esercitare lo ius variandi mediante il trasferimento del lavoratore ad altra unità produttiva… ovviamente con le garanzie di cui all’art. 2103 c.c., esercizio che non presuppone necessariamente la previa assegnazione alla precedente sede di lavoro”. La Corte siciliana ha poi argomentato che le previsioni della disciplina collettiva “vincolano l’azienda ad osservare precise condizioni (rigide e predeterminate) nelle riammissioni in servizio, le quali, tuttavia, ove rispettate, sono di per sè idonee a costituire integralmente le ragioni di carattere tecnico-organizzativo e produttivo, ai sensi dell’art. 37 del CCNL, del trasferimento (in tal senso, espressamente, il punto 5 dell’Accordo 29.7.2004), senza necessità di ulteriori accertamenti”. Nella specie la società aveva comunque assolto al proprio onere probatorio depositando in giudizio documentazione da cui risultava che, “alle date citate, nessun posto risultava disponibile – nei termini fissati dagli accordi 29 luglio e 30 settembre 2004 – presso il Comune di Catania (dunque eccedentario), le sedi disponibili più vicine individuandosi, rispettivamente, in (OMISSIS), (OMISSIS) e, appunto, (OMISSIS)”.

2. Per la cassazione di tale sentenza F.M. ha proposto ricorso, notificato in data 17 ottobre 2016, con 5 motivi, cui ha resistito la società con controricorso proposto il 7 dicembre 2016.

3. In prossimità dell’adunanza camerale del 28 febbraio 2018 entrambe le parti hanno comunicato memorie e, in particolare, Poste Italiane Spa ha insistito nella eccezione di inammissibilità dell’avverso ricorso per cassazione – eccezione già sviluppata nel controricorso – in ragione della sentenza della Corte di Appello di Catania n. 359 del 2009, indicata in calce al controricorso medesimo ed allegata allo stesso, la quale, riformando totalmente la sentenza del 14 giugno 2005 del locale Tribunale che aveva dichiarato la nullità del termine apposto al contratto intercorso tra le parti, ha rigettato le domande avanzate dalla F..

4. Pertanto, all’esito della camera di consiglio, il Collegio, “rilevata l’opportunità di provocare il contraddittorio delle parti sulla sentenza n. 359/2009 della Corte d’Appello di Catania”, ha rimesso la causa all’udienza pubblica. Parte ricorrente ha depositato nuova memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente va dichiarata l’inammissibilità del controricorso di Poste Italiane Spa da ritenersi tardivo in quanto proposto in data 7 dicembre 2016 oramai decorso il termine di 40 giorni dalla notifica del ricorso per cassazione effettuata il 17 ottobre 2016, in violazione dell’art. 370 c.p.c., comma 1.

Tuttavia a mente di tale disposizione “la parte contro la quale il ricorso è diretto” può comunque “partecipare alla discussione orale”, come accaduto nella specie.

2. Indi occorre pregiudizialmente delibare la questione suscitata dall’eventuale effetto espansivo esterno ex art. 336 c.p.c., comma 2, formatosi in seguito alla sentenza n. 359/2009 della Corte di Appello di Catania che, rigettando le domande della F. volte al riconoscimento della nullità del termine apposto al contratto intercorso con Poste Italiane Spa, ha posto nel nulla la conversione del rapporto a tempo indeterminato ed il conseguente diritto alla riammissione in servizio della lavoratrice, da cui è poi scaturito il licenziamento in contesa.

2.1. Orbene, il documento contenente la sentenza resa in altro giudizio può essere acquisito a mente dell’art. 372 c.p.c., che consente la produzione di ogni documento incidente sulla proponibilità, procedibilità o proseguibilità del ricorso medesimo (tra le recenti v. Cass. n. 3934 del 2016).

Non è preclusiva la circostanza che l’intimata società abbia proposto tardivamente il controricorso, al quale la sentenza era allegata, atteso che la produzione ex art. 372 c.p.c. è valida ed efficace, ed i documenti possono conseguentemente essere esaminati e valutati dalla Corte, sempre che il difensore dell’intimato partecipi alla discussione orale (cfr. Cass. n. 9093 del 2002).

Invero l’intimato che ha notificato il controricorso tardivamente, pur non potendo depositare memorie ex art. 378 c.p.c., può partecipare alla discussione orale (cfr. Cass. n. 12381 del 2009) ed esercitare in tal modo, anche in relazione alla documentazione che può essere prodotta ex art. 372 c.p.c., la propria difesa (Cass. n. 4248 del 2000; Cass. n. 12761 del 2004; Cass. n. 13954 del 2006).

Peraltro la sentenza è stata nuovamente depositata con le note presentate prima dell’adunanza camerale non partecipata e questa Corte ha già affermato il principio che, in tema di giudizio di cassazione, dopo la riforma recata dal D.L. n. 168 del 2016 (conv., con modif., dalla L. n. 197 del 2016), in caso di inammissibilità del controricorso perchè tardivo, deve comunque ritenersi consentito il deposito della memoria ex art. 380-bis c.p.c., comma 2, risultando ora l’unica altra attività difensiva permessa nel procedimento a struttura camerale e, quindi, equiparata o sostitutiva della partecipazione alla pubblica udienza, che è sempre stata, invece, pacificamente ammessa pur in presenza di ricorso inammissibile (Cass. n. 13093 del 2017).

In ogni caso poi va condiviso l’enunciato di una risalente giurisprudenza di legittimità secondo cui l’esame di un documento, attinente all’ammissibilità del ricorso per cassazione, non resti precluso dal fatto che il deposito di tale documento non sia stato notificato, come prescritto dall’art. 372 c.p.c., comma 2, qualora sulla relativa questione si sia formato il contraddittorio (Cass. SS.UU. n. 450 del 2000; più di recente v. Cass. n. 21729 del 2013) e, nella specie, con l’ordinanza collegiale richiamata nello storico della lite, specificamente all’uopo la causa è stata rimessa all’udienza pubblica e parte ricorrente ha pure contraddetto sulla questione comunicando memoria ex art. 378 c.p.c..

2.2. Acquisita la sentenza n. 359/2009 della Corte di Appello di Catania occorre verificarne gli effetti sul presente giudizio di cassazione a mente dell’art. 336 c.p.c., comma 2.

Tale disposizione, nella formulazione introdotta dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, dispone che la riforma o la cassazione estende i suoi effetti ai provvedimenti ed agli atti dipendenti dalla sentenza riformata o cassata.

Essa comporta che, non appena sia pubblicata la sentenza di riforma in appello, si producano i cd. effetti espansivi esterni, nel senso che vengono meno immediatamente sia l’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado, sia l’efficacia degli atti o provvedimenti di esecuzione spontanea o coattiva della stessa, rimasti privi di qualsiasi giustificazione, con conseguente obbligo di restituzione delle somme pagate e di ripristino della situazione precedente (v., tra le altre, Cass. n. 26171 del 2006).

Si realizza pertanto, senza neanche necessità del passaggio in giudicato della sentenza di riforma (il che assorbe ogni questione sollevata da parte ricorrente circa la tardività dell’eccepito giudicato esterno), non solo la caducazione immediata della sentenza riformata (le cui statuizioni vengono sostituite automaticamente da quelle della sentenza di riforma), ma altresì l’immediata propagazione delle conseguenze della sentenza di riforma agli atti dipendenti dalla sentenza impugnata (Cass. n. 5323 del 2009).

Specificamente questa Corte ha di recente affermato che l’atto di ricostituzione del rapporto lavorativo, avvenuto in esecuzione di sentenza (indifferentemente di reintegra ex art. 18 st.lav. ovvero di riammissione in servizio per effetto della ritenuta illegittimità del termine) successivamente riformata o cassata, viene travolto insieme con quest’ultima, in applicazione dell’effetto espansivo esterno di cui all’art. 336 c.p.c., comma 2, che priva di titolo il prosieguo del rapporto dopo che ne sia venuta meno, a monte, l’originaria statuizione di ripristino, senza che sia necessario un atto di recesso da parte del datore di lavoro (in termini Cass. n. 14103 del 2018).

Tale pronuncia ha pure precisato che l’applicazione dell’art. 336 c.p.c., comma 2, rende infondata (piuttosto che priva di interesse) la pretesa del lavoratore e non ha neppure necessità di accompagnarsi ad una statuizione di cessazione della materia del contendere.

Pertanto, una volta riformata la sentenza di primo grado che aveva accertato la nullità del termine al contratto intercorso tra la F. e Poste Italiane Spa e disposto la sua riammissione in servizio, con il rigetto definitivo delle domande originarie della lavoratrice è venuta meno l’efficacia degli atti e provvedimenti conseguenti, ad iniziare dal rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra le parti sino a giungere al licenziamento intimato sul presupposto dell’esistenza di esso.

Conseguentemente non può essere accolto il ricorso per cassazione teso a conseguire il bene della vita del ripristino di un rapporto di lavoro che risulta oramai privo del suo titolo costitutivo.

3. In conclusione il ricorso va respinto e le spese seguono la soccombenza liquidate come da dispositivo tenuto conto della sole attività difensive ritualmente espletate e cioè della redazione della memoria in vista della adunanza camerale nonchè della partecipazione alla discussione orale.

Occorre inoltre dare atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in Euro 2.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, accessori secondo legge e rimborso spese forfettarie al 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2018

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