Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28703 del 23/12/2011

Cassazione civile sez. lav., 23/12/2011, (ud. 17/11/2011, dep. 23/12/2011), n.28703

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – rel. Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

F.G.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

GIOVANNI BETTOLO 22, presso lo studio dell’avvocato GIANCARLO

PENZAVALLI, che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

ECOESPANSO S.R.L.;

– intimata –

sul ricorso 16063-2007 proposto da:

ECOESPANSO S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, L. G. FARAVELLI 22, presso lo

studio dell’avvocato MARESCA ARTURO, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MARIANI MICHELE, giusta delega in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

F.G.L.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1567/2006 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 07/12/2006 r.g.n. 1789/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/11/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA;

udito l’Avvocato PENZAVALLI GIANCARLO;

udito l’Avvocato VALERIA COSENTINO per delega ARTURO MARESCA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale e dell’incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza 10.5. – 13.7.05 il Tribunale di Pisa, dichiarata l’illegittimità del licenziamento collettivo intimato dalla Ecoespanso S.r.l. nei confronti – fra gli altri – di G.L. F., condannava detta società a reintegrarlo nel posto di lavoro e a pagargli le retribuzioni maturate dal licenziamento alla data di reintegra.

In parziale riforma delle statuizioni di prime cure, la Corte d’Appello di Firenze, con sentenza n. 1567/06, respingeva la domanda del F. limitatamente alla pronuncia di reintegra e limitava il risarcimento dei danni in suo favore a sole 5 mensilità retributive.

Ritenevano i giudici del gravame che, poichè il licenziamento per riduzione di personale che aveva coinvolto il F. (intimato l’11.12.02) era ancora inefficace (in quanto intimato in costanza di malattia) allorquando il lavoratore era stato poi licenziato il 13.11.03 anche per superamento del periodo di comporto (perdurando la malattia medesima), le istanze reintegrazione non potessero esaminarsi, dovendo necessariamente confluire nel separato e diverso giudizio di impugnazione del secondo (in ordine di tempo) licenziamento, giacchè soltanto a seguito di quest’ultimo il F. era stato effettivamente estromesso dal proprio posto di lavoro.

Per la cassazione di tale sentenza ricorre il lavoratore affidandosi a tre motivi.

Resiste con controricorso la Ecoespanso S.r.l., che a sua volta spiega ricorso incidentale per un unico motivo, poi ulteriormente illustrato con memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente si riuniscono ex art. 335 c.p.c. il ricorso principale e quello incidentale, in quanto afferenti alla medesima sentenza.

Con il primo motivo il ricorrente principale deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18 e art. 2110 c.c. nella parte in cui l’impugnata sentenza, pur confermando l’invalidità del licenziamento per riduzione di personale – la cui efficacia era stata meramente sospesa dalla Ecoespanso S.r.l. perchè intimato in costanza di malattia del F. – ha poi negato la reintegra nel posto di lavoro e le relative conseguenze economiche sol perchè nel frattempo la società aveva intimato un altro licenziamento (questa volta per superamento del periodo di comporto), secondo licenziamento da ritenersi privo di effetto fino a quando non fosse stato annullato il primo recesso.

Il motivo è infondato.

Come si evince dall’impugnata sentenza, la Ecoespanso S.r.l. ha intimato l’11.12.02 il primo licenziamento per riduzione di personale, per poi “sospenderlo” pochi giorni dopo perchè il F. era in malattia, specificando che il recesso avrebbe prodotto i propri effetti al termine dello stato morboso.

Nel frattempo, essendosi la malattia del lavoratore protratta – a dire della società -oltre il termine massimo di comporto, la Ecoespanso intimava un secondo licenziamento.

Entrambi gli atti di recesso sono stati separatamente impugnati in sede giurisdizionale dal F.: solo il primo forma oggetto del presente processo.

Del secondo e dei relativi effetti la sentenza in questa sede impugnata non ha preso cognizione alcuna, neppure in via incidentale.

Orbene, a prescindere dalla questione della validità o meno del secondo recesso (quello per asserito mancato superamento del periodo di comporto) che è oggetto di distinta impugnativa giudiziale e su cui questa S.C. non può, nella presente sede, pronunciarsi, non merita censura l’assunto dell’impugnata sentenza secondo cui non si può ordinare la reintegra ex art. 18 Stat. con le relative conseguenze economiche perchè il primo licenziamento (quello per riduzione di personale), la cui illegittimità è stata pur confermata dai giudici d’appello, non ha avuto materiale esecuzione per la sopravvenuta estromissione dal lavoro del F. solo in forza del secondo recesso.

E’ pur vero che, alla luce di Cass. 22.3.07 n. 7049 e di Cass. 26.7.96 n. 6751, il licenziamento, in quanto negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro giunge a conoscenza del dipendente, anche ove la sua efficacia risolutiva venga (per qualche ragione) differita ad un momento successivo.

Tuttavia il caso in esame è (solo in parte) diverso, nel senso che i giudici del gravame, lungi dal negare il perfezionarsi del primo recesso – tanto da averne confermato l’illegittimità e da avere condannato la Ecoespanso S.r.l. a pagare al F., ex art. 18 Stat., cinque mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto – hanno solo negato l’ordine di reintegra in quanto quest’ultimo consegue all’effettiva estromissione dall’azienda, che nella specie è avvenuta in forza del secondo recesso (per superamento del periodo di comporto, licenziamento che – come si è detto – forma oggetto di separato giudizio).

D’altronde, un ordine di reintegra emesso in relazione al primo recesso malgrado l’intimazione di un secondo licenziamento non sarebbe eseguibile prima dell’eventuale invalidazione di quest’ultimo, mentre dopo risulterebbe inutiliter dato, sovrapponendosi a quello emesso in occasione dell’annullamento o della declaratoria di nullità del secondo recesso.

In conclusione, all’esito dei gradi di merito, ove dichiarata l’invalidità del secondo licenziamento si dovrà emettere ordine di reintegra del F., con tutte le conseguenze di cui all’art. 18 Stat.; ove – invece – ne resti accertata la validità, ogni questione di reintegra risulterà ormai superata.

2. Con i motivi secondo e terzo il F. lamenta, rispettivamente, omessa motivazione sull’eccepita tardività dell’eccezione sollevata dalla Ecoespanso circa la pretesa impossibilità di reintegrare il lavoratore e di corrispondergli il risarcimento ex art. 18 Stat. e violazione dell’art. 437 c.p.c., comma 2.

Tali doglianze sono infondate, essendo quelle svolte dalla Ecoespanso mere difese e non già eccezioni in senso stretto destinate ad incontrare il regime di preclusione di cui all’art. 437 c.p.c., comma 2.

Invero, eccezioni in senso stretto sono unicamente quelle per le quali la legge espressamente riservi il potere di rilevazione alla parte o quelle in cui il fatto integrante l’eccezione corrisponda all’esercizio di un diritto potestativo azionabile in giudizio da parte del titolare, di guisa che, per svolgere l’efficacia modificativa, impeditiva od estintiva di un rapporto giuridico, supponga il tramite di una manifestazione di volontà, da sola o realizzabile attraverso un accertamento giudiziale (espressamente in tal senso, in termini di teoria generale dell’eccezione, cfr. Cass. S.U. 27.7.05 n. 15661).

Invece, la reintegra è un effetto della pronuncia emessa ex art. 18 Stat. estranea all’esercizio di diritti potestativi del datore di lavoro, che – quindi – in ogni momento può dedurne la totale o parziale inapplicabilità al caso oggetto di lite.

3. Le considerazioni che precedono sub 1. importano il rigetto del ricorso incidentale, con cui si lamenta violazione di legge per avere la Corte territoriale condannato la predetta società a pagare al F. cinque mensilità dell’ultima retribuzione a titolo di risarcimento minimo ex art. 18 Stat., doglianza sollevata in base all’erroneo presupposto dell’inapplicabilità della norma citata a fronte di un licenziamento non ancora efficace (come era stato il primo recesso manifestato dalla Ecoespanso).

Infatti, come si è già anticipato richiamando Cass. 22.3.07 n. 7049 e Cass. 26.7.96 n. 6751, essendosi il primo licenziamento, in quanto negozio unilaterale recettizio, già perfezionatosi nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro recedente è giunta a conoscenza del F. e, quindi, ancor prima del verificarsi dell’effetto risolutivo, differito alla cessazione dello stato di malattia, è comunque dovuta la condanna al pagamento del risarcimento dei danni nella misura minima inderogabile di cinque mensilità.

Tale risarcimento in misura minima ha carattere autonomo rispetto alla tutela c.d. ripristinatoria, sicchè consegue ad ogni accertamento di illegittimità del licenziamento, per il solo fatto di essere stato intimato e indipendentemente dalla necessità di un intervento reintegratorio, perciò anche quando il rapporto di lavoro abbia avuto un’interruzione inferiore ai cinque mesi o non abbia avuto alcuna interruzione, a prescindere dall’esistenza di una colpa del datore di lavoro e da un’eventuale revoca del licenziamento (cfr., ad es., Cass. 1.7.04 n. 12102, nonchè – in anni meno recenti – Cass. 21.12.95 n. 13047 e Cass. 12.10.93 n. 10085) e persino a prescindere dall’interesse del lavoratore alla reintegra (cfr. Cass. 24.10.91 n. 11300), cui – in ipotesi – potrebbe anche rinunciare.

3- In conclusione, entrambi i ricorsi vanno rigettati.

La reciproca soccombenza induce a compensare per intero fra le parti le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

LA CORTE riuniti i ricorsi, li rigetta. Compensa per intero fra le parti le spese del giudizio.

Così deciso in Roma, il 17 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 dicembre 2011

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