Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28609 del 15/12/2020

Cassazione civile sez. II, 15/12/2020, (ud. 15/10/2020, dep. 15/12/2020), n.28609

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 16328/16) proposto da:

IMMOBILIARE POLVERELLI, s.r.l. (C.F.: (OMISSIS)), in persona del

legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, in virtù

di procura speciale apposta a margine del ricorso, dall’Avv. Sergio

Bellieni, ed elettivamente domiciliato presso il suo studio, in

Roma, viale Libia, n. 120;

– ricorrente –

contro

D.D.E. DITTA DIFFUSIONE EDITORIALE s.r.l., (C.F.: (OMISSIS)), in

persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e

difesa, in virtù di procura speciale in calce al controricorso,

dall’Avv. Mauro Pietrangeli Bernabei, domiciliata presso il suo

studio, in Roma, v. Severo Carmignano, n. 9;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Roma n. 3600/2016

(depositata il 3 giugno 2016);

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15 ottobre 2020 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

lette le memorie depositate per entrambe le parti ai sensi dell’art.

380-bis.1. c.p.c..

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

1. Con ricorso ex art. 702-bis c.p.c., depositato nel 2015 nella cancelleria del Tribunale civile di Roma e ritualmente notificato, la s.r.l. Diffusione Editoriale evocava in giudizio la s.r.l. Immobiliare Polverelli, esponendo di aver sottoscritto, unitamente a quest’ultima, un contratto preliminare di vendita di un immobile commerciale in data 22 luglio 2009, in virtù del quale la citata società convenuta, quale promittente acquirente, veniva immessa nella detenzione anticipata del bene dietro versamento di un indennizzo mensile. Sulla base di tale circostanza fattuale e sul presupposto che la s.r.l. Immobiliare Polveretti non aveva adempiuto all’obbligo di stipulare il preliminare nel termine pattuito, essa società attrice aveva esercitato il recesso ai sensi dell’art. 1385 c.c., trattenendo la somma di Euro 35.000,00, ragion per cui la stessa agiva in giudizio, con il formulato ricorso, per l’accertamento della legittimità dell’operato recesso e per l’ottenimento del rilascio dell’immobile da parte della convenuta.

Si costituiva in giudizio quest’ultima, la quale resisteva deducendo che, in effetti, tra le parti era stato stipulato un contratto di locazione (e non un preliminare di vendita), chiedendo in via riconvenzionale la condanna della ricorrente ai rimborso dell’importo equivalente al valore dei miglioramenti apportati all’immobile.

Con ordinanza n. 6437/2015, l’adito Tribunale dava atto della rinuncia della ricorrente al diritto di trattenere la caparra e, preso altresì atto della richiesta con cui la società Diffusione Editoriale aveva subordinato la restituzione della stessa alla contestuale estinzione del presunto credito per le migliorie, aveva compensato i due crediti. Con lo stesso provvedimento dichiarava, poi, risolto il contratto per inadempimento della s.r.l. Polverelli Immobiliare, condannando la stessa al rilascio dell’immobile.

2. Avverso la citata ordinanza decisoria – letta in udienza e contestualmente pubblicata – proponeva appello la s.r.l. Polverelli Immobiliare, resistito dalla s.r.l. Diffusione Editoriale, la quale, in via pregiudiziale, eccepiva l’inammissibilità del gravame per sua tardività, contestando, in ogni caso, anche la fondatezza dei motivi dell’appello nel merito.

La Corte di appello di Roma, con sentenza n. 3600/2016 (depositata il 3 giugno 2016), emessa ai sensi dell’art. 281-sexies c.p.c., accoglieva la suddetta eccezione in rito e, pertanto, dichiarava l’inammissibilità dell’appello, condannando la soccombente appellante alla rifusione delle spese del grado nella misura di Euro 22.000,00.

A sostegno dell’adottata decisione la predetta Corte ravvisava la tardività della proposizione dell’atto di appello sul presupposto che, nel caso in questione, poichè l’impugnata ordinanza era stata letta all’udienza del 9 luglio 2015 ed allegata al verbale, essa andava considerata contestualmente pubblicata, ragion per cui il termine di 30 giorni (scadente l’8 settembre 2015, computata la sospensione feriale dal 1 al 31 agosto), così come previsto dall’art. 702-quater c.p.c., per formulare appello era da ritenersi – avuto riguardo alla predetta data di pubblicazione – scaduto nel momento in cui il relativo atto di citazione in appello era stato consegnato per la notifica a mezzo posta il 9 settembre 2015 (ovvero il 31 giorno).

3. Contro la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione, riferito a quattro motivi, la soccombente appellante.

Ha resistito con controricorso l’intimata s.r.l. Diffusione Editoriale.

I difensori di entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1. c.p.c.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con i primi tre connessi motivi la ricorrente ha complessivamente denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 – la violazione degli artt. 12 e 14 preleggi, nonchè la violazione dell’art. 702-quater c.p.c. e degli artt. 2964 e 2966 c.c., oltre che dell’art. 152 c.p.c., in uno alla falsa applicazione dell’art. 134 c.p.c., avuto riguardo all’asserita illegittimità, nel caso di specie, della dichiarata tardività dell’appello da essa proposto avverso l’ordinanza adottata all’esito del procedimento di primo grado celebrato ai sensi degli artt. 702-bis c.p.c. e segg., avuto riguardo all’individuazione della decorrenza del relativo termine di 30 giorni dal momento della lettura in udienza dell’ordinanza stessa, da cui l’erroneità della pronunciata inammissibilità dell’appello stesso.

2. Con la quarta doglianza la ricorrente ha dedotto la violazione dell’art. 111 Cost., nonchè dell’art. 91 c.p.c., del D.M. n. 55 del 2014 e del D.M. n. 127 del 2004, art. 5, avuto riguardo alla illegittimità della disposta condanna alle spese contenuta nell’impugnata sentenza, siccome priva di qualsiasi motivazione correlata ai criteri utilizzati per la quantificazione degli esborsi e dei compensi, anche con riguardo ai parametri previsti dalle tariffe professionali forensi in concreto applicabili.

3. Rileva il collegio che i primi tre motivi, esaminabili congiuntamente perchè investono la stessa questione processuale, sono infondati e vanno, perciò, rigettati.

Conformemente a quanto statuito dal giudice di appello nell’impugnata sentenza, il collegio ritiene di confermare il recente orientamento affermatosi nella giurisprudenza di questa Corte, le cui motivazioni risultano ancorate ad una solida interpretazione sistematica ed in sintonia con altri precedenti riguardanti questione analoga, ancorchè riferita ad altri tipi di procedimenti.

Con la sentenza n. 14478 del 2018 questa Sezione ha stabilito che, in tema di procedimento sommario di cognizione, il termine per proporre appello avverso l’ordinanza resa in udienza ed inserita a verbale decorre, pur se questa non è stata comunicata o notificata, dalla data dell’udienza stessa, equivalendo la pronuncia in tale sede a “comunicazione” ai sensi degli artt. 134 e 176 c.p.c.. Ed è proprio questa evenienza che si è venuta concretamente a verificare ne caso di specie, poichè, a fronte dell’avvenuta pubblica lettura e contestuale pubblicazione dell’ordinanza decisoria ex art. 702-ter c.p.c., in data 9 luglio 2015, l’atto di appello era stato inviato, nella forma della sua notificazione a mezzo posta, il 9 settembre 2015.

L’approdo ermeneutico raggiunto nella richiama sentenza di questa Sezione fonda la sua ragione essenziale sull’argomento che, poichè il dato positivo prevede che – di regola – la decorrenza del termine di 30 giorni per appellare l’ordinanza di cui al citato art. 702-ter c.p.c., comma 6 (la cui previsione si connota per una intrinseca specialità rispetto al sistema dei termini generali per impugnare) ha luogo “dalla sua comunicazione o notificazione”, si inferisce, dal punto di vista logico-giuridico, che ove l’ordinanza stessa sia emessa in udienza, contestualmente depositata e, quindi, resa conoscibile nella sua interezza alle parti costituite, il citato termine decorre utilmente da tale data, venendo meno la ragione per procedere alla sua comunicazione secondo la disciplina processuale propria che si applica alle ordinanze in generale e che, ai fini che in questa sede rilevano, è riconducibile al combinato disposto dei secondi commi dei menzionati artt. 134 e 176 c.p.c..

Tale inferenza trova la sua giustificazione anche nella funzione acceleratoria propria del procedimento sommario di cognizione e nel perseguimento dell’esigenza di garantire – al di fuori del processo di cognizione ordinario di primo grado – la definizione dei procedimenti in un’ottica di loro ragionevole durata. A tal proposito, il legislatore ha, quindi, in alcuni casi valorizzato la funzione della comunicazione di cancelleria (rispetto alla quale recede in posizione meramente surrogatoria la notifica a istanza di parte) quale fattore di assicurazione della decorrenza sollecita del termine di impugnazione e, in questo inquadramento sistematico, si spiega come nell’ambito dell’art. 702-quater c.p.c., non sia stata prevista alcuna disposizione in tema di termine c.d. “lungo” di impugnazione, il termine cioè decorrente dalla pubblicazione mediante deposito della sentenza previsto dall’art. 327 del codice di rito.

Detta omissione, con riferimento al procedimento sommario di cognizione, è come sottolineato con la citata sentenza n. 14478/2018 – del tutto coerente con la “ratio” della disciplina, che prevede la scadenza, in ogni caso, del termine per l’appello con il passaggio di trenta giorni dall’emanazione dell’ordinanza, prolungati dai soli tempi tecnici che implicano il soddisfacimento dell’esigenza che essa sia portata a conoscenza delle parti dal cancelliere (o dalla parte notificante, ove più sollecita del cancelliere). In altre parole, l’omissione non è tale, in quanto l’ipotesi di un’applicazione del termine “lungo”, decorrente dal deposito, è del tutto incompatibile con la scelta legislativa acceleratoria che permea l’art. 702-quater (al pari delle fattispecie simili, sotto questo profilo, riconducibili all’art. 669-terdecies e all’art. 348-ter c.p.c.).

Questo percorso argomentativo impone, dunque, di escludere la possibilità di applicare al rito di cui agli artt. 702-ter e quater c.p.c., la norma, pur generale, dell’art. 327 c.p.c., comma 1, limitatamente all’appello, per essere l’ipotesi della decorrenza del termine per l’appello dal deposito dell’ordinanza logicamente e sistematicamente esclusa dalla previsione della decorrenza del termine stesso, con finalità acceleratoria, dalla comunicazione o dalla notificazione (se anteriore, si può aggiungere, anche se non espressamente previsto dalla norma).

A tale visione, del resto, questa Corte si è già attenuta allorchè ha ritenuto (v. Cass. n. 11331/2017) manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale – per asserita violazione degli artt. 3,24 e 111 Cost. – dell’art. 702-quater c.p.c., nella parte in cui stabilisce che l’ordinanza conclusiva del procedimento sommario di cognizione è appellabile entro il termine breve di trenta giorni dalla sua comunicazione ad opera della cancelleria, trattandosi di una scelta discrezionale del legislatore, ragionevolmente in linea con la natura celere del procedimento.

Analogamente e più recentemente (v. Cass. n. 2467/2020) è stata ravvisata la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale – per asserita violazione dell’art. 24 Cost. e art. 117 Cost., comma 1, in relazione agli artt. 47 della Carta di Nizza e 6 della CEDU, quali norme interposte – dell’art. 702-quater c.p.c., nella parte in cuì stabilisce che l’ordinanza conclusiva del procedimento sommario di cognizione è appellabile entro il termine breve di trenta giorni dalla sua comunicazione ad opera della cancelleria, trattandosi di schema procedimentale che, rispondendo allo scopo di garantire la stabilità delle decisioni non impugnate entro un determinato termine, ritenuto dall’ordinamento nazionale adeguato ai fini di una ponderata determinazione della parte interessata, non è incompatibile con il principio di effettività della tutela giurisdizionale.

Così inquadrato il sistema impugnatorio speciale riferito al procedimento sommario di cognizione non è condivisibile l’assunto per cui, caratterizzandosi l’ordinanza come decisoria, in disparte ogni altro aspetto, non sarebbe applicabile il principio per cui la pronuncia in udienza equivale a comunicazione.

Oltre che evincersi dal già indicato art. 134 c.p.c., comma 2, applicabile dunque al caso che viene qui in rilievo, la regola risulta esplicitamente anche dal pure ricordato art. 176 c.p.c., comma 2, che ha valenza generale (“le ordinanze pronunciate in udienza si ritengono conosciute dalle parti presenti e da quelle che dovevano comparirvi”, dovendo comunicarsi solo quelle fuori udienza “entro i tre giorni successivi”, termine questo acceleratorio).

A tale interpretazione si è conformata questa Corte anche in casi simili.

In particolare vanno richiamati gli insegnamenti concernenti (cfr. Cass. nn. 25119/2015 e 12780/2017) la fattispecie del ricorso per cassazione avverso la sentenza di primo grado in caso di declaratoria di inammissibilità dell’appello ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., allorchè la relativa ordinanza sia stata pronunciata in udienza: il termine è stato identificato in quello “breve”, di cui all’art. 325 c.p.c., comma 2 e si è ritenuto che esso decorra dall’udienza stessa per le parti presenti, o che avrebbero dovuto esserlo, secondo la previsione di cui all’art. 176 c.p.c..

E’ stato ancor più recisamente affermato (v. Cass. n. 17716/2018) che quando è pronunciata l’inammissibilità dell’appello ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., il ricorso per cassazione può essere proposto nel termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., solo qualora risultino omesse sia la comunicazione sia la notificazione dell’ordinanza di inammissibilità; pertanto, nell’ipotesi in cui l’ordinanza sia stata letta in udienza, si applica il termine breve previsto dall’art. 325 c.p.c., comma 2, decorrente dal giorno dell’udienza stessa, atteso che la lettura del provvedimento e la sottoscrizione da parte del giudice del verbale che lo contiene non solo equivalgono alla pubblicazione, ma esonerano la cancelleria da ogni ulteriore comunicazione, ritenendosi, con presunzione assoluta di legge, che il provvedimento sia conosciuto dalle parti presenti o che avrebbero dovuto esserlo.

Seguendo un percorso ermeneutico parallelo è stato anche sostenuto (cfr. Cass. n. 2302/2015 e Cass. n. 1471/2018) che l’istanza di regolamento di competenza si propone, ai sensi dell’art. 47 c.p.c., comma 2, con ricorso notificato entro trenta giorni dalla comunicazione della decisione che, sebbene in forma di ordinanza, abbia pronunciato sulla competenza, salvo che il provvedimento non sia stato pronunciato in udienza, poichè in tal caso lo stesso si considera legalmente conosciuto dal momento in cui è emesso e il termine per proporre regolamento di competenza decorre da quella stessa data.

Alla stregua dell’intero impianto argomentativo illustrato ne consegue che diversamente da quanto dedotto con il primo motivo – la Corte laziale non ha affatto adottato un’interpretazione additiva dell’art. 702-quater c.p.c., ma ha prediletto una soluzione giuridica – già individuata, come visto, nella giurisprudenza di questa Corte – sistematicamente e ragionevolmente sostenibile.

Allo stesso modo – con riferimento al secondo e terzo motivo – non può ritenersi che l’art. 702-quater c.p.c., preveda un sistema chiuso, che non possa, cioè, essere suscettibile di coordinarsi con le regole generali previste in tema di ordinanze (e, quindi, con quelle relative alle modalità di comunicazione e, in particolare, alla presunzione di conoscenza del loro contenuto ove vengano adottate in udienza), non assumendo, a tal proposito, un rilievo determinante l’aspetto che l’ordinanza contemplata dall’art. 702-ter c.p.c., abbia natura decisoria ed attitudine a passare in cosa giudicata.

Per tutte le esposte ragioni i primi tre motivi devono essere respinti.

4. Ritiene il collegio che è, invece, fondato il quarto ed ultimo motivo.

Con esso si contesta la legittimità del “quantum” delle spese processuali liquidate nell’impugnata sentenza ed è pienamente rispettoso del principio di specificità, risultando esposti quali sarebbero stati i criteri effettivi e tariffari di cui tener conto nella causa in questione, sui quali, però, la sentenza della Corte di appello non contiene un benchè minimo riscontro motivazionale, affermandosi solo l’applicabilità del principio per cui il carico delle spese liquidate, peraltro, in una somma non di poco conto (Euro 22.000,00) seguiva la soccombenza. Non risultano, quindi, in essa precisati nè i parametri seguiti in correlazione anche con la natura e il valore della controversia, nè le concrete attività espletate dalla difesa della parte vittoriosa, nè le giustificazioni ritenute valide per pervenire ad una liquidazione eccedente il tetto massimo degli onorari previsti in tabella.

Pertanto, in accoglimento di questo motivo, la sentenza va sul punto cassata affinchè il giudice di rinvio sopperisca a tutte le evidenziate carenze motivazionali ai fini della individuazione della legittima misura delle spese e compensi liquidabili in favore della parte ora controricorrente, risulta vincitrice all’esito del giudizio di appello.

5. In definitiva, rigettati i primi tre motivi, va accolto il quarto, con la conseguente cassazione dell’impugnata sentenza in relazione a quest’ultimo ed il rinvio della causa alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, che provvederà a regolare anche le spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il quarto motivo del ricorso e ne rigetta i primi tre; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 15 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 dicembre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA