Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28727 del 16/12/2020

Cassazione civile sez. trib., 16/12/2020, (ud. 14/01/2020, dep. 16/12/2020), n.28727

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Maria Marcello – Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – rel. Consigliere –

Dott. SAIEVA Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12846/2013 R.G. proposto da:

S.F., elettivamente domiciliato in Roma, via A. Gramsci n.

14, presso lo studio dell’avv. Antonella Giglio, che lo rappresenta

e difende con l’avv. Maurizio Leone, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma via dei Portoghesi 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato che la rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 144/43/12 della Commissione tributaria

regionale della Lombardia, depositata in data 13 novembre 2012;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 14 gennaio

2020 dal Consigliere Paolo Fraulini.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Commissione tributaria regionale per la Lombardia, in riforma della sentenza di primo grado, ha respinto l’opposizione proposta da S.F., titolare di omonima ditta individuale, avverso l’avviso di accertamento n. (OMISSIS) relativo a recupero a tassazione di reddito di impresa per l’anno di imposta 2005.

2. Ha rilevato il giudice di appello che l’avviso opposto, riproducente l’accertamento degli operanti, conteneva analitica indicazione dell’incongruenza della percentuale di ricarico sulle vendite effettuate nei periodi oggetto di accertamento, mentre risultava del tutto sfornita di prova l’effettuazione della vendita promozionale per cui il contribuente aveva inoltrato istanza al competente Comune.

3. Per la cassazione della citata sentenza S.F. ricorre con sette motivi; l’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

4. Il ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis 1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso lamenta:

a. Primo motivo: “art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: violazione o falsa applicazione D.P.R. n. 917 del 1986, art. 9, comma 3” deducendo che la sentenza impugnata non ha in alcun modo tenuto conto della questione degli “sconti d’uso”, contenuta nelle considerazioni della sentenza di primo grado, in tal modo violando i criteri di legge per la determinazione del reddito di impresa.

b. Secondo motivo: “art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: violazione o falsa applicazione D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d)” deducendo che la sentenza impugnata non ha in alcun modo tenuto conto della questione delle “vendite di fine stagione”, contenuta nelle considerazioni della sentenza di primo grado, in tal modo violando i criteri di legge per la determinazione della percentuale di ricarico sul venduto.

c. Terzo motivo: “art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, e precisamente l’esistenza e la quantificazione di “sconti d’uso”, immotivatamente esclusi nei conteggi relativi alla determinazione dei ricavi”.

d. Quarto motivo: “art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, e precisamente l’esistenza e la quantificazione delle “vendite di fine stagione”, immotivatamente escluse nei conteggi relativi alla determinazione dei ricavi”.

e. Quinto motivo: “art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, e precisamente l’esistenza e la quantificazione della “vendita promozionale”, immotivatamente esclusa nei conteggi relativi alla determinazione dei ricavi”.

f. Sesto motivo: “art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: illogica e dunque insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, e precisamente l’effettuazione della vendita promozionale”.

2. L’Agenzia delle Entrate argomenta l’inammissibilità del ricorso, di cui chiede comunque il rigetto.

3. Il ricorso va respinto.

4. In ordine logico vanno esaminati con priorità le censure attinenti ai vizi motivazionali della sentenza impugnata, che sono inammissibili.

5. Il terzo motivo, che riguarda la questione degli “sconti d’uso” è inammissibile. Invero, esso fa riferimento a un’affermazione della sentenza di primo grado, la cui mancata considerazione critica viene imputata alla sentenza di appello. Tuttavia, va rilevato che in appello l’odierno ricorrente è rimasto contumace e che tale condizione non è in alcun modo contestata quanto alla sua regolarità. Ne deriva che il contumace in appello, rinunciando a difendersi in quel grado di giudizio, decade da ogni contestazione inerente all’ambito devolutivo del gravame che, per effetto della rinuncia a svolgere difese, viene gestito in base alle sole domande e allegazioni della controparte. Con l’ulteriore conseguenza che la parte ritualmente dichiarata contumace in appello può proporre ricorso per cassazione in relazione alla sola motivazione resa dal giudice di secondo grado, sulla base di quanto ritualmente dedotto in appello, ma non può pretendere che la Corte di Cassazione sindachi l’ambito dell’effetto devolutivo che, per effetto della contumacia, è rimasto circoscritto all’analisi delle sole questioni ritualmente devolute in appello.

6. Per le medesime ragioni appena illustrate è inammissibile anche il quarto motivo.

7. Quanto poi alle “vendite promozionali”, oggetto del quinto motivo, va rilevato che le relative censure sono inammissibili giacchè alla fattispecie si applica la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, essendo la sentenza impugnata stata depositata dopo l’11 settembre 2012. In tale contesto, il vizio di motivazione è denunciabile in cassazione ai sensi del citato art. 360 c.p.c., solo per anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014). L’irrilevanza delle risultanze processuali ai fini dell’applicazione del sindacato sulla motivazione è stata ulteriormente precisata nel senso che il vizio denunciabile è limitato all’omesso esame di un fatto storico – da intendere quale specifico accadimento in senso storico – naturalistico (Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 24035 del 03/10/2018), principale o secondario, rilevante ai fini del decidere e oggetto di discussione tra le parti (Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 26305 del 18/10/2018). L’applicazione dei tali principi al caso di specie porta a rilevare che non solo non risulta alcuna omissione motivazionale (poichè la CTR dà conto della mancata prova dell’effettuazione dei pur formalmente richiesti saldi), ma che le ragioni della decisione sul punto appaiono del tutto coerenti e comprensibili, con la conseguente inammissibilità della relativa contestazione, che tende in realtà a far compiere a questa Corte una nuova e diversa valutazione del materiale probatorio.

8. I motivi sesto e settimo sono inammissibili, sia perchè del tutto analogamente tendono a far compiere a questa Corte una nuova valutazione del materiale probatorio, sia perchè denunciano l’insufficienza motivazionale, non più esistente nel paradigma del nuovo art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

9. Tanto determina l’inammissibilità anche dei primi due motivi di ricorso, che lamentano violazione o falsa applicazione di norme di diritto, risultando le dedotte questioni relative alla correttezza dell’interpretazione o applicazione delle norme di diritto in oggetto precluse dall’accertamento, in fatto, definitivo, da parte del giudice di merito, in punto d’insussistenza degli sconti d’uso e delle vendite promozionali, per effetto dell’inammissibilità delle rispettive censure ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

10. La soccombenza regola le spese.

PQM

La corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna S.F. a rifondere all’Agenzia delle Entrate le spese di lite, che liquida in complessivi Euro 4.100,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 14 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2020

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