Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28842 del 27/12/2011

Cassazione civile sez. I, 27/12/2011, (ud. 09/11/2011, dep. 27/12/2011), n.28842

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 6152/2011 proposto da:

D.L.P. (cod. fisc. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI 114/B, presso l’avvocato COLETTA

Salvatore, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati

PROSPERETTI MARCO, e CICENIA DONATO, giusta procura in calce del

ricorso, e l’avvocato ARIETA GIOVANNI con Procura speciale per Notaio

dr. MARCO PAPI – Rep. n. 2806 122090 del 18.05.2011, depositata in

cancelleria il 03.11.2011;

– ricorrente –

contro

C.A.G.;

– intimato –

nonchè da:

C.A.G. (cod. fisc. (OMISSIS)),

elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA DEL POPOLO 18, presso

l’avvocato NARDONE ANTONIO, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato RUBINACCI LUCA, giusta procura a margine del

controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

D.L.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI

114/B, presso l’avvocato COLETTA SALVATORE, che lo rappresenta e

difende unitamente agli avvocati PROSPERETTI MARCO, e CICENIA DONATO,

giusta procura in calce del ricorso, e l’avvocato ARIETA GIOVANNI con

procura speciale per Notaio Dr. MARCO PAPI – Rep. n. 122090 del

18.05.2011, depositata in cancelleria il 03.11.2011;

– controricorrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 333/2011 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 17/02/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/11/2011 dal Consigliere Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito, per il ricorrente, gli Avvocati COLETTA, PROSPERETTI e ARIETA

che hanno chiesto l’accoglimento del ricorso principale, rigetto

dell’incidentale;

udito, per il controricorrente e ricorrente incidentale, l’Avvocato

CICERI GIUSEPPE, con delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso

principale, accoglimento dell’incidentale;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DEL CORE Sergio, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale, in subordine con riferimento al sesto motivo,

invalidazione combinata con il secondo motivo del controricorso

incidentale, in subordine trasmettere gli atti al Primo Presidente

per l’eventuale assegnazione dei ricorsi alle Sezioni Unite.

Dichiararsi assorbito il ricorso incidentale, dichiararsi

inammissibile il controricorso incidentale condizionato.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di appello di Napoli, con sentenza del 17 febbraio 2011, in riforma della decisione 21 ottobre 2010 ha accolto il reclamo di C.A.G. candidato nelle liste dell’Unione di Centro alle elezioni del 28 e 29 marzo 2010 per il rinnovo del Consiglio regionale della Campania,ed ha dichiarato D.L. P. decaduto dalla carica di consigliere regionale, in quanto ineleggibile perchè dipendente dalla medesima Regione.

Per la cassazione della sentenza quest’ultimo ha proposto ricorso per 6 motivi, cui ha resistito il C. con controricorso con il quale ha formulato a sua volta ricorso incidentale per un motivo. Le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

I ricorsi vanno anzitutto riuniti ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., perchè proposti contro la medesima sentenza.

IL Collegio deve, poi, dichiarare inammissibile il primo motivo del ricorso, con cui il D.L. ha invocato la nullità della sentenza impugnata per avere la Corte di appello omesso di correggere il risultato delle elezioni, come prescritto dal D.P.R. n. 570 del 1960, art. 84, sostituendo al nominativo proprio dichiarato decaduto,quello del candidato avente diritto: sia per l’evidente difetto di interesse del ricorrente a – conseguire siffatta statuizione – alla cui omissione peraltro la norma non collega alcuna sanzione di nullità – essendo egli in questo giudizio parte resistente interessata esclusivamente ad evitare la pronuncia di decadenza dall’elezione;

sia perchè nessun pregiudizio o incertezza possono derivare dall’omissione al corretto svolgimento delle operazioni elettorali ed alla completezza degli organi che risultino eletti, disponendo al riguardo l’art. 8 della L.R. Campania che in caso in cui si renda vacante un seggio,questo viene attribuito al candidato che nella graduatoria delle cifre individuali della medesima lista cui il seggio era stato assegnato, segue immediatamente l’ultimo eletto…”.

Inammissibile è pure il secondo motivo,con cui il ricorrente, dichiarando di reiterare l’eccezione al riguardo proposta in primo grado,deduce che il C. ha omesso di documentare la propria legittimazione costituita ai sensi dell’art. 82 D.P.R. dalla sua qualità di “cittadino elettore del comune”.

Il Tribunale,infatti, non ha accolto siffatta prospettazione, dichiarando inammissibile l’azione del C. perchè anteriore alla proclamazione degli eletti sul Bollettino della Regione (pag. 2 sent.); per cui per il disposto dell’art. 346 cod. proc. civ., il ricorrente cui l’esito del giudizio era stato favorevole, aveva l’onere di riproporre nel giudizio di appello la relativa questione implicitamente respinta o ritenuta assorbita, o comunque non esaminata dal Tribunale (Cass. 11929/1998), laddove di tale riproposizione (non prospettata neppure dal D.L.) non vi è cenno nella sentenza impugnata con la conseguenza che il ricorrente è incorso nella presunzione di rinuncia, e quindi nella decadenza stabilita dalla norma.

Con il terzo motivo, che si articola in più censure, il D.L., deducendo violazione del D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82 e art. 331 cod. proc. civ., addebita alla sentenza impugnata: a) di avere concesso al C. termine per la notifica del ricorso al Consiglio regionale senza considerare che la seconda di dette norme non è applicabile ai giudizi elettorali,in cui l’omessa notifica comporta automaticamente l’inammissibilità del ricorso; b) di non aver considerato che in ogni caso il ricorso non poteva essere notificato alla Giunta regionale, come aveva fatto il ricorrente,ma doveva esserlo al Consiglio; c) che la relativa eccezione era stata tempestivamente proposta in termini non dubitativi, e che comunque la inammissibilità era rilevabile di ufficio.

Con il quarto si duole che non sia stato comunque rilevato il mancato deposito del ricorso notificato all’organo regionale, malgrado la tempestività anche di detta eccezione non rinunciata nel corso del giudizio.

Entrambi i motivi sono infondati,pur se va corretta ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ. la motivazione con cui le relative eccezioni sono state disattese dal giudice di appello.

Questa Corte, infatti ha ripetutamente affermato anche a sezioni unite, che in tema di contenzioso elettorale, il giudizio promosso, della L. 23 aprile 1981, n. 154, ex art. 7, per sentir dichiarare l’illegittimità della deliberazione di decadenza dalla carica di Consigliere Regionale non ha per oggetto la regolarità delle operazioni elettorali e la conseguente nullità del provvedimento impugnato, ma unicamente l’accertamento del diritto del Consigliere eletto alla permanenza nella carica, mentre non è ipotizzabile un ulteriore autonomo interesse dell’organo elettivo Consiglio regionale alla sua regolare composizione (che non viene posta in discussione quale che risulti il candidato avente diritto a ricoprire la carica di consigliere).

Ne consegue che, se il giudizio è proposto contro il consigliere regionale eletto, il ricorso va notificato esclusivamente nei suoi confronti, mentre se è dallo stesso avanzato, unico contraddittore necessario è il primo dei candidati non eletti chiamato a succedere al consigliere decaduto: a nulla rilevando il problema dell’esecutività della pronuncia giudiziale nei confronti del Consiglio, posto che la stessa non richiede alcuna forma di ottemperanza da parte dell’organo elettivo. Il quale non deve adottare alcun ulteriore provvedimento, ma solo limitarsi a prendere atto che la carica di consigliere regionale spetta al candidato che è risultato vittorioso in giudizio (Cass. 25946/2007; 16889/2006;

sez. un. 5323/2004).

La giurisprudenza ha avvertito altresì che in senso contrario non è invocabile l’art. 9 bis del menzionato decreto 570 nella parte in cui contempla la notificazione del ricorso al sindaco: riguardando la stessa le sole cause indirizzate a far valere la decadenza di un componente del consiglio in carica, con l’esplicito riferimento al sindaco quale presidente del consiglio comunale (Cass. 4868/1994);

laddove in ogni altra situazione e, quindi a maggior ragione nelle elezioni regionali, il Comune e, rispettivamente il Consiglio regionale non hanno la qualità di litisconsorte necessario e la notificazione del ricorso al sindaco o al Presidente del Consiglio regionale non ha la funzione di instaurare nei confronti del Comune o del Consiglio suddetto, un rapporto processuale, ma solo di dargli notizia del procedimento; con la conseguenza che l’omissione di tale notifica non determina l’inammissibilità della domanda (Cass. 10776/2003; 16205/2000).

Con il sesto motivo, da esaminare a questo punto, il D.L. deducendo altra violazione del D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, si duole che la Corte di appello abbia ritenuto ammissibile il ricorso di primo grado indipendentemente dalla pubblicazione della delibera di convalida degli eletti: a) confondendo l’azione di cui all’art. 9 bis e quella dell’art. 82 menzionato, e non avvedendosi che controparte non aveva voluto impugnare la delibera di convalida degli eletti; b) non considerando la giurisprudenza di legittimità per la quale le deliberazioni in tema di eleggibilità delle assemblee elettive devono essere impugnate non oltre il termine di 30 giorni dalla data finale di pubblicazione: perciò indicando in detta data il termine iniziale; c) qualificando erroneamente la delibera di convalida sopravvenuta cui nessun riferimento era contenuto nel ricorso quale condizione dell’azione,di cui dunque la sussistenza deve essere accertata al momento della decisione.

Anche questo motivo è infondato, e pure con riferimento ad esso deve correggersi la motivazione della decisione impugnata.

Il disposto del D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, secondo cui “le deliberazioni adottate in materia di eleggibilità” dalle assemblee elettive “possono essere impugnate da qualsiasi cittadino elettore” o “da chiunque altro vi abbia diretto interesse”, e “la impugnativa è proposta con ricorso, che deve essere depositato nella Cancelleria entro trenta giorni dalla data finale di pubblicazione della deliberazione”, contrariamente a quanto mostra di ritenere il D. L., ha inteso fissare un termine di decadenza per le impugnative in questione; non consente di distinguere la posizione degli elettori da quella degli altri interessati: in conformità allo scopo della norma di non assoggettare a un permanente stato d’incertezza la condizione degli eletti e non permettere la contestazione di tale stato da parte dei cittadini elettori in ogni tempo. Per cui soltanto in tali casi l’azione non può essere proposta oltre il termine di 30 giorni stabilito dal D.P.R. n. 570 del 1960 e decorrente dalla pubblicazione (o della notificazione) della delibera adottata dal Consiglio comunale; ed il limite temporale trova giustificazione nel suo presupposto (negativo) costituito dalla deliberazione specificamente adottata dal Consiglio, in base alla rilevanza delle ragioni di certezza delle situazioni giuridiche (Cass. 20092/2008).

Laddove, in ogni altro caso, in cui si faccia valere l’ineleggibilità o incompatibilità di un eletto l’art. 9 bis del decreto non prevede alcun termine di proposizione allorchè sulla causa della ineleggibilità e sulla correlata decadenza il Consiglio, per mancata conoscenza o per altra variabile ragione non abbia deliberato specificamente, sicchè la relativa azione può essere proposta in ogni tempo: prevalendo in tal caso sulle esigenze di certezza – tutelate dal termine perentorio della deliberazione espressa – l’interesse pubblico ad evitare il consolidamento di situazioni potenzialmente dannose per l’ente territoriale (Cass. 196/2001; 3719/1993).

In sostanza la menzionata normativa ha differenziato il termine finale di proposizione del ricorso in funzione di un diverso presupposto (positivo o negativo; presenza di una delibera ad hoc o sua assenza) collegato al principio di certezza delle situazioni giuridiche; ma non ha fatto alcun riferimento neppure implicito a quello iniziale, peraltro estraneo alla finalità perseguita: nella prima delle ipotesi considerate inequivocabilmente collegato (Cass. 17424/2009) dal comma 1 del menzionato art. 82 alla adozione della delibera da impugnare (“Le deliberazioni adottate in materia di eleggibilità dal Consiglio comunale possono essere impugnate da qualsiasi cittadino elettore del Comune”); ed in alcun modo correlato con quello finale menzionato soltanto dal comma successivo. Per cui in relazione al termine in esame la giurisprudenza di legittimità si è chiesta invece se il medesimo presupposto processuale della “delibera adottata” debba richiedersi anche nell’ipotesi di azione popolare diretta alla dichiarazione di (ineleggibilità o di) decadenza dell’eletto di cui al ricordato art. 9 bis del decreto, e mantenuta ferma anche nel nuovo testo unico a garanzia dell’interesse pubblico ad evitare il consolidamento di situazioni potenzialmente dannose all’ente stesso nonchè come opportunità data al cittadino a tutela da deliberazioni consiliari che possono essere assoggettate a logiche politiche di maggioranza in difesa dei propri esponenti. E mentre alcune pronunce detto presupposto processuale hanno mantenuto fermo anche in questa tipologia di azione (Cass. 21202/2009;

5986/1992), altre lo hanno escluso affermando che la stessa si pone su un piano di assoluta autonomia rispetto alla delibera consiliare di convalida delle elezioni; e può dunque essere proposta anche in assenza di un deliberato consiliare di convalida, prescindendo altresì dalla correlativa impugnazione di un siffatto (ove adottato) deliberato (Cass. 18128/2002; 11895/2006).

Il Collegio ritiene al riguardo non necessario prendere posizione sui due diversi orientamenti, essendo nel caso concreto incontestato che la delibera di convalida degli eletti è stata emessa in data 19 maggio 2010,laddove il C. ha proposto il ricorso successivamente in data 28 maggio 2010, per cui anche a seguire il primo di detti indirizzi, il presupposto dallo stesso richiesto già sussisteva al momento di presentazione dell’azione, rendendo irrilevante che fosse dall’attore conosciuto o menzionato nel ricorso.

Con il quinto motivo,il ricorrente, deducendo violazione dell’art. 2697 cod. civ. e art. 115 cod. proc. civ., si duole che la decisione impugnata abbia accertato la causa di ineleggibilità in base alla documentazione tardivamente acquisita e prodotta dalla controparte nel giudizio di primo grado a seguito di accesso agli atti della Regione Campania richiesto soltanto dopo la scadenza del termine per produrla concesso dal menzionato D.P.R. n. 570, art. 82.

Con il settimo, deducendo violazione della L. n. 241 del 1990, artt. 3 bis e 6, D.P.R. n. 445 del 2001, art. 1, e segg., e D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 60, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto recettizia la comunicazione della domanda di aspettativa da lui inoltrata per la quale,invece il legislatore richiede la mera manifestazione di volontà del candidato ed il suo invio entro la mezzanotte del giorno di deposito delle liste nella cancelleria del Tribunale; perciò a nulla rilevando le dichiarazioni al riguardo della Regione, nè la circostanza che egli aveva continuato a percepire lo stipendio essendo decisiva la sola circostanza che in data 26 febbraio 2010 fosse stata ricevuta dal comune di S. Felice a Cancello la domanda di aspettativa.

La prima delle menzionate censure è inammissibile perchè nuova; e comunque di essa non vi è menzione nella sentenza impugnata per cui onde evitare la statuizione di inammissibilità, il D.L. avrebbe dovuto preventivamente dedurre di averla proposta nel giudizio di appello ed indicare gli atti in cui era stata formulata.

Quanto alla censura ulteriore, la L. n. 154 del 1981, art. 2, comma 1, n. 7 (come modificato dalla sentenza 388/1991 della Corte Costituzionale) fa divieto di elezione a consigliere regionale ai dipendenti della Regione, a meno che costoro non si siano posti in aspettativa non oltre il giorno fissato per la presentazione delle candidature: nel caso accertato dalla Corte di appello senza contestazione delle parti, nel 26 febbraio 2010.

Pertanto per il sistema posto dall’art. 2697 cod. civ., spettava all’attore C. dimostrare la causa di ineleggibilità denunciata, consistente nel rapporto di impiego del D.L. con la Regione Campana, “mentre gravava su quest’ultimo documentare a sua volta che detta causa era stata rimossa nel termine perentorio indicato dalla legge.

E siccome l’onere probatorio a carico del C. è stato assolto, non essendo in atti contestato il rapporto di dipendenza della controparte, che fin dall’inizio del giudizio lo ha ampiamente ammesso, il ricorrente era tenuto a dimostrarne la tempestiva rimozione nel termine indicato, perciò documentando di avere inviato la richiesta di collocamento in aspettativa non certamente a qualsivoglia ente pubblico, bensì all’amministrazione di appartenenza; che era peraltro la sola titolare del diritto-dovere di provvedere sulla richiesta. Laddove egli ha sempre escluso 1’invio suddetto, deducendo di avere protocollato la richiesta di aspettativa allo scadere del termine utile esclusivamente presso il comune di San Felice a Cancello.

E tanto bastava per ritenere sussistente la causa di ineleggibilità, e la carenza di interesse del D.L. ad opporsi agli ulteriori seppur ultronei accertamenti condotti dalla controparte nonchè dal giudice di appello onde stabilire se detta amministrazione, che non ne aveva alcun obbligo,avesse a sua volta trasmesso l’asserita richiesta alla Regione Campania; se il ricorrente fosse stato comunque posto in aspettativa a prescindere da essa durante la campagna elettorale ed in quale data infine egli abbia manifestato all’ente datore di lavoro il suo intendimento di richiederla; che risulta essere stata il 29 aprile 2010, allorchè dunque la consultazione elettorale si era già svolta.

Restano assorbiti la questione di illegittimità costituzionale formulata dal ricorrente sull’erroneo presupposto che alla sua non dimostrata comunicazione di aspettativa fosse stata attribuita natura recettizia; nonchè i motivi del ricorso incidentale del C..

Inammissibile è, infine, l’ottavo motivo di quello principale con cui il D.L. sostanzialmente denuncia l’errore di data in cui è incorsa la Corte di appello nel provvedimento contenente il dispositivo regolarmente letto in udienza che indica l’anno 2010 (in cui il giudizio non era ancora neppure iniziato) invece di quello esatto “2011”; in quanto emendabile con l’apposito procedimento di correzione previsto dall’art. 287 cod. proc. civ., e segg.: di fatto intrapreso dal ricorrente.

Conclusivamente il ricorso va respinto con conseguente condanna del soccombente D.L. al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, riunisce i ricorsi, rigetta il principale e dichiarato assorbito l’incidentale, condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali,che liquida in favore del C. in complessivi Euro 7.200,00 di cui Euro 7.000,00 per onorario di difesa.

Così deciso in Roma, il 9 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2011

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