Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2875 del 31/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 31/01/2022, (ud. 01/12/2021, dep. 31/01/2022), n.2875

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14652-2016 proposto da:

G.G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

CARLO FELICE 77, presso lo studio dell’avvocato ANDREA BELLIA,

rappresentato e difeso dall’avvocato ENZO FAGGELLA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA SALUTE, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI

12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 411/2015 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 22/12/2015 R.G.N. 600/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/12/2021 dal Consigliere Dott. ALFONSINA DE FELICE.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

La Corte d’appello di Potenza ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da G.G.A., in qualità di erede di L.M., avverso la sentenza del Tribunale della stessa città, che aveva rigettato la domanda diretta a sentir condannare il Ministero della Salute a corrispondere allo stesso l’indennizzo per la morte della madre, asseritamente dovuta all’epatopatia HCV correlata occorsa alla dante causa per aver assunto sangue infetto per via trasfusionale;

il primo giudice aveva escluso, alla luce dell’esito della CTU medico legale, che la morte di L.M. fosse dipesa dall’epatopatia HCV correlata, avendo ritenuto che quest’ultima non avesse né potuto incidere sui caratteri della neoplasia né potuto accelerarne il decorso;

il giudizio di inammissibilità si fonda sull’assoluta genericità delle contestazioni mosse dall’appellante alla motivazione del primo giudice, in violazione dell’art. 434 c.p.c., comma 1, come novellato dalla L. n. 134 del 2012, condensantesi nell’unico rilievo secondo cui il Tribunale aveva nominato quale CTU un medico legale e non uno “specialista della materia”;

la cassazione della sentenza è domandata da G.G.A., in qualità di erede di L.M., sulla base di un unico motivo;

il Ministero della Salute ha depositato controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

con l’unico motivo il ricorrente impugna il capo della decisione relativo alle spese di lite, quantificate dalla Corte territoriale in complessivi Euro 9.515,00, deducendo la violazione del D.M. n. 55 del 2014, artt. 2, 4 e 5, per essersi la pronuncia discostata dai principi contenuti nel provvedimento di legge, sia quanto ai valori medi applicabili alla controversia sia quanto all’attribuzione di spese legali per una fase, quella istruttoria, mai svoltasi;

il motivo è inammissibile;

secondo il principio di diritto affermato da questa Corte “In tema di liquidazione delle spese processuali ai sensi del D.M. n. 55 del 2014, l’esercizio del potere discrezionale del giudice, contenuto tra il minimo e il massimo, non è soggetto a sindacato di legittimità, attenendo pur sempre a parametri fissati dalla tabella, mentre la motivazione è doverosa allorquando il giudice decida di aumentare o diminuire ulteriormente gli importi da riconoscere, essendo necessario, in tal caso, che siano controllabili le ragioni che giustificano lo scostamento e la misura di questo;.” (Cass. n. 19989 del 2021);

nel caso in esame, la pronuncia impugnata, che ha indicato una somma complessiva, si è mantenuta fedele ai principi richiamati, non essendo tenuta a offrire una motivazione del quantum;

sarebbe se mai, toccato alla parte che volesse legittimamente contestare la decisione, allegare specificamente che la condanna ha superato il limite massimo concretamente liquidabile dal giudice, considerando, per rendere concreta l’entità dello scostamento, altresì quale dovesse essere il valore da attribuirsi alle singole fasi;

le doglianze rimangono, invece, del tutto generiche: parte ricorrente omette, in particolare, qual si voglia riferimento ai precisi parametri adottati ai fini di denunciare le violazioni di legge dedotte, e, conseguentemente, manca di allegare e provare la natura e la misura dello scostamento rispetto a quei parametri;

in definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza;

in considerazione dell’inammissibilità del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente, che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’Adunanza camerale, il 1 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2022

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