Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2873 del 05/02/2021

Cassazione civile sez. I, 05/02/2021, (ud. 15/09/2020, dep. 05/02/2021), n.2873

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. ANDRONIO Alessandro Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

D.O., nato in (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avv.

Chiara Costagliola, ed elettivamente domiciliato presso lo studio

dell’avvocato PORFILIO PASQUALE;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, ((OMISSIS)), rappresentato e difeso ex lege

dall’Avvocatura generale dello Stato, e domiciliato nei suoi uffici

di Roma, via dei Portoghesi 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Campobasso, depositata

il 14/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 15/09/2020 dal consigliere Dott. Alessandro M.

Andronio.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 70/2019 del 14 febbraio 2019, la Corte d’appello di Campobasso ha confermato l’ordinanza del Tribunale di Campobasso del 7 novembre 2016, con cui era stato rigettato il ricorso proposto dall’interessato avverso il provvedimento di diniego della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale.

2. Avverso la sentenza l’interessato ha proposto ricorso per cassazione, deducendo: 1) la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 per il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria sulla base della storia personale riferita dal richiedente; 2) la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per la mancata valutazione della situazione del paese di origine ai fini della protezione umanitaria, considerata la situazione di conflitto e violenza indiscriminata in tale paese; 3) vizi della motivazione in relazione alla ritenuta non credibilità del richiedente, essendo stata omessa una corretta contestualizzazione delle sue dichiarazioni; 4) la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8 sul rilievo che la Corte d’appello avrebbe dovuto accertare d’ufficio la situazione del paese di origine del richiedente al fine del riconoscimento dell’esistenza di una minaccia grave alla vita e all’incolumità.

3. L’amministrazione intimata si è costituita con controricorso, chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso è inammissibile.

Le doglianze del ricorrente – che possono essere trattate congiuntamente consistono nella mera riproposizione di rilievi già sottoposti ai giudici di merito in relazione a una situazione di persecuzione e minaccia alla quale egli sarebbe sottoposto nel suo paese di origine, nel quale una fazione ribelle avrebbe ucciso i genitori del ricorrente e rapito e torturato quest’ultimo, poi fuggito in Libia.

Sul punto, la sentenza impugnata reca una motivazione pienamente logica e coerente – e, dunque, insindacabile in sede di legittimità – laddove evidenzia la non credibilità della versione dei fatti fornita dall’interessato, il quale aveva contraddittoriamente indicato diverse zone di provenienza in occasione di due distinte audizioni dinanzi alla commissione territoriale, avendo in un primo tempo riferito dell’uccisione della sola madre e poi aggiunto il riferimento al padre; del pari non credibile è stata ritenuta la riferita fuga dal campo dei ribelli, in quanto avvenuta con modalità inverosimili, perchè eccessivamente semplici. Più in generale, i giudici di merito hanno ben evidenziato come manchino giustificazioni dei vari passaggi riferiti dal ricorrente in relazione a pretese minacce, alle loro ragioni e modalità di attuazione. Le considerazioni che precedono rendono irrilevanti le censure difensive relative al mancato accertamento della situazione del paese di origine (ex plurimis, Sez. 1, n. 10286 del 29/05/2020, Rv. 657711); e, nonostante l’inattendibilità del ricorrente renda non necessario un approfondimento ufficioso sulla situazione del paese ai fini della protezione sussidiaria, deve rilevarsi che, in ogni caso, la sentenza impugnata contiene puntuali riferimenti a documentazione proveniente da organizzazioni internazionali e associazioni umanitarie, presa in considerazione d’ufficio, che esclude la configurabilità di situazioni di pericolo generalizzato.

Infine, in relazione alla protezione umanitaria, va osservato che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione di integrazione raggiunta nel paese d’accoglienza (ex multis, Sez. 1, n. 4455 del 23/02/2018, Rv. 647298 – 01). E deve ricordarsi, inoltre, che l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (Sez. U, n. 29459 del 13/11/2019, Rv. 656062 – 02). Tale valutazione comparativa è stata compiutamente effettuata dalla Corte d’appello, che – come visto – ha reputato non credibile la versione fornita dall’interessato; cosicchè non può essere ritenuta sussistente alcuna vulnerabilità, nè vi è alcun pericolo di trattamenti inumani in caso di rimpatrio nel paese di provenienza.

2. Il ricorrente soccombente deve essere condannato alla rifusione delle spese sostenute dall’amministrazione resistente, da liquidarsi in Euro 2.100,00, oltre spese prenotate a debito.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese di controparte, che liquida in Euro 2.100,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 15 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 2021

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