Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28796 del 30/12/2013


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 28796 Anno 2013
Presidente: LA TERZA MAURA
Relatore: FERNANDES GIULIO

ORDINANZA
sul ricorso 15563-2012 proposto da:
FERROVIE DEL SUD EST E SERVIZI AUTOMOBILISTICI SRL
05541630728 succeduta ex lege alla Gestione Commissariale
Governativa per le Ferrovie del Sud in persona dell’amministratore
unico e legale rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA DEL BABUINO 107, presso lo studio dell’avvocato
SCHIANO ANGELO R., che la rappresenta e difende unitamente
all’avvocato ANCORA LUCIANO, giusta procura alla lite in calce al
ricorso;
– ricorrente contro

STEFANELLI PIETRO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
GIUSEPPE MAZZINI 6, presso lo studio dell’avvocato MAGI

Data pubblicazione: 30/12/2013

PIERPAOLO, rappresentato e difeso dall’avvocato PETRACHI
LILIA LUCIA, giusta mandato in calce al controricorso;
– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3206/2011 della CORTE D’APPELLO di

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
14/11/2013 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIO FERNANDES;
udito per la ricorrente l’Avvocato Luciano Ancora che si riporta ai
motivi del ricorso;
udito per il controricorrente l’Avvocato Massimo Cortesi (per delega
avv. Lilia Lucia Petrachi) che si riporta agli scritti.
E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott.
GIANFRANCO SERVELLO che ha concluso per raccoglimento del
1° motivo del ricorso e non per il 2° e per il rigetto degli altri motivi.

Rie. 2012 n. 15563 sez. ML – ud. 14-11-2013
-2-

LECCE del 7.12.2011, depositata il 14/12/2011;

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 14
novembre 2013, ai sensi dell’art. 375 c.p.c. sulla base della seguente
relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:
“Stefanelli Pietro chiedeva al giudice del lavoro di Lecce la condanna della
Ferrovie del Sud Est e Servizi Automobilistici s.r.I., di cui era dipendente, al

dall’1.7.98 per il lavoro eccedente le 36 ore settimanali.
L’adito giudice rigettava la domanda. Tale decisione veniva riformata dalla
Corte di appello di Lecce che, con sentenza del 14.12.2011, in parziale
accoglimento del gravame del lavoratore, condannava la Ferrovie del Sud
Est e Servizi Automobilistici s.r.l. a ripristinare l’orario di lavoro di 36 ore
settimanali a decorrere dal 1°.7.1998 ed a pagare le somme richieste
dall’attore a titolo di straordinario per le ore di lavoro effettuate oltre l’orario
d’obbligo.
La Corte ricostruiva la vicenda aziendale del datore di lavoro, rilevando
che esso aveva assunto nel tempo differente natura giuridica, esercitando
l’attività di trasporto pubblico in regime dapprima di concessione
governativa, successivamente di azienda pubblica a seguito del
commissariamento del servizio e infine, dall’1.1.01, di società di diritto
privato a partecipazione pubblica. Riscontrava altresì l’esistenza di un uso
aziendale a contenuto negoziale diretto ad organizzare la prestazione degli
impiegati nell’arco di un orario di lavoro di 36 ore settimanali e rilevava che
tale uso era stato perpetuato dalla Gestione commissariale – pur nella
vigenza del cali 25.7.85 che prevedeva un orario di 39 ore — ed era,
quindi, da ritenere perdurante anche per l’attuale datore di lavoro, avente
causa della Gestione.
Avverso questa sentenza proponeva ricorso per cassazione la società
con quattro motivi.
Lo Stefanelli resiste con controricorso.
Con il primo motivo del ricorso ( indicato con il numero 0) si denunzia
“errore in giudicando” laddove la Corte, mentre in motivazione ha ritenuto
maturata la prescrizione per i crediti maturati anteriormente al quinquennio
i

pagamento delle differenze retributive maturate a titolo di straordinario

decorrente dalla data di notifica del ricorso, poi, in dispositivo ha
condannato la ricorrente al pagamento delle maggiori somme a decorrere
dal 1.7.1998 , e non a decorrere dal 9 aprile 2003 ( visto che il ricorso
introduttivo del giudizio era stato notificato il 9 aprile 2008).
Con il secondo motivo di ricorso (indicato con il numero 2 ) si denuncia
“errore in procedendo ed in giudicando” per non avere la Corte ritenuto

comportamento tenuto dalla società ricorrente doveva essere qualificato in
termini di illecito istantaneo e, quindi, il termine prescrizionale decorreva dal
provvedimento del 1994 con il quale era stato interrotto l’uso aziendale.
Vale, per ragioni di ordine espositivo, esaminare i riportati motivi.
Orbene, il secondo motivo, che logicamente precede il primo, è infondato.
Nel caso in esame vengono richieste differenze retributive. Il fatto
costitutivo del diritto azionato — ovvero la retribuzione per il lavoro
straordinario svolto oltre le 36 ore — è, dunque, lo svolgimento della
prestazione oltre il detto orario. Il termine prescrizionale, quindi, non può
che decorrere dalla maturazione del diritto alla retribuzione.
Diversamente, fondato e da accogliere è il primo motivo essendo evidente
che la Corte – dopo aver correttamente ritenuto applicabile al caso in
esame la prescrizione quinquennale ed affermato che la società era tenuta
al pagamento dei crediti maturati nel quinquennio anteriore al primo atto
interruttivo ( individuato nella notifica del ricorso introduttivo del giudizio – 9
aprile 2008 – essendo quelli afferenti il periodo precedente prescritti), in
dispositivo, erroneamente, la ha condannata al pagamento per le somme
dovute a decorrere dal 1°.7.1998, mentre detta condanna andava limitata al
quinquennio anteriore alla notifica del ricorso introduttivo del giudizio.
Con il terzo motivo ( indicato con il numero 1) la ricorrente deduce
violazione delle norme dei contratti collettivi e carenza di motivazione,
rilevando che il rapporto di lavoro fino al 31.12.00 (data di cessazione della
Gestione commissariale) rientrava nel pubblico impiego ed era, quindi,
indifferente all’eventuale uso aziendale atteso che il D.Lgs. n. 80 del 1998,
art. 2 aveva previsto la esclusiva regolamentazione contrattuale del

2

estinto il diritto azionato per prescrizione. Si assume, infatti, che il

rapporto in questione. Conseguentemente, nessun obbligo poteva ritenersi
sorto a carico dell’avente causa società Ferrovie del Sud Est.
Con il quarto motivo ( indicato con il numero 2) è dedotta violazione degli
artt. 1362 e segg., 1322, 1326, 1339 e 1419 c.c., nonché difetto di
motivazione, ritenendosi incompatibili sia l’uso aziendale con un rapporto di
lavoro regolato del R.D. 8 gennaio 1931, n. 146 e, in ogni caso, la semplice

del rapporto di lavoro pubblico.
Entrambi i motivi sono infondati
Va rilevato che questa Corte, a Sezioni unite (sentenza 13.12.07 n.
26107), pronunziando su ricorso della s.r.l. Ferrovie del Sud Est, ha
confermato la sentenza della stessa Corte di appello ( n. 1821 del 2005)
che aveva riconosciuto ai dipendenti della ex Gestione commissariale
governativa per le Ferrovie del Sud Est il compenso per lavoro straordinario
eccedente le 36 ore lavorative. La sentenza, al pari di quella ora impugnata,
aveva accertato che l’orario normale di lavoro era stato così fissato in forza
di prassi aziendale risalente al 1945 (quando il rapporto di lavoro era di
natura privatistica) e poi recepita dal D.M. Trasporti 20 settembre 1985, n.
976, il quale, riscattando la concessione ferroviaria e disponendo la
gestione commissariale governativa dell’azienda, faceva assumere natura
pubblica al rapporto lavorativo medesimo, assicurando al personale
dipendente la conservazione di tutti i diritti maturati in epoca anteriore, così
da mantenere invariato l’orario lavorativo sino a diversa regolamentazione
proveniente dalla contrattazione collettiva.
Le Sezioni Unite hanno affermato che la reiterazione costante e
generalizzata di un comportamento favorevole del datore di lavoro nei
confronti dei propri dipendenti integra, di per sè, gli estremi dell’uso
aziendale, il quale, in ragione della sua appartenenza al novero delle cd.
fonti sociali – tra le quali vanno considerati sia i contratti collettivi, sia il
regolamento d’azienda e che sono definite tali perché, pur non costituendo
espressione di funzione pubblica, neppure realizzano meri interessi
individuali, in quanto dirette a conseguire un’uniforme disciplina dei rapporti
con riferimento alla collettività impersonale dei lavoratori di un’azienda –

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prassi aziendale era incompatibile con il principio di generalità ed uniformità

agisce sul piano dei singoli rapporti individuali alla stesso modo e con la
stessa efficacia di un contratto collettivo aziendale.
In particolare, circa la compatibilità di detto istituto con il rapporto di lavoro
pubblico privatizzato, le Sezioni unite hanno precisato che: “nella specie poi
non occorre neanche evocare la categoria della prassi aziendale e porsi il
problema della sua compatibilità con la trasformazione del rapporto di

perché in realtà … la risalente prassi aziendale (fin dal 1945) di un orario
settimanale di 36 ore, formatasi nel regime privatistico del rapporto, era
stata recepita nel cit. D.M. 20 settembre 1985, n. 976, che, tra l’altro,
assicurò al personale dipendente la conservazione di tutti i diritti maturati in
epoca anteriore al riscatto della concessione. Ciò, beninteso, non
significava certo un diritto quesito ad un più favorevole orario di lavoro
rispetto a tutti gli altri lavoratori del settore del trasporto ferroviario. Ma
significava solo che l’orario di lavoro dopo il riscatto della concessione era
rimasto invariato e tale avrebbe continuato ad essere fino ad una diversa
regolamentazione di pari livello alla fonte originaria, ossia ad una
contrattazione collettiva aziendale, atteso che – come già rilevato – nel
lavoro pubblico prima (in ragione della cit. legge quadro sul pubblico
impiego) e, successivamente, anche nel lavoro pubblico privatizzato (in
ragione della normativa cit. sul lavoro pubblico privatizzato) l’orario di lavoro
costituisce materia demandata alla contrattazione collettiva”.
Alla luce di quanto esposto, si propone l’accoglimento del secondo motivo,
in quanto manifestamente fondato, ed il rigetto degli altri in quanto
manifestamente infondati e la cassazione dell’impugnata sentenza senza
rinvio potendo decidersi nel merito ex art. 384 c.p.c. nei termini sopra
indicati non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, con
ordinanza, ai sensi dell’art. 375 cod. proc. civ., n. 5″.
Sono seguite le rituali comunicazione e notifica della suddetta relazione,
unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di
consiglio.
La ricorrente ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c. con la quale si
ripropongono sostanzialmente le medesime argomentazioni di cui al ricorso.

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lavoro da privato a pubblico a seguito del “riscatto” della concessione

Il Collegio condivide il contenuto della relazione che va solo corretta
laddove, per mero errore materiale, propone l’accoglimento del secondo
motivo in luogo del primo, ritenendo, quindi, il ricorso fondato e da
accogliere nei termini sopra precisati con la conseguente cassazione della
sentenza impugnata. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto
la causa va decisa nel merito con condanna della ricorrente al pagamento

Le spese del presente giudizio, avuto riguardo al parziale accoglimento del
ricorso, vanno compensate tra le parti.
P.Q.M.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e rigetta gli altri, cassa
l’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito,
condanna la ricorrente al pagamento delle maggiori somme per lavoro
straordinario a decorrere dal 9 aprile 2003, compensa le spese del presente
giudizio.
Così deciso in Roma, 14 novembre 2013
Il Presidente

delle maggiori somme per lavoro straordinario a decorrere dal 9 aprile 2003.

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