Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2874 del 31/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 31/01/2022, (ud. 10/11/2021, dep. 31/01/2022), n.2874

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21473-2020 proposto da:

AZIENDA SANITARIA LOCALE DI LATINA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE RICCARDI, che

la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

S.U., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MUZIO

CLEMENTI 68, presso lo studio dell’avvocato RAOUL BARSANTI, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1120/2020 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 26/05/2020 R.G.N. 363/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/11/2021 dal Consigliere Dott. ANNALISA DI PAOLANTONIO;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VISONA’

STEFANO, visto il D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8 bis

convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha

depositato conclusioni scritte.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Roma ha accolto il reclamo proposto, L. n. 92 del 2012, ex art. 1, comma 58, da S.U. avverso la sentenza del Tribunale di Latina che, all’esito del giudizio di opposizione, aveva revocato l’ordinanza resa a conclusione della fase sommaria e accertato la legittimità della sanzione del licenziamento con preavviso irrogata dal Direttore Generale della ASL di Latina il 20 gennaio 2015 in relazione ai fatti addebitati con la contestazione del 22 settembre 2014.

2. La Corte territoriale ha premesso che al reclamante, dirigente medico veterinario responsabile di unità operativa (Igiene degli Allevamenti e delle Produzioni Zootecniche), era stato contestato di essersi arbitrariamente assentato dal lavoro per complessivi 66 giorni, nell’arco temporale settembre 2010/giugno 2014, e di avere nello stesso periodo, senza giustificazione, abbandonato il servizio in più occasioni, tanto da maturare un debito orario complessivo pari a 773,4 ore.

I fatti erano emersi all’esito della verifica effettuata dalla commissione interna di indagine nominata dalla Direzione Generale, con nota del 7 luglio 2014, a seguito di segnalazioni anonime inerenti il mancato rispetto dell’orario da parte dei dipendenti del Dipartimento di Prevenzione Aree Veterinarie. I lavori della commissione avevano interessato più sedute e formalmente erano stati conclusi il 16 settembre 2014 con la redazione del relativo verbale, la cui trasmissione all’UPD, avvenuta il 24 settembre 2014 ad iniziativa del Direttore Generale, aveva determinato l’avvio del procedimento.

3. Il giudice d’appello ha precisato che al Direttore Generale era già stato in precedenza inviato il verbale della seduta del 1 agosto 2014, che conteneva le medesime conclusioni dell’atto finale, tanto che sulla base di quel verbale era stata inoltrata il 6 agosto 2014 denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Latina, che aveva poi proceduto nei confronti dello S. in relazione al delitto di truffa aggravata, formulando un’imputazione sovrapponibile a quella del procedimento disciplinare quanto al debito orario ed alle giornate di assenza ingiustificata.

4. Da ciò la Corte territoriale ha tratto la conseguenza che il termine di 120 giorni per la conclusione del procedimento dovesse essere calcolato assumendo quale dies a quo non la data del 22 settembre 2014, di invio all’UPD della notizia di infrazione, bensì quella di trasmissione al Direttore Generale del verbale del 1 agosto, che costituiva la data di prima acquisizione della notizia stessa, rilevante ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55 bis, comma 4.

Ha, quindi, ritenuto assorbente rispetto ad ogni altra censura l’eccezione di decadenza dall’esercizio del potere disciplinare, riproposta con il primo motivo di reclamo, ed ha conseguentemente dichiarato la nullità del licenziamento impugnato, condannando la ASL di Latina a reintegrare il dirigente ed a corrispondere allo stesso, a titolo di risarcimento del danno, le retribuzioni maturate dalla data del licenziamento sino a quella dell’effettiva riammissione in servizio.

5. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la ASL di Latina sulla base di un unico motivo, illustrato da memoria ex art. 378 c.p.c., al quale ha opposto difese con controricorso S.U..

La Procura Generale ha concluso D.L. n. 137 del 2020, ex art. 23, comma 8 bis convertito in L. n. 176 del 2020, per l’infondatezza del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso denuncia, con un unico motivo formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55 bis. L’Azienda ricorrente richiama la giurisprudenza di questa Corte formatasi sull’interpretazione della norma indicata in rubrica e sottolinea che solo una notizia di infrazione che abbia contenuto tale da consentire l’avvio del procedimento disciplinare, nelle sue tre fasi fondamentali della contestazione dell’addebito, dell’istruttoria e dell’adozione della sanzione, può fare decorrere i termini del procedimento. Il richiamato principio sarebbe stato violato dal giudice d’appello perché il verbale del 1 agosto 2014 conteneva solo una generica informazione sulla sussistenza di gravi irregolarità commesse dal personale veterinario. Si trattava, in particolare, di una “relazione interlocutoria redatta prima della pausa estiva, priva di elementi specifici quali ad esempio i nominativi dei presunti responsabili, le irregolarità rilevate, l’indicazione del numero delle stesse e dei giorni in cui si sarebbero verificate”. Aggiunge la ricorrente che la denuncia inviata alla Procura della Repubblica riguardava fatti diversi da quelli oggetto del procedimento disciplinare e si riferiva all’utilizzo delle dotazioni aziendali per l’invio di fax anonimi nonché al rilascio del parere igienico sanitario riguardante l’azienda agricola gestita dalla figlia dello Scioscione. Ribadisce che solo dopo la pausa estiva e nel corso della riunione del 16 settembre 2014 la Commissione ha esaminato i “cartellini marcatempo”, rilevando le irregolarità contestate in sede disciplinare.

2. Il ricorso è inammissibile perché, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione di legge, in realtà censura soltanto l’accertamento di fatto compiuto dalla Corte territoriale, la quale ha ritenuto tardiva la conclusione del procedimento disciplinare dopo aver dato atto della sovrapponibilità delle conclusioni dei due verbali del 1 agosto e 16 settembre 2014, entrambi trasmessi dalla Commissione interna al Direttore Generale e da quest’ultimo inoltrati all’UPD il 22 settembre 2014. Ha ritenuto che il termine di 120 giorni previsto per la conclusione del procedimento disciplinare dovesse decorrere dal 1 agosto 2014 e, quindi, fosse spirato alla data del 20 gennaio 2015.

Così ragionando, il giudice d’appello non è incorso nella denunciata violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55 bis perché la norma, nel testo applicabile ratione temporis (antecedente alle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 75 del 2017), al comma 4 è chiara nel prevedere un dies a quo per la contestazione dell’addebito diverso rispetto a quello fissato per la conclusione del procedimento; e se nel primo caso valorizza la data di ricezione da parte dell’UPD degli atti trasmessi dal responsabile della struttura, nell’altro fa decorrere il termine dalla “data di prima acquisizione della notizia dell’infrazione, anche se avvenuta da parte del responsabile della struttura in cui il dipendente lavora”.

Si è già detto che la Corte territoriale ha disatteso la tesi dell’Azienda, secondo la quale i lavori della Commissione erano stati ultimati solo il 16 settembre 2014, ed ha evidenziato che le medesime conclusioni concernenti “giorni di timbratura mancanti e giorni con timbrature irregolari a carico di alcuni dirigenti veterinari, tra cui il Dott. S.U….” erano già “riportate nel verbale del 1 agosto 2014, inviato allo stesso Direttore Generale il quale procedeva il 6 agosto 2014 alla trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica….” che, poi, formulava l’imputazione indicando un debito orario complessivo e giornate di assenza ingiustificate negli stessi termini riportati nella contestazione disciplinare (pag. 10 della sentenza gravata).

Il ricorso è tutto incentrato sull’errore commesso dal giudice d’appello nella valutazione delle risultanze processuali e le considerazioni svolte tendono a dimostrare che, in realtà, all’epoca della prima trasmissione non erano stati ancora acquisiti gli elementi necessari per la formulazione di un valido atto di incolpazione. La ricorrente, quindi, finisce per sollecitare un accertamento di fatto che è riservato al giudice del merito e che esula dai limiti propri del giudizio di legittimità.

Nella giurisprudenza di questa Corte è consolidato l’orientamento secondo cui il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie normativa astratta e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di una errata ricostruzione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma ed inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, ex art. 360 c.p.c., n. 5, nei limiti fissati dalla normativa processuale succedutasi nel tempo. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi e’, dunque, segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (cfr. fra le più recenti Cass. n. 26033/2020; Cass. n. 3340/2019; Cass. n. 640/2019; Cass. n. 24155/2017).

E’ stato altresì affermato che nella deduzione del vizio di violazione di legge o di disposizioni di contratto collettivo è onere del ricorrente indicare non solo le norme che si assumono violate, ma anche – e soprattutto – svolgere specifiche argomentazioni intellegibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendo alla corte regolatrice di adempiere al suo compito istituzionale di verificare il fondamento della lamentata violazione (Cass. n. 17570/2020; Cass. n. 16700/2020).

Nel caso di specie nessuna delle affermazioni in iure che si leggono nella sentenza impugnata contrasta con gli orientamenti di questa Corte riportati nel corpo della censura che, lo si ripete, mira ad una rivalutazione dei fatti storici e si risolve in un’inammissibile critica del ragionamento decisorio seguito dalla Corte territoriale quanto agli accertamenti di fatto, sollecitandone la revisione.

3. In via conclusiva il ricorso deve essere dichiarato inammissibile con conseguente condanna della ASL di Latina al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, si deve dare atto, ai fini e per gli effetti precisati da Cass. S.U. n. 4315/2020, della ricorrenza delle condizioni processuali previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto dalla ricorrente.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per competenze professionali, oltre al rimborso spese generali del 15% ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 10 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2022

 

 

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