Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28833 del 27/12/2011

Cassazione civile sez. I, 27/12/2011, (ud. 11/10/2011, dep. 27/12/2011), n.28833

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 9937-2009 proposto da:

D.G. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CHISIMAIO 42, presso l’avvocato FERRARA

ALESSANDRO, rappresentato e difeso dall’avvocato FERRARA SILVIO,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositato il

22/05/2008, n. 2672/07 V.G.;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/10/2011 dal Consigliere Dott. ANDREA SCALDAFERRI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VELARDI MAURIZIO che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

1. Con ricorso alla Corte d’appello di Napoli, D.G. proponeva domanda di equa riparazione ai sensi della L. n. 89 del 2001 per violazione dell’art. 6 della C.E.D.U. a causa della irragionevole durata del giudizio in materia di impiego pubblico, instaurato dinanzi al TAR Campania nel marzo 1996, definito in primo grado con sentenza di rigetto pubblicata nel maggio 2007.

La Corte d’appello rigettava la domanda, ritenendo nella specie di poter presumere, sulla base della “articolata e motivata decisione del T.A.R.” che il ricorrente fosse consapevole della infondatezza delle proprie pretese, con conseguente esclusione della sofferenza normalmente conseguente al protrarsi del giudizio oltre la durata ragionevole.

2. Avverso tale decreto, depositato il 22 maggio 2008, D. G. ha proposto ricorso a questa Corte con atto notificato il 20 aprile 2009, formulando tre motivi. Resiste l’Amministrazione intimata con controricorso.

3. Il collegio ha disposto farsi luogo a motivazione semplificata.

4. Con il primo motivo si denunzia violazione e mancata applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, art. 6.1 C.E.D.U., artt. 24 e 111 Cost. e art. 2697 cod. civ.: la sofferenza ed il disagio sono presenti ove il processo si protragga oltre il limite di durata ragionevole, salve le ipotesi di abuso del processo, che devono essere eccepite e provate dalla parte resistente, laddove nel caso in esame questa aveva implicitamente riconosciuto la fondatezza del ricorso sull’an debeatur. Sotto quest’ultimo profilo, quindi, si denunzia anche la violazione dell’art. 112 c.p.c., con la conseguente nullità del decreto impugnato. Il secondo motivo torna a denunciare la violazione e mancata applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, art. 6.1 C.E.D.U., artt. 24 e 111 Cost., insieme con l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della statuizione relativa alla mancanza di pregiudizio non patrimoniale nella specie:

la Corte di merito ha violato la presunzione adottata dalla Corte europea e da questa Corte di legittimità, superandola con una mera petizione di principio, priva di riscontro, circa la consapevolezza della infondatezza della domanda. Con il terzo motivo, si deduce infine il vizio di motivazione sulla rilevanza decisiva attribuita alla sentenza di rigetto del T.A.R. senza verificare, individuare ed esplicitare la sussistenza nel caso di specie di elementi concreti ed oggettivi da cui dedurre una condotta di effettivo abuso del processo da parte del ricorrente.

5. Tali doglianze, da esaminare congiuntamente attesa la stretta connessione, sono fondate, nei limiti delle considerazioni che seguono.

6. Se infatti privo di fondamento è l’assunto secondo cui la Corte di merito avrebbe violato i limiti della cognizione ad essa attribuita (la valutazione in ordine alla eventuale ricorrenza, nel caso in esame, di circostanze particolari dalle quali evincere la insussistenza del pregiudizio non patrimoniale normalmente conseguente alla durata irragionevole del giudizio presupposto rientra nel giudizio relativo alla domanda di equa riparazione, da compiersi sulla base delle risultanze in atti senza necessità di una specifica eccezione di parte), fondata è invece la critica in ordine alla statuizione in concreto adottata dalla Corte stessa relativamente alla insussistenza nella specie di un pregiudizio da indennizzare. Statuizione che si palesa priva di adeguata motivazione. Invero, alla luce dell’orientamento più volte espresso da questa Corte di legittimità (cfr.ex multis Cass. n. 9337/2008; n. 15064/2006; n. 19204/2005; n. 3410/2003), alla esistenza di una giurisprudenza, anche consolidata, di segno contrario a quello propugnato nell’atto introduttivo del processo presupposto non può attribuirsi rilevanza ai fini della esclusione della sofferenza morale per l’eccessivo protrarsi di tale processo, che, quale conseguenza normale di tale irragionevole durata, non può, senza incorrere in contraddizione, essere disconosciuta alla parte la cui pretesa giudiziale viene respinta (o in generale che subisce un esito sfavorevole del giudizio), salvi i casi nei quali questa abbia posto in essere un vero e proprio abuso del processo, configurabile allorquando risulti che abbia promosso una lite temeraria o abbia artatamente resistito in giudizio al solo fine di perseguire, con tattiche processuali di varia natura, il perfezionamento della fattispecie di cui alla L. n. 89 del 2001. La ricorrenza nel caso in esame di una siffatta fattispecie di abuso non risulta neppure specificamente evidenziata nel decreto impugnato, che tantomeno ne ha indicato gli elementi di riscontro, essendosi la Corte di merito limitata a far riferimento alla “articolata e motivata decisione del T.A.R.” il cui contenuto sfavorevole alle tesi sostenute dal D. in quel giudizio non vale, in sè – ed ancor più considerandone il carattere articolatamente motivato -, a costituire riscontro della temerarietà di tale iniziativa processuale.

L’accoglimento del ricorso segue dunque di necessità.

7. Il provvedimento impugnato è pertanto cassato, con rinvio alla Corte d’appello di Napoli che, in diversa composizione, si atterrà ai principi di diritto sopra enunciati, provvedendo anche sulle spese di questo giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso nei termini indicati in motivazione;

cassa il decreto impugnato e rinvia alla Corte d’appello di Napoli, in diversa composizione, che regolerà anche le spese di questo giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2011

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