Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28702 del 16/12/2020

Cassazione civile sez. VI, 16/12/2020, (ud. 20/10/2020, dep. 16/12/2020), n.28702

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4704-2019 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE, (OMISSIS), in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

NOMENTANA 403/B2, presso lo studio dell’avvocato ANTONELLA FIORINI,

rappresentata e difesa dall’avvocato MICHELA GABRIELLA NOCCO;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE 80078750587, in

persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso la sede dell’AVVOCATURA

dell’Istituto medesimo, rappresentato e difeso dagli avvocati

ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO, EMANUELE DE ROSE, GIUSEPPE MATANO,

CARLA D’ALOISIO, ESTER ADA VITA SCIPLINO;

– controricorrente –

contro

S.N., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANGELO EMO

144, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO CALARCO, rappresentata

e difesa dall’avvocato CIRO PASQUALE LENTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1042/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 31/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 20/10/2020 dal Consigliere Relatore Dott. ALFONSINA

DE FELICE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte d’appello di Catanzaro, a conferma della sentenza del Tribunale di Cosenza, ha accolto la domanda di S.N., diretta a sentir dichiarare l’intervenuta prescrizione del credito contributivo Inps portato nella cartella di pagamento notificata alla contribuente il 17/1/2009, di cui al preavviso di fermo amministrativo notificato alla stessa dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione il (OMISSIS);

la cassazione della sentenza è domandata dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione sulla base di due motivi, illustrati da successiva memoria;

S.N. e l’Inps hanno resistito con tempestivo controricorso;

è stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

col primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la ricorrente denuncia “Violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49, in relazione all’art. 2946 c.c.”;

sostiene l’applicazione del termine decennale di prescrizione sulla base di argomenti che asserisce non aver costituito oggetto della pronuncia delle Sez. Un. 23397 del 2016, quali l’effetto novativo che si determinerebbe una volta formato e trasmesso il ruolo, in virtù del quale le ragioni del credito verrebbero incorporate in un unico credito;

col secondo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deduce “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 112 del 1999, artt. 19 e 20, in relazione all’art. 2946 c.c.;

contesta l’affermazione della Suprema Corte, secondo cui le norme citate in epigrafe non si applicherebbe al caso de quo non riguardando, la norma, i rapporti fra contribuente ed ente impositore, bensì i rapporti tra quest’ultimo e l’agenzia incaricata della riscossione e i conseguenti effetti derivanti dall’applicazione di siffatta statuizione;

i due motivi, esaminati congiuntamente per la loro intima connessione, sono inammissibili ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c.;

essi contengono critiche – rivolte a confutare un orientamento ormai consolidato espresso dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 23397 del 2016 a cui il giudice dell’appello ha dato corretta attuazione – che non aggiungono alcun elemento utile ad indurne un ripensamento;

il predetto orientamento ha stabilito che “La scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo la L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10,) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che, dall’1 gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto (D.L. n. 78 del 2010, art. 30, conv., con modif., dalla L n. 122 del 2010).”;

in linea con il richiamato principio, con riferimento al preteso effetto novativo derivante dalla formazione del ruolo, questa Corte è intervenuta affermando che “In tema di riscossione di crediti previdenziali, il subentro dell’Agenzia delle Entrate quale nuovo concessionario non determina il mutamento della natura del credito, che resta assoggettato per legge ad una disciplina specifica anche quanto al regime prescrizionale, caratterizzato dal principio di ordine pubblico dell’irrinunciabilità della prescrizione; pertanto, in assenza di un titolo giudiziale definitivo che accerti con valore di giudicato l’esistenza del credito, continua a trovare applicazione, anche nei confronti del soggetto titolare del potere di riscossione, la speciale disciplina prevista dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, invece della regola generale sussidiaria di cui all’art. 2946 c.c. (Cass. n. 31352 del 2018) e ciò in conformità alla natura di atto interno all’amministrazione attribuito al ruolo” (Cass. n. 14301 del 2009);

allo stesso modo non assume rilievo il richiamo al D.Lgs. n. 112 del 1999, art. 20, comma 6, che prevede un termine di prescrizione strettamente inerente al procedimento amministrativo per il rimborso delle quote inesigibili, che in alcun modo può interferire con lo specifico termine di prescrizione previsto dalla legge per azionare il credito nei confronti del debitore (Sez. Un. 23397 del 2016; Cass. n. 31352 del 2018; Cass. n. 9746 del 2020);

in definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile per contrasto con i principi consolidati espressi dalle Sezioni Unite n. 23397 del 2016;

le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza;

in considerazione dell’esito del giudizio, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità in favore dei controricorrenti, che liquida in Euro 200 per esborsi, Euro 2.000,00 a titolo di compensi professionali in favore di S.N., con distrazione delle stesse in capo al difensore di questa, dichiaratosi anticipatario, e in Euro 2.000,00 al medesimo titolo ed Euro 200 per esborsi in favore dell’Inps, oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’adunanza camerale, il 20 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2020

 

 

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