Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28917 del 12/11/2018

Cassazione civile sez. lav., 12/11/2018, (ud. 07/06/2018, dep. 12/11/2018), n.28917

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16756-2014 proposto da:

G.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TERENZIO

21, presso lo studio dell’avvocato FAUSTO MARIA AMATO, rappresentata

e difesa dall’avvocato GASPARE MOTTA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

RISCOSSIONE SICILIA S.P.A. (già denominata SERIT SICILIA S.P.A.), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIALE ANGELICO 78, presso lo studio

dell’avvocato ANTONIO IELO, rappresentata e difesa dall’avvocato

DOMENICO CANTAVENERA, giusta delega in atti;

– controricorrente –

e contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS), in

persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli

Avvocati ANTONINO SGROI, EMANUELE DE ROSE, GIUSEPPE MATANO, ESTER

ADA SCIPLINO, LELIO MARITATO, CARLA D’ALOISIO, giusta delega in

calce alla copia notificata del ricorso;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2008/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 04/12/2013 R.G.N. 255/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/06/2018 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per inammissibilità e in subordine

per il rigetto;

udito l’Avvocato ANTONIO IELO per delega Avvocato DOMENICO

CANTAVENERA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di appello di Palermo, su gravame di G.A., confermava la sentenza del locale Tribunale che aveva respinto la domanda proposta dalla predetta, intesa alla declaratoria di illegittimità del contratto di formazione e lavoro stipulato, per il periodo 23.4.2002 al 20 aprile 2004, con la SE.RI.T Sicilia s.p.a., ed alla conversione in rapporto a tempo indeterminato, con condanna della società alla riammissione in servizio ed al risarcimento del danno.

2. La Corte osservava che l’inadempimento degli obblighi di formazione determinava la trasformazione fin dall’inizio del contratto in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato solo ove rivestisse un’obiettiva rilevanza, concretizzandosi nella totale mancanza, ovvero carente o inadeguata attività formativa rispetto agli obiettivi indicati nel progetto di formazione, e che, ai fini considerati, l’inosservanza dei relativi obblighi doveva presentare il carattere della non scarsa importanza, tale da vanificare la funzione formativa del contratto.

3. Con riferimento agli obblighi previsti nel programma formativo, rilevava che l’appellante aveva sottoscritto le schede di partecipazione ai corsi attestando di avere partecipato alle attività contemplate nel programma con l’orario previsto e che il contenuto dei corsi aveva trovato riscontro nelle prove testimoniali assunte, pure avendo i testi di parte ricorrente comprensibilmente, per la loro posizione di ricorrenti in analoghi giudizi, ridimensionato le risultanze documentali. Sotto altro profilo, osservava che la conformità dell’attività formativa concretamente svolta a quella prevista nel progetto aveva trovato conforto nella deposizione resa dal B., il quale aveva confermato le modalità attuative, e che tanto era sufficiente per disattendere le censure dell’appellante, tenuto conto della certa attendibilità delle circostanze apprese dal teste dai vari funzionari di riferimento. Non poteva, poi, secondo la Corte, rilevare l’impiego della ricorrente in attività interna non strettamente coincidente con quella descritta nel progetto, avendo avuto questa una durata temporalmente limitata e non idonea ad incidere sul programma formativo, non potendo, poi, neanche attribuirsi significato al mancato utilizzo della modulistica in uso alla società, essendo emersa l’inverosimiglianza dell’assunto e non essendosi verificati inadempimenti idonei ad alterare la causa negoziale ed a giustificare la conversione del rapporto.

4. Di tale decisione domanda la cassazione la G., affidando l’impugnazione a due motivi, variamente articolati, cui resiste, con controricorso, la s.p.a. Riscossione Sicilia. L’INPS ha rilasciato procura speciale in calce al ricorso notificato e non ha svolto attività difensive.

5. La controricorrente ha depositato memoria illustrativa in prossimità dell’udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denunzia: a) violazione e falsa applicazione del D.L. 30 ottobre 1984, n. 726, art. 3, convertito, con modificazioni, nella L. 19 dicembre 1984, n. 863, come successivamente modificato con D.L. n. 108 del 1991 conv. dalla L. n. 169 del 1991;

b) violazione e falsa applicazione di norme ed omesso esame circa una fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, in relazione al contratto individuale ed al relativo programmo formativo,

c) violazione e falsa applicazione degli artt. 1361 e 1362 c.c., in relazione al D.L. n. 726 del 1984, art. 3 ed omesso esame in relazione all’interpretazione del progetto formativo allegato al contratto individuale di assunzione in formazione e lavoro;

d) omesso esame circa un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti in relazione all’indicato D.L., conv. in L. n. 863 del 1984, sostenendo la lavoratrice che la sentenza abbia deciso in difformità alle regole di cui agli artt. 115 e 116 c.p.c., non ritenendo pacifici fatti non contestati nella memoria difensiva in relazione all’onere, posto dall’art. 416 c.p.c., comma 3 a carico del convenuto, di prendere posizione in maniera precisa e non limitata ad una generica contestazione e che, in relazione a circostanze acquisite in giudizi instaurati da altri lavoratori, consacrate nei relativi verbali di causa, doveva ritenersi che l’attività pratica fosse stata difforme da quella del programma formativo, interpretato, questo, a sua volta, senza che venisse conferita valenza alla reale volontà delle parti. Si assume che queste ultime avevano privilegiato, oltre all’affiancamento, anche un’ulteriore attività avente ad oggetto l’accompagnamento del neo assunto in ogni attività lavorativa durante la prima fase di applicazione delle materie trattate nel programma formativo teorico e dei modelli in uso in azienda per il sistema delle notifiche e delle esecuzioni.

2. Si afferma, in sintesi, che era stato violato complessivamente il principio di valutazione delle prove e che la specificità dell’obbligo formativo non poteva risolversi nell’adibire il giovane assunto allo svolgimento delle mansioni proprie delle categoria di assunzione, sia pure sotto la vigilanza dello stesso datore di lavoro o di un suo collaboratore. Ciò doveva indurre a ritenere il grave inadempimento che determinava la conversione del rapporto.

3. Con il secondo motivo, si lamentano violazione e falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, ed omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., con riferimento al D.L. n. 726 del 1984, art. 3 conv. in L. n. 863 del 1984 ed al D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 49 dell’art. 59 c.p.c., dell’art. 409 c.p.c. e del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 61, nonchè del c.c.n.l. per i quadri direttivi e per il personale delle aree professionali (dalla 1 alla 3) dipendenti dalle aziende concessionarie del servizio di riscossione dei tributi del 12.12.2001, con riferimento all’adibizione a compiti di mero tentato recupero senza titolo esecutivo, mirante al pagamento spontaneo, con riguardo alla quasi totalità del tempo e dell’attività svolta in percentuale del 90%, senza che la controparte avesse avanzato alcuna contestazione in relazione a tali circostanze.

Lo svolgimento di attività diversa da quella propria dell’ufficiale di riscossione rendeva evidente, a dire della ricorrente, la gravità dell’inadempimento che determinava la conversione del rapporto in subordinazione a tempo indeterminato.

4. I motivi, che vanno trattatati congiuntamente per attenere a questioni tra loro connesse, sono infondati.

5. La censura con la quale si adduce l’erroneità della decisione perchè non sarebbe stato applicato correttamente il principio di non contestazione, che avrebbe dovuto indurre il giudice del gravame ad astenersi da ogni ulteriore controllo probatorio, deve essere disattesa e prima ancora ritenuta inammissibile, in forza del principio affermato da questa Corte, secondo cui, in tema di ricorso per cassazione, quando il motivo di impugnazione si fondi sul rilievo che la controparte avrebbe tenuto condotte processuali di non contestazione, per consentire alla Corte di legittimità di prendere cognizione delle doglianze ad essa sottoposte, il ricorso, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, deve sia indicare la sede processuale di adduzione delle tesi ribadite o lamentate come disattese, sia contenere la trascrizione dei relativi passaggi argomentativi (cfr. Cass. 9.8.2016, Cass. 15.7.2015). Peraltro, la censura involge in parte valutazioni di merito (pur contenendo una denuncia di violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.) e, sotto altro profilo, contravviene all’insegnamento di questa Corte secondo cui la non contestazione del fatto ad opera della parte che ne abbia l’onere è irreversibile, ma non impedisce al giudice di acquisire comunque la prova del fatto non contestato, sicchè in tale ultima ipotesi resta superata la questione sulla pregressa non contestazione di quei fatti che, se ravvisata, avrebbe comportato l’esclusione di essi dal “thema probandum” (cfr. Cass. 13.3.2012 n. 3951).

6. Quanto alla altre doglianze, è sufficiente, per disattenderle, osservare che è principio reiteratamente affermato da questa Corte quello secondo cui “il ricorrente deve dedurre la specifica violazione dei criteri di ermeneutica contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c. e ss., la cui portata è generale, o il vizio di motivazione – attualmente nei termini in cui è consentito dalla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – sulla loro applicazione, indicando altresì nel ricorso, a pena d’inammissibilità, le considerazioni del giudice in contrasto con i criteri ermeneutici ed il testo dell’atto oggetto di erronea interpretazione” (Cfr. Cass. 2.8.2016 n. 16057 e, fra le altre,: Cass. n. 6226/2014; Cass. n. 11343/2013).

7. Non risulta esplicitato in che modo la Corte territoriale si sia discostata, in sede interpretativa, dai criteri ermeneutici richiamati in modo affatto generico, e prima ancora, non è riportato o trascritto in ricorso, quanto meno nelle parti di interesse, il contenuto del programma, in dispregio anche del principio di specificità del ricorso in cassazione, che trova la sua consacrazione normativa nell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e che impone di indicare nel ricorso il contenuto rilevante del documento stesso, fornendo al contempo alla Corte elementi sicuri per consentirne l’individuazione e il reperimento negli atti processuali.

8. E’ stato, poi, evidenziato dal giudice del merito che non vi era stata alcuna condotta del datore volontariamente diretta a disattendere l’obbligo formativo laddove la destinazione dei lavoratori era stata anche quella di procedere al tentativo di recupero in sede di spontaneo pagamento, e comunque non è stata reputata decisiva I’ adibizione della ricorrente anche a tale attività, essendo emerso dalla espletata istruttoria e da altri elementi processualmente rilevanti (ivi compresi gli argomenti di prova desunti da giudizi intentati da altri lavoratori) il complessivo svolgimento di un concreto e completo tirocinio teorico pratico.

9. La decisione è conforme ai principi da ultimo affermati da questa Corte che, in controversia analoga, ha valorizzato l’accertamento, in fatto, dell’esistenza di adeguata e corretta attività formativa in linea con il progetto formativo approvato ed ha osservato come il lieve discostamento della collocazione temporale dell’attività formativa fosse risultato di scarsa importanza nell’economia generale del programma di formazione e che solo un grave inadempimento dell’obbligo correlativo – la cui valutazione è rimessa al giudice del merito – poteva comportare la trasformazione del rapporto in ordinario contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato; nella stessa pronuncia, con riguardo alla fattispecie scrutinata, è stato rilevato che la denuncia si era sostanziata, al di là dell’evocazione di una violazione di legge, nella deduzione di erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, ossia di un vizio in ordine all’apprezzamento di circostanze di fatto controverse (cfr. Cass. 31.1.2017 n. 2505, con richiamo a Cass. 1.8.2014 n. 17539, e, tra le altre, Cass. 19.2.2015 n. 3344Cass. 26.1.2015 n. 1324Cass. 6068/2014, Cass. 5.3.2013 n. 5402, Cass. 13.2.2012 n. 2015).

10. La valutazione ed i principi contenuti nel richiamato precedente sono validi anche in relazione alla fattispecie qui esaminata, osservandosi che, al di là dell’enfatizzata adibizione a compiti ritenuti estranei al programma, la Corte del merito, con valutazione in fatto nella presente sede non censurabile, ha rilevato, in relazione all’attività di “tentata riscossione”, non solo che la stessa non poteva considerarsi estranea a quella propria degli ufficiali di riscossione, ma soprattutto che non vi era stata prova della relativa prevalenza nella complessiva esperienza lavorativa dell’ appellante in funzione della dedotta gravità dell’asserito inadempimento degli obblighi formativi.

11. Alla stregua di tali ragioni il ricorso va respinto.

12. Le spese del presente giudizio di legittimità cedono a carico della ricorrente e sono liquidate in dispositivo, in favore della società.

Nulla va statuito nei confronti dell’INPS.

13. Sussistono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate, in favore della società, in Euro 200,00 per esborsi, Euro 4000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese forfetarie in misura del 15%. Nulla nei confronti dell’INPS.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002 art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art.13, comma 1bis citato D.P.R..

Così deciso in Roma, il 7 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2018

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA