Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2879 del 05/02/2021

Cassazione civile sez. I, 05/02/2021, (ud. 04/11/2020, dep. 05/02/2021), n.2879

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 5377/2019 proposto da:

E.I., elettivamente domiciliato in Roma Viale Angelico n. 38,

presso lo studio dell’Avvocato Marco Lanzilao, che lo rappresenta e

difende giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 871/2018 della Corte d’appello di Cagliari

depositata il 18/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

4/11/2020 dal cons. Dott. Alberto Pazzi.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. il Tribunale di Cagliari, con ordinanza ex art. 702-ter c.p.c. del 31 ottobre 2016, rigettava il ricorso presentato da E.I., cittadino (OMISSIS) proveniente dall'(OMISSIS), avverso il provvedimento emesso dalla locale Commissione territoriale di diniego del riconoscimento del suo status di rifugiato nonchè del suo diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 2 e 14 o a quella umanitaria ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e D.Lgs. n. 286 del 1998, 5, comma 6;

2. la Corte d’appello di Cagliari, a seguito dell’impugnazione presentata da E.I., fra l’altro: i) riteneva che la situazione dello (OMISSIS), regione di provenienza dell’appellante, non potesse essere qualificata, nel senso previsto dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), come di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno di cui il reclamante potesse restare vittima in caso di rimpatrio; ii) rilevava che l’appellante non aveva formulato alcuna puntuale censura rispetto alla constatazione compiuta dal Tribunale in merito alla mancata rappresentazione di motivi personali idonei a giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria;

sulla scorta di simili argomenti la Corte distrettuale, con sentenza del 18 ottobre 2018, respingeva l’impugnazione proposta dal richiedente asilo;

3. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso Isaac E. prospettando quattro motivi di doglianza;

resiste con controricorso il Ministero dell’Interno.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4.1 il primo motivo, sotto la rubrica “art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 errato esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti: la condizione di pericolosità e le situazioni di violenza generalizzata esistenti in (OMISSIS)”, assume l’esistenza di un contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili, poichè la Corte d’appello, pur rilevando che nella zona di provenienza del migrante si registravano scontri tra gruppi armati nel contesto di faide locali che potevano sfociare in atti di violenza indiscriminata contro civili, avrebbe però negato che il ricorrente potesse correre un rischio in conseguenza del ritorno in patria; nè – a dire del ricorrente – sarebbe stato possibile apprezzare i rischi per l’incolumità personale in termini probabilistici senza tener conto che la (OMISSIS) è un paese instabile che non garantisce il rispetto della legalità, afflitto da condizioni di violenza generalizzata e con gruppi terroristici capaci di operare su tutto il territorio nazionale;

4.2 il terzo motivo di ricorso, nel denunciare la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), sostiene che le fonti citate avrebbero un contenuto del tutto contrastante con le conclusioni a cui la Corte territoriale era giunta, poichè dimostravano che il paese di provenienza del richiedente asilo era caratterizzato da una situazione di violenza diffusa e indiscriminata a cui non era contrapposto alcun anticorpo concreto dalle autorità statuali;

5. i motivi, da esaminarsi congiuntamente in ragione della loro parziale sovrapponibilità, sono inammissibili;

la sentenza impugnata, in effetti, riporta (a pag. 6) le affermazioni indicate dal ricorrente all’interno del primo motivo in esame citando testualmente il sito (OMISSIS) del Ministero degli Affari Esteri, ma subito dopo puntualizza che gli atti di pirateria si erano verificati “in prossimità delle coste a danno di piattaforme petrolifere” e gli scontri armati erano avvenuti “nello Stato di (OMISSIS)” e osserva, infine, che “nel proseguo del sito, lo (OMISSIS) non è citato fra quelli, al di fuori della zona Nord e Nord-Est, in cui si sono, comunque, verificati attentati terroristici e più precisamente interessati da ipotesi di conflitto armato”;

la decisione passa poi in rassegna le risultanze di altre fonti internazionali in merito “alla dedotta attualità del pericolo di espansione anche al sud della (OMISSIS) della violenza di matrice terroristica”, registrando, al termine, l’emergere rispetto a queste zone di “una situazione di violenza, di diversa natura, assolutamente marginale rispetto alle zone del nord del paese e, comunque, non generata da ipotesi di conflitto armato”;

sulla base di queste considerazioni la Corte distrettuale ha escluso la sussistenza nell'(OMISSIS) di una situazione di conflitto armato interno caratterizzato dal ricorso ad una violenza indiscriminata, che raggiunga un livello talmente elevato da far emergere fondati motivi per ritenere che un civile, in caso di rientro, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire una minaccia alla propria vita o alla propria incolumità;

la prima critica in esame enfatizza singoli passaggi delle fonti evocate da un lato citandoli in maniera incompleta, al fine di riferirli anche all’area di provenienza del migrante, dall’altra estraniandoli dal contesto generale in cui le informazioni sono state riportate, onde alterarne il senso;

essa dunque risulta inammissibile, sia perchè è priva del carattere di riferibilità alla decisione impugnata nella sua interezza, sia perchè, estraniando alcune parole dal contesto generale, non ne coglie la ratio, come il motivo di ricorso deve invece necessariamente fare; l’altra critica, invece, intende evincere dalle fonti internazionali prese in esame dalla Corte distrettuale la dimostrazione di una situazione di “incontestabile violenza diffusa e individuale non controllata dallo Stato”;

la doglianza in questo modo, sotto le spoglie dell’asserita violazione di legge, cerca di sovvertire l’esito dell’esame dei rapporti internazionali apprezzati dalla Corte di merito, malgrado l’accertamento del verificarsi di una situazione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, rilevante a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), costituisca un apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Cass. 32064/2018);

peraltro, questo tentativo è compiuto non solo tentando di generalizzare situazioni che il giudice di merito ha, invece, ancorato a specifici territori diversi dall’area di provenienza del migrante, ma anche cercando di valorizzare situazioni di violenza non generate, secondo la Corte distrettuale, da situazioni di conflitto armato interno o internazionale e perciò irrilevanti ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c);

6. il secondo motivo di ricorso, sotto la rubrica “art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – omesso/errato esame delle dichiarazioni rese dal ricorrente alla Commissione Territoriale e delle allegazioni portate in giudizio per la valutazione della condizione personale del ricorrente”, assume che la Corte territoriale non abbia adeguatamente approfondito l’accertamento della situazione generale esistente nel paese di provenienza del migrante al fine di verificare l’esistenza di un sistema di violenza generalizzato capace di porre in pericolo la vita e tale quindi da giustificare il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c);

7. il motivo è inammissibile;

la Corte territoriale ha verificato le condizioni esistenti nel territorio di origine del ricorrente, escludendo, all’esito dell’esame delle fonti internazionali reperite, l’esistenza di una situazione di violenza generalizzata e indiscriminata capace di integrare la fattispecie di danno grave prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c);

il motivo in esame intende dolersi, più che un omesso esame delle condizioni generali dell'(OMISSIS), di un esame “erroneo”, cioè non conforme alle sue aspettative, della situazione esistente nel territorio di provenienza e in questo modo si pone al di fuori dei limiti propri del canone di critica utilizzato, che riguarda il tralasciato esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio e non si estende all’esame inappagante per la parte di tale fatto, che rientra nei compiti istituzionali del giudice di merito;

8. il quarto motivo di ricorso denuncia la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19 in quanto non poteva essere rifiutato il permesso di soggiorno in presenza di seri motivi di carattere umanitario, costituiti dalla situazione socio-economica del paese di provenienza e dalle condizioni di estrema difficoltà e del tutto inadeguate in cui il migrante si troverebbe in caso di rimpatrio;

9. il motivo è inammissibile;

la Corte d’appello, dopo aver registrato che il Tribunale aveva escluso la sussistenza di una personale e contingente condizione di vulnerabilità del richiedente asilo, ha ritenuto che non fosse stata formulata alcuna puntuale censura rispetto a tale accertamento, “con conseguente passaggio in giudicato della statuizione non specificamente impugnata”, e solo in seguito ha aggiunto che l’appello, “laddove ammissibile”, era comunque infondato;

la critica in esame non tiene in alcun conto del rilievo di inammissibilità dell’appello in ragione della sua genericità, così come non considera gli argomenti offerti in via aggiuntiva a suffragio della decisione, e si limita a insistere nella domanda di riconoscimento della protezione umanitaria;

ne discende l’inammissibilità della censura, dato che l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata; queste ultime, per essere enunciate come tali, debbono poi concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi considerare nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo il motivo che non rispetti questo requisito;

in riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, (Cass. 6496/2017, Cass. 17330/2015, Cass. 359/2005);

10. in conclusione, in forza delle ragioni sopra illustrate, il ricorso va dichiarato inammissibile;

le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 2.100 oltre a spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 4 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 2021

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