Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2865 del 31/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 31/01/2022, (ud. 30/09/2021, dep. 31/01/2022), n.2865

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. ESPOSITO Lucia – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11520-2015 proposto da:

M.G., R.M., F.G.F.,

FI.RA., P.G., RU.RO., S.A., tutti

domiciliati in ROMA, PIAZZA DEI PRATI DEGLI STROZZI 34, presso lo

studio dell’avvocato FABRIZIO DE LORENZO, che li rappresenta e

difende;

– ricorrenti –

contro

PFIZER ITALIA S.R.L., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUIGI GIUSEPPE

FARAVELLI 22, presso lo studio degli avvocati ARTURO MARESCA, FRANCO

RAIMONDO BOCCIA che la rappresentano e difendono;

– controricorrente –

E contro

FALLIMENTO DELLA (OMISSIS) S.R.L.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 7580/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 01/12/2014 R.G.N. 6489/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/09/2021 dal Consigliere Dott. LUCIA ESPOSITO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte d’appello di Roma ha respinto l’appello di M.G. e altri, confermando la pronuncia di primo grado con cui era stata rigettata la domanda dei predetti, informatori scientifici del farmaco, volta alla declaratoria di nullità, illegittimità e inefficacia della cessione di ramo d’azienda da Pfizer Italia s.r.l. a (OMISSIS) s.r.l., con ripristino del rapporto di lavoro presso la cedente e condanna della stessa al pagamento delle differenze retributive e al risarcimento del danno.

2. La Corte territoriale ha premesso che Pfizer Italia s.r.l., con scrittura privata del 30.1.2007, aveva ceduto a (OMISSIS) s.r.l. il ramo d’azienda costituito da due linee di informazione scientifica del farmaco, denominate (OMISSIS) e (OMISSIS), per un corrispettivo di Euro 1.000,00. Il giorno successivo era stata comunicata agli informatori l’avvenuta cessione e la prosecuzione del rapporto di lavoro alle dipendenze della cessionaria. Dopo meno di un anno dalla cessione (OMISSIS) s.r.l. aveva dichiarato lo stato di crisi chiedendo la riduzione del personale relativamente a 200 unità e la (OMISSIS) per (OMISSIS) lavoratori; di seguito aveva deliberato la sospensione dell’attività lavorativa a zero ore.

3. La sentenza impugnata ha respinto l’appello ritenendo, in conformità a precedenti pronunce su fattispecie analoghe, anche di legittimità (v. Cass. n. 1085 del 2012), che la cessione di linea di informatori medico-scientifici, ancorché non accompagnata dalla cessione dei relativi farmaci, avesse avuto ad oggetto “una rete di informatori farmaceutici, in grado di assicurare una capillare ed efficiente copertura del territorio nazionale, dotata di specifica competenza su una determinata area terapeutica e di una struttura gerarchica che ne assicuri il coordinamento ed il controllo… tanto più ove si consideri che, per effetto della evoluzione normativa della norma codicistica, assume decisivo rilievo, quale elemento della fattispecie legale, il riferimento alla “attività”, che sembra definitivamente svincolare la stessa dalla nozione commercialistica dettata dall’art. 2555 c.c.”, come tale idonea ad integrare un ramo d’azienda ai sensi dell’art. 2112 c.c..

4. Avverso tale sentenza gli informatori in epigrafe hanno proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi. Pfizer Italia s.r.l. ha resistito concontroricorso.

5. Parte ricorrente ha comunicato memoria corredata da documentazione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta la violazione dell’art. 2112 c.c., comma 4. I ricorrenti assumono che la decisione impugnata non abbia fatto corretta applicazione dei principi enunciati dalla giurisprudenza di legittimità sul requisito inderogabile di “preesistenza” del ramo d’azienda, quale entità produttiva funzionalmente autonoma, poiché i lavoratori ceduti non si occupavano, prima della cessione, della commercializzazione di farmaci unicamente appartenenti all’area neurologica e cardiovascolare, e, inoltre, provvedevano a informare, oltre ai medici, le farmacie su tutti i prodotti di Pfizer, ciò risultando dall’attività istruttoria espletata.

2. Con il secondo motivo deducono error in iudicando ed omessa o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo e ciò in relazione a tre messaggi di posta elettronica interna che confermano come i ricorrenti avessero l’obbligo di propagandare tutti i prodotti Pfizer Italia s.r.l..

3. Con il terzo motivo i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 1406 e 2112 c.c., violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. per l’errata valutazione delle circostanze atte a integrare un collegamento negoziale finalizzato a eludere l’applicazione delle norme imperative sul licenziamento.

4. Con il quarto motivo deducono omessa motivazione per mancato esame della documentazione, lamentando la mancata valutazione di una serie di circostanze che documentano l’intervenuta cessione di contratti di lavoro (situazione debitoria per svariati milioni di Euro della cessionaria, prezzo fittizio stabilito per la cessione, fallimento avvenuto subito dopo, rinvio e giudizio dei collegi sindacali per violazione della legge fallimentare).

5. Va premesso che è inammissibile la produzione documentale allegata alla memoria di parte ricorrente, poiché nel giudizio innanzi alla Corte di cassazione, ai sensi dell’art. 372 c.p.c., non è ammesso il deposito di atti e documenti non prodotti nei precedenti gradi del processo, salvo che non riguardino l’ammissibilità del ricorso e del controricorso ovvero la nullità della sentenza impugnata (ex multis Cass. n. 28505 del 23/12/2005).

6. I primi due motivi di ricorso possono essere trattati congiuntamente. Gli stessi sono inammissibili poiché le critiche mosse, ove pure si prescinda dalla genericità delle stesse e dal difetto di autosufficienza pure rilevabili (non sono trascritti né depositati gli atti e documenti – contratto di affitto, contratto di cessione di ramo d’azienda – su cui le censure si fondano, né le note richiamate), non investono l’interpretazione ed applicazione dell’art. 2112 c.c., bensì l’accertamento compiuto dai giudici di merito ai fini della qualificazione delle linee cedute come articolazioni funzionalmente autonome in grado di integrare il requisito normativo di ramo di azienda.

7. La Corte, infatti, ha rilevato che dagli elementi istruttori emerge che ciascuna linea terapeutica era caratterizzata da specifica competenza su una determinata area terapeutica, che ogni informatore era addetto a una zona e a una linea specifica ed era incaricato o di visitare la medesima tipologia di medici specialistici ovvero di illustrare, presso i medici generici, quelle indicazioni terapeutiche dei farmaci che erano attinenti all’area terapeutica che connotava la linea, che gli informatori appartenenti alla medesima linea erano sempre stati destinatari dei medesimi percorsi formativi, che anche il sistema di incentivazione e premiazione era strutturato per linee di formazione, con la conseguenza che i rilievi dei ricorrenti circa la commercializzazione di tutti i farmaci Pfizer anche presso le farmacie erano confinati nell’ambito della valutazione delle risultanze probatorie, rimesso al giudice del merito.

8. Va ricordato che questa Corte (v. Cass. n. 3340 del 2019; n. 640 del 2019; n. 10320 del 2018; n. 24155 del 2017; n. 195 del 2016) ha più volte definito i confini in cui si articola il giudizio di diritto che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 descrive attraverso le espressioni di violazione o falsa applicazione di legge; il vizio di violazione di legge investe immediatamente la regola di diritto, risolvendosi nella negazione o affermazione erronea della esistenza o inesistenza di una norma, ovvero nell’attribuzione ad essa di un contenuto che non possiede, avuto riguardo alla fattispecie in essa delineata; il vizio di falsa applicazione di legge consiste, o nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perché la fattispecie astratta da essa prevista – pur rettamente individuata e interpretata – non è idonea a regolarla, o nel trarre dalla norma, in relazione alla fattispecie concreta, conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione; si è parallelamente precisato che non rientra nell’ambito applicativo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, ricognizione che, invece, è esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta perciò al sindacato di legittimità; il discrimine tra la violazione o falsa applicazione di norme e l’erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa.

9. La sentenza d’appello, sulla base dell’accertamento in fatto svolto, ha rilevato che “nel caso di specie la cessione ha avuto ad oggetto una autonoma entità stabilmente organizzata per la produzione di uno specifico servizio, preesistente al trasferimento e che dopo il trasferimento ha conservato la sua identità, in quanto essa ha riguardato l’intera organizzazione della rete degli informatori medico-scientifici delle due linee cedute, ciascuna dotata di una specifica competenza, con la relativa struttura gerarchica e con le – sia pur modeste – strutture materiali di cui si avvalevano, sicché gli informatori ceduti poterono continuare ad utilizzare una organizzazione dotata di una propria autonomia ed in grado di coprire efficacemente il territorio nazionale e la produzione dei farmaci loro affidati, continuando a utilizzare le pregresse conoscenze ed esperienze”. In tal modo ha correttamente interpretato e applicato l’art. 2112 c.c., sottraendosi, quindi, alle censure mosse ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Questa Corte, d’altra parte, in fattispecie sovrapponibili a quella oggetto di causa, ha ritenuto integrati l’presupposti della cessione di ramo d’azienda, in coerenza con i principi di diritto enunciati da questa Corte e con le pronunce della Corte di Giustizia (v. Cass. n. 1085 del 2012; n. 21915 del 2015; inoltre, specificamente, Cass. n. 7364 del 16/03/2021: “Ai sensi e per gli effetti dell’art. 2112 c.c., il trasferimento di ramo d’azienda (che si verifica allorquando venga ceduto un complesso di beni oggettivamente dotato di una propria autonomia organizzativa ed economica, funzionale allo svolgimento di un’attività volta alla produzione di beni o servizi) è configurabile come affermato dalla giurisprudenza della CGUE (sentenze 20 gennaio 2011, causa C-463/09; 6 marzo 2014, causa C-458/12; 13 giugno 2019, causa C-664/17) – anche quando oggetto della cessione sia un gruppo organizzato di dipendenti stabilmente assegnato a un compito comune senza elementi materiali significativi, purché tale entità preesista al trasferimento e sia in grado di svolgere quello specifico servizio prescindendo dalla struttura dalla quale viene estrapolata, in favore di una platea indistinta di potenziali clienti. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso l’applicabilità dell’art. 2112 c.c. al trasferimento di un gruppo di lavoratori di un istituto bancario dotati di professionalità eterogenee, come tali inidonee a configurare il presupposto dell’autonomia funzionale del servizio ceduto)”.

10. Per quanto attiene agli altri motivi, relativi alla prospettazione di un negozio in frode, gli stessi sono infondati, avendo la Corte d’appello dato conto, mediante anche richiamo a plurimi precedenti, del fatto che non sono ravvisabili gli estremi del negozio in frode alla legge (pg. 11-12-13), per assenza dei presupposti della ipotizzata frode, in mancanza di una norma contenente un precetto materiale che vieti di raggiungere risultati sostanzialmente equivalenti a quelli espressamente vietati, dell’esistenza di identità di risultato fra contratto espressamente vietato e contratto mezzo di elusione, nonché di elementi sintomatici dell’elusione, precisando che non esiste norma che preveda, come per il contratto in frode alla legge, l’invalidità del contratto in frode ai terzi, ai quali l’ordinamento appresta altri rimedi, anche risarcitori. Va ricordato, inoltre, che per costante giurisprudenza di legittimità (Cass. 20/3/2013 n. 6969, Cass. 14/3/2018 n. 6184) non è enucleabile dal sistema di garanzie apprestate dalla L. 223 del 1991 un precetto che vieti la cessione medesima a soggetto che, per le sue caratteristiche imprenditoriali e in base alle circostanze del caso concreto, renda probabile la cessazione dell’attività produttiva e dei rapporti di lavoro, non ravvisandosi nessun limite, neppure implicito, sanzionato con l’invalidità e inefficacia dell’atto, alla libertà dell’imprenditore di dismettere l’azienda, nel rispetto dell’art. 41 Cost..

11. Il ricorso, conclusivamente, deve essere rigettato, con liquidazione delle spese secondo soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 6.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 30 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2022

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