Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28676 del 23/12/2011

Cassazione civile sez. II, 23/12/2011, (ud. 07/12/2011, dep. 23/12/2011), n.28676

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. PICCIALLI Luigi – rel. Consigliere –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.P. (OMISSIS), C.F.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA FLAMINIA

213, presso lo studio dell’avvocato REBOA ROMOLO, che li rappresenta

e difende unitamente all’avvocato PUERARI SERGIO;

– ricorrenti –

contro

A.V. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

LARGO LEOPOLDO FREGOLI 8, presso lo studio dell’avvocato SALONIA

ROSARIO, rappresentato e difeso dall’avvocato ZAMOLO GABRIELE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2128/2005 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 15/09/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/12/2011 dal Consigliere Dott. LUIGI PICCIALLI;

udito l’Avvocato PUERARI Sergio, difensore dei ricorrenti che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso l’avvocato deposita in udienza

nota spese;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio che ha concluso per l’accoglimento del 1 motivo del

ricorso, e l’assorbimento del 2 motivo.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Pretore di Varese, sede dist. di Luino, del luglio 1997 P. e C.F. chiedevano, ai sensi dell’art. 1159 bis c.c. e della L. 10 maggio 1976, n. 346, di essere dichiarati proprietari per usucapione quindicennale di un fondo, costituito da due appezzamenti di terreno e fabbricato rustico, sito in (OMISSIS); a tale richiesta si opponeva A.V., assumendo e documentando di aver acquistato il compendio, con atto pubblico del 19.6.96, da d.M.S., che a sua volta l’aveva acquistato il 31.5.95, mentre, per converso,la scrittura in data 2.6.81 intervenuta tra il fratello e dante causa dei ricorrenti, P. C. e tale D.M.L., costituiva al più un contratto preliminare, astrattamente idoneo a trasferire soltanto la detenzione, ma non anche il possesso, che comunque neppure era stato di fatto mai esercitato.

All’esito della svolta istruttoria, documentale e orale, il Tribunale di Varese, sez. dist. di Gavirate (cui la causa era pervenuta a seguito della nota riforma ordinamentale), respinse l’opposizione ed accolse la domanda di usucapione.

Ma, a seguito dell’appello proposto dall’ A., con atto di citazione notificato il 2.7.03, non seguito dalla costituzione degli appellati, la Corte di Milano, dichiarata la contumacia di questi ultimi, in accoglimento del gravame e dell’opposizione, respingeva la domanda di usucapione, condannando gli appellati alle spese del doppio grado.

A tale decisione la corte di merito perveniva sulla base di analitica disamina della documentazione hinc et inde prodotta, la cui desumeva, da una parte e segnatamente, che nessun titolo a possedere potesse derivare al C. dalla citata scrittura privata, una dichiarazione di quietanza proveniente “a non domino” al più idonea, quale contratto preliminare, a dar luogo ad una detenzione, cui non aveva fatto seguito alcun atto di interversione in possesso, dall’altra, che la proprietà del predio fosse pervenuta all’ A. in virtù di una serie di trasferimenti regolarmente trascritti, a partire dall’originario proprietario B.. Per di più, soggiungeva la corte quanto alle risultanze orali, a parte le significative ammissioni dei C., in sede d’interrogatorio formale, di non aver mai riportato i beni nella dichiarazione dei redditi, le testimonianze che il primo giudice aveva valorizzato ai fini dell’esercizio del possesso erano inattendibili, essendo contrastate, oltre che da precise deposizioni di segno opposto, riferenti della detenzione da parte di un affittuario dell’ A., anche con un’attestazione comunale dello stato d’inagibilità del fabbricato rurale, altresì rivelandosi intrinsecamente contraddittorie.

Contro tale sentenza i C. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.

Ha resistito l’ A. con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va preliminarmente disattesa, alla luce dell’ormai consolidato indirizzo della giurisprudenza di questa Corte (tra le altre v. nn. 1954/909, 26533/05, 1401l/05), l’eccezione d’inammissibilità, sollevata dal controricorrente, per l’assunto difetto di specialità ex art. 365 c.p.c., della procura apposta a margine del ricorso, considerato che la contestualità documentale tra l’atto d’impugnazione ed il mandato e la certezza della sottoscrizione in epoca successiva alla sentenza di merito impugnata, desumibile dalla circostanza che il mandato stesso risulti riportato sia sull’originale, sia sulla copia conforme notificata all’intimato, non consentono di poter dubitare che il conferente abbia inteso con l’atto in questione specificamente impugnare nella presente sede la sentenza di merito.

Con il primo motivo di ricorso viene dedotta la “nullità della sentenza e del procedimento”, censurandosi la dichiarazione di contumacia degli appellati e l’omesso rilievo, da parte della Corte territoriale, della nullità della vocatio in ius per inosservanza dell’art. 163, comma 7, richiamato dall’art. 342 c.p.c., derivante dall’omissione nell’atto di citazione in appello dell’invito a costituirsi nel termine di venti giorni prima dell’udienza ed a comparire davanti al giudice designato ex art. 168 bis c.p.c., con l’avvertimento che la costituzione oltre i suddetti termini avrebbe comportato le decadenze di cui all’art. 167 c.p.c.; a tal riguardo si sostiene, con richiami giurisprudenziali di legittimità, che non sarebbe stato sufficiente il mero e generico rinvio, contenuto nell’atto introduttivo, ai termini di cui all’art. 166 c.p.c. Il motivo è infondato.

Va anzitutto precisato – così disattendendosi la preliminare obiezione opposta dal controricorrente alla suesposta censura – che la tesi, secondo cui nel caso di specie non sarebbe stato applicabile l’ordinario rito codicistico previsto per il procedimento di appello, bensì quello speciale di cui alla L. 10 maggio 1976, n. 346, prevedente l’introduzione del giudizio con ricorso e la trattazione dello stesso in camera di consiglio, è priva di alcun riscontro normativo. L’art. 3 della legge sopra citata prevede, infatti, il rito speciale soltanto per il giudizio di primo grado, nella fase anteriore alle eventuali opposizioni, e non anche per quella successiva o, a fortiori per quella relativa all’eventuale giudizio di appello, conseguente alle impugnazioni delle parti avverso la sentenza che abbia pronunziato su dette opposizioni, a seguito delle quali si instaura un normale procedimento a cognizione ordinaria. Da tanto consegue l’applicabilità anche in subiecta materia, in assenza di espresse disposizioni derogatorie e di particolari esigenze sistematiche imponenti l’estensione del rito speciale in sede di gravame, della generale regola di cui all’art. 342 c.p.c., comma 1, prevedente quale ordinaria forma dell’atto introduttivo dell’appello quella della citazione, contenente tra l’altro “le indicazioni prescritte dall’art. 163 c.p.c.”.

A tal riguardo e con riferimento ai procedimenti (come quello in esame) disciplinati dalla disposizione suddetta, così come risultante dalle innovazioni introdotte dalla L. n. 353 del 1990, è stato affermato da questa Corte, con sentenza n. 970 del 2007 (cui si sono conformate altre successive), che essendo, tra gli elementi che la citazione in appello deve contenere in virtù del richiamo operato dall’art. 342 c.p.c., comma 1, compreso anche l’avvertimento di cui all’art. 163 c.p.c., comma 7, secondo cui la costituzione tardiva implica le conseguenti decadenze, tali dovendosi intendere quelle proprie del giudizio di gravame (in particolare quelle di proporre impugnazioni incidentali, di riproporre le eccezioni disattese nonchè le questioni non accolte o ritenute assorbite nel primo giudizio), la relativa omissione comporta la nullità dell’atto introduttivo, con la conseguenza che, in mancanza di costituzione dell’appellato, il giudice ne debba ordinare la rinnovazione. Le ragioni di tale invalidità, mutuate dalla precedente giurisprudenza formatasi in relazione alle analoghe omissioni afferenti la citazione di primo grado, sono state genericamente indicate nelle finalità di garanzia della parte appellata, cui la disposizione assolve e che resterebbero sensibilmente “depotenziate” nel loro specifico contenuto monitorio nei casi in cui nell’atto di citazione si faccia generico riferimento all’art. 166 c.p.c. (v., in particolare, Cass. n. 13652/04).

Il collegio non ritiene di doversi conformare alla suesposta giurisprudenza, poichè le ragioni sopra esposte, se del tutto condivisibili con riferimento alle conseguenze delle omissioni formulari in questione, afferenti l’atto introduttivo del giudizio di primo grado, che ordinariamente è indirizzato personalmente alla controparte ancora priva di procuratore e difensore e, dunque, normalmente non in condizioni per poter comprendere adeguatamente e con sufficiente cognizione tecnico – giuridica la portata del richiamo ad una norma processuale, ancorchè specificamente indicata, non altrettanto può ritenersi quanto al giudizio di gravame, che nella maggior parte dei casi viene invece instaurato dalla parte, del tutto o parzialmente soccombente in primo grado, nei confronti di una controparte, che è stata assistita da un difensore tecnico. In tali casi, nei quali ai sensi dell’art. 330 c.p.c. la notifica dell’atto di impugnazione avviene presso il procuratore domiciliatario dell’appellato, un’interpretazione costituzionalmente orientata delle norme di riferimento (tra cui quella dell’art. 359 c.p.c., secondo cui le disposizioni disciplinanti il giudizio di primo grado si applicano a quello di appello in quanto compatibili), in relazione ai principi regolatori del “giusto processo”, aventi di mira le esigenze di garanzia della difesa nella loro effettività, contemperando tuttavia le stesse con quelle della ragionevole durata del processo (principio che il legislatore ha recentemente codificato nel parametro di cui all’art. 360 bis c.p.c., n. 2, introdotto dalla “novella” del 2009), deve escludersi che, nei casi in cui (come nella specie) l’atto citazione in appello sia stato notificato all’appellato, in persona del suo procuratore domiciliatario, dalla irregolarità formulare consistente nella omessa espressa indicazione, nel generico richiamo all’art. 166 c.p.c., dei termini concessi per la costituzione e delle conseguenze comminate dalla legge per in casi di tardiva costituzione, possa derivare la grave conseguenza della nullità dell’atto introduttivo.

In tali casi, infatti, la particolare qualità della persona “tecnicamente attrezzata” concretamente ricevente la notifica consente alla parte destinataria di apprezzare adeguatamente, tramite tale rappresentante, il contenuto dell’atto, quand’anche nello stesso non siano espressamente trascritti elementi, tuttavia agevolmente desumibili, in ragione delle minimali cognizioni tecnico – giuridiche di cui deve presumersi professionalmente dotato il ricevente, dai richiami normativi contenutivi.

Con il secondo motivo si deduce insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo, censurandosi, in quanto “apodittica ed illogica”, l’affermazione secondo cui “la domanda di usucapione dei deducenti non fosse fondata sul presupposto della esegesi dell’istruttoria orale svolta in primo grado”, in contrario sostenendosi che il primo giudice aveva invece “correttamente accertato e statuito che il possesso dei C. si era protratto per i quindici anni richiesti dall’art. 1159 bis c.c.”, avendo evidenziato come la circostanza addotta dagli opponenti, della conduzione in affitto del fondo da parte di tale Ca. per concessione dell’ A., resosi acquirente il 19.6.96, fosse di oltre 15 anni successiva alla presa di possesso di C.P..

Le censure sono palesemente inammissibili, sia nella parte in cui si limitano a richiamare le ragioni poste a base della decisione di primo grado, senza specificamente attaccare quelle in base alle quali il giudice di appello ha ritenuto di non condividerle, sia perchè si risolvono, comunque, nel tentativo, peraltro anche difettante di autosufficienza nei generici richiami istruttori, di accreditare una diversa interpretazione delle risultanze processuali nella presente sede di legittimità, nella quale l’apparato argomentativo della sentenza impugnata va vagliato in base alla sua intrinseca tenuta logico – giuridica, e non anche raffrontato con alternative ipotesi di lettura degli elementi probatori.

Nella fattispecie la motivazione esposta dal secondo giudice, nei suoi essenziali elementi riportati in narrativa, in quanto esente da violazioni di legge o illogicità testualmente rilevabili, risulta incensurabile.

Il ricorso va conclusivamente respinto.

Si compensano tuttavia le spese, tenuto conto dello spunto offerto al primo motivo di ricorso dalla giurisprudenza non confermata nella presente decisione e dell’infondatezza delle questioni preliminari dedotte dal controricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e dichiara interamente compensate le spese del giudizio.

Così deciso in Roma, il 7 dicembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 dicembre 2011

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