Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28904 del 12/11/2018

Cassazione civile sez. II, 12/11/2018, (ud. 19/09/2018, dep. 12/11/2018), n.28904

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1931/2016 proposto da:

G.C., in proprio e nella qualità di legale rappresentante

del “FRANTOIO EREDI G.A. DI G.C. & C.

S.N.C.”, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA DI VILLA CARPEGNA

58, presso lo studio dell’avvocato MARCO PETRINI, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato MARIA LETIZIA ANGELINI PAROLI;

– ricorrenti –

contro

REGIONE UMBRIA, in persona del presidente pro tempore della Giunta

Regionale, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZALE DON GIOVANNI

MINZONI 9, presso lo studio dell’avvocato ANTONINO GALLETTI,

rappresentata e difesa dall’avvocato NATASCIA MARSALA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 371/2015 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 18/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

19/09/2018 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

G.C. in proprio e quale legale rappresentante della Frantoio Eredi G.A. di G.C. & C snc ricorre la sentenza 18.6.2015, con cui la Corte d’Appello di Perugia, in accoglimento del gravame proposto dalla Regione Umbria, ha rigettato l’opposizione proposta dal G. e dalla società contro l’ordinanza ingiunzione di pagamento della somma di Euro 3.512,00 per violazione del D.Lgs. n. 109 del 1992, art. 2, in relazione al D.M. 6 agosto 1998, art. 6 (l’analisi chimica dell’olio aveva dimostrato valori non rispondenti alle caratteristiche tipiche di un olio DOP (denominazione riportata invece sull’etichetta apposta sul serbatoio). Per giungere a tale conclusione la Corte perugina ha rilevato, per quanto ancora interessa:

– che la contestazione era avvenuta in data 11.3.2004 e quindi, tempestivamente, nei tre mesi dalla data di esecuzione delle analisi (19.12.2003);

– che gli appellati non potevano considerarsi estranei alla violazione perchè l’olio era stato da essi ceduto;

– che la violazione sussisteva in quanto il prodotto era destinato ad essere posto in vendita come olio di oliva extravergine di produzione umbra Dop, come indicato nel fusto e come da autorizzazione concessa al Frantoio Eredi G..

La Regione Umbria resiste con controricorso.

Il ricorrente ha depositato una memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 Con un primo motivo i ricorrenti denunziano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, artt. 14 e 15, perchè il combinato disposto della L. n. 689 del 1981, artt. 14 e 15,impone che la contestazione di una violazione accertata mediante analisi di campioni sia effettuata entro il termine di 90 giorni dall’accertamento e poichè nel caso di specie le analisi erano state compiute nel mese di ottobre, la contestazione andava dichiarata tardiva.

Il motivo è infondato, anche se si rende necessario correggere la motivazione (art. 384 c.pc.., u.c.).

Nella materia in esame questa Corte (v. in particolare, Sez. 2, Sentenza n. 12693 del 2007) ha avuto modo di affermare i seguenti principi:

– la L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 15, comma 5, stabilisce espressamente che le comunicazioni delle analisi di campione equivalgono alla contestazione di cui dell’art. 14, comma 1 della Legge citata, ossia alla contestazione immediata, per la quale ultima non opera la prescrizione sul termine, riferita, dal comma 2 dell’articolo citato, alla diversa ipotesi della notifica successiva all’infrazione. Deve quindi escludersi che, con riguardo a tali comunicazioni, possa esigersi il rispetto del termine di novanta giorni di cui alla L. n. 689 del 1981, comma 2 e che debba nelle stesse all’uopo indicarsi (come dies a quo) la data di effettuazione delle operazioni (sentenza 25/1/1995 n. 885);

– in tema di violazioni amministrative, le disposizioni di cui ai della L. n. 689 del 1981, art. 14, commi 1 e 2, prevedono che le violazioni medesime, ove possibile, debbano essere immediatamente contestate, e, nel caso in cui ciò non accada, gli estremi della violazione debbano essere notificati agli interessati residenti nel territorio dello Stato, a pena di estinzione dell’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione, entro novanta giorni (termine che è invece di centottanta giorni per le ipotesi di violazioni del D.L. n. 370 del 1987, convertito nella L. n. 460 del 1987). Tale disciplina dell’art. 14 cit., peraltro, nel caso in cui l’accertamento della violazione avvenga attraverso analisi di campioni, va coordinata con il disposto dell’art. 15 della citata Legge, il quale statuisce che, in tali casi, l’esito delle analisi debba essere comunicato, all’interessato, dal dirigente del laboratorio, a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento, e che tale comunicazione equivalga alla contestazione immediata prevista dall’art. 14 e che, solo nella ipotesi in cui non sia possibile effettuare una tale comunicazione, si debba procedere alla notificazione nel termine prescritto dall’art. 14 (sentenza 29/7/1997 n. 7079).

Nel caso di specie, vi è stata la comunicazione delle analisi di campione (fatto pacifico) e quindi, la contestazione doveva intendersi come effettuata immediatamente, con la conseguente non operatività del termine di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 14 comma 2.

2 Con un secondo motivo si lamenta ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 109 del 1992, art. 2, con riferimento ad analisi di prodotto non confezionato.

La Corte d’Appello non avrebbe considerato che non si trattava di prodotto preconfezionato e destinato al consumatore finale, ma di prodotto allo stato “sfuso”, presso i magazzini CUPROL e in attesa di essere sottoposto a tutte le fasi di preparazione e confezionamento. Insomma, l’olio non era ancora stato immesso sul mercato.

3 Con un terzo motivo si lamenta ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 109 del 1992, art. 2, con riferimento ad un soggetto diverso dal proprietario del prodotto per avere la Corte d’Appello omesso di considerare che il prodotto era di proprietà della CUPROL, nei cui magazzini era stato rinvenuto, sicchè il G. era privo di legittimazione passiva: pertanto, a tutto voler concedere, la violazione avrebbe dovuto essere contestata alla CUPROL.

Questi due motivi, da esaminare unitariamente, sono infondati.

Il D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 109, art. 1, comma 1 (Attuazione delle direttive n. 89/395/CEE e n. 89/396/CEE concernenti l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari) stabilisce che “L’etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari non devono indurre in errore l’acquirente sulle caratteristiche del prodotto e precisamente sulla natura, sulla identità, sulla qualita, sulla composizione, sulla quantità, sulla durabilità, sul luogo di origine o di provenienza, sul modo di ottenimento o di fabbricazione del prodotto stesso”.

La norma, come è evidente, tutela “l’acquirente” del prodotto, senza distinguere tra consumatore finale o intermedio e dunque la prescrizione sull’etichettatura opera anche nelle fasi intermedie della catena distributiva.

Ciò chiarito, avendo la Corte d’Appello accertato, con apprezzamento in fatto qui non sindacabile, che l’etichetta del fusto presentava la dicitura DOP e che il prodotto era stato ceduto dalla società G., le due censure non colgono nel segno, perchè partono da un presupposto erroneo in diritto, cioè che la norma tuteli esclusivamente il consumatore finale e che quindi la prescrizione operi solo nell’ultima parte della catena distributiva sanzionando solo il venditore finale.

4 Con un quarto ed ultimo motivo si lamenta infine ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio per avere la Corte d’Appello del tutto omesso di esaminare l’eccezione – proposta sin dal primo atto difensivo – di inammissibilità dell’appello perchè non proposto dalla Direzione Affari Generali in persona del Dirigente avv. B.C., parte del giudizio di primo grado e soggetto che aveva emesso l’ordinanza-ingiunzione.

Questo motivo è inammissibile per difetto di interesse concreto.

Contrariamente a quanto si assume in ricorso, nel giudizio di primo grado si era costituita la Regione Umbria (v. memoria difensiva 16.9.2009) e l’appello era stato proposto sempre dalla Regione Umbria (v. atto di appello). Inoltre, la stessa sentenza di primo grado a pag. 2 ha dato atto che al ricorso in opposizione replicava “la Regione” e quindi il mero errore materiale emergente dall’intestazione e dal dispositivo della stessa (ove si indica la “Direzione”) non vale certo a mutare la corretta individuazione delle parti in causa.

Ciò chiarito, è evidente che il motivo di ricorso si appalesa inammissibile per difetto di interesse concreto perchè il suo esame da parte del giudice di appello non avrebbe mai potuto sovvertire l’esito del giudizio.

In conclusione, non resta che respingere il ricorso con addebito di ulteriori spese al ricorrente.

Trattandosi di ricorso successivo al 30 gennaio 2013 e deciso sfavorevolmente, ricorrono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato-Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1 quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente grado di giudizio che liquida in complessivi Euro 1.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre alle spese forfettarie nella misura del 15% ed agli accessori di legge oltre alle spese forfettarie nella misura del 15% ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13 comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 19 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2018

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