Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28600 del 20/12/2013


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 28600 Anno 2013
Presidente: LA TERZA MAURA
Relatore: BLASUTTO DANIELA

ORDINANZA
sul ricorso 17739-2011 proposto da:
POSTE ITALIANE SPA 97103880585, in persona del Responsabile
della Direzione Affari Legali, elettivamente domiciliata in ROMA,
VIALE EUROPA 190, presso l’AREA LEGALE TERRITORIALE
CENTRO DI POSTE ITALIANE, rappresentata e difesa dagli
avvocati URSINO ANNA MARIA, STEFANO LEDDA giusta
delega a margine del ricorso;
– ricorrente contro

TRIPPETTA SIMONA TRPSMN75E65G482F, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA FLAMINIA 195, presso lo studio
dell’avvocato VACIRCA SERGIO, che la rappresenta e difende
unitamente all’avvocato LALLI CLAUDIO giusta mandato a margine
del controricorso;

8-18

Data pubblicazione: 20/12/2013

- controrkorrente avverso la sentenza n. 894/2010 della CORTE D’APPELLO di
L’AQUILA del 17/06/2010, depositata il 29/06/2010;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
17/10/2013 dal Consigliere Relatore Dott. DANIELA BLASUTTO;

difensore della ricorrente che si riporta agli scritti e chiede
l’accoglimento del ricorso;
è presente il P.G. in persona del Dott. MARIO FRESA che si riporta
alla relazione.
FATTO E DIRITTO
La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c. a seguito
di relazione a norma dell’art. 380-bis c.p.c., condivisa dal Collegio.
La prima questione posta col ricorso principale (primo motivo) delle
Poste Italiane, notificato con la consegna all’ufficiale giudiziario per la
notifica a mezzo del servizio postale in data 24 giugno 2011 (cui
l’intimata si è opposta con controricorso tardivo), avverso la sentenza
definitiva del 29 giugno 2010 della Corte d’appello di L’Aquila, è se il
contratto a tempo determinato stipulato dal 1° dicembre 1999 al 29
febbraio 2000 con Simona Trippetta “per esigenze eccezionali
conseguenti alla fase di ristrutturazione e rirnodulazione degli assetti
occupazionali in corso…” e dichiarato nullo dalla sentenza, con
conseguente conversione del rapporto a tempo determinato e con la
condanna della società al risarcimento dei danni dalla data di offerta
della prestazione, individuata in quella della notifica della richiesta di
tentativo obbligatorio di conciliazione, sia da ritenere risolto per mutuo
consenso, come erroneamente escluso dalla Corte territoriale.

Ric. 2011 n. 17739 sez. ML – ud. 17-10-2013
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udito l’Avvocato Roberta Aiazzi (delega avvocato Ursino Anna Maria)

In proposito, richiamati i principi ripetutamente ed esaustivamente
affermati da questa Corte, secondo cui: a) in via di principio è
ipotizzabile una risoluzione del rapporto di lavoro per fatti concludenti
(cfr., ad es., Cass. 6 luglio 2007 n. 15264, 7 maggio 2009 n. 10526); b)
l’onere di provare circostanze significative al riguardo grava sul datore

Cass. 2 dicembre 2002 n. 17070 e 2 dicembre 2000 n. 15403); c) la
relativa valutazione da parte del giudice costituisce giudizio di merito;
d) la mera inerzia del lavoratore nel contestare la clausola appositiva
del termine, così come la ricerca medio tempore di una occupazione,
non sono sufficienti a far ritenere intervenuta la risoluzione per mutuo
consenso; deve ritenersi che la Corte di merito abbia fatto corretta
applicazione di quanto insegnato da questa Corte, con giudizio ispirato
a valutazioni di tipicità sociale.
La seconda questione posta col ricorso principale (2° motivo)
investe la valutazione di illegittimità e quindi la dichiarazione di nullità
del termine apposto al contratto di lavoro subordinato intercorso tra le
parti: in proposito la ricorrente sostiene che la Corte territoriale
avrebbe, con la sua immotivata decisione, violato gli artt. 23 della L. n.
56/’87 in relazione all’accordo sindacale integrativo del 25.9.97.
Anche tali censure sono manifestamente infondate.
Va infatti qui ribadita la consolidata giurisprudenza di questa Corte
(cfr., per tutte, Cass. 14 febbraio 2004 n. 2866 e 20 marzo 2009 n.
6913), formatasi in ordine all’esame di fattispecie analoghe alla
presente, coinvolgenti l’interpretazione delle norme contrattuali
collettive indicate, la quale ha ripetutamente confermato le decisioni
dei giudici di merito che hanno dichiarato illegittimo il termine apposto
dopo il 30 aprile 1998 a contratti di lavoro stipulati, in base alla
previsione delle “esigenze eccezionali” di cui all’accordo integrativo del
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di lavoro che deduce la risoluzione per mutuo consenso (cfr. ad es.

25 settembre 1997, ritenendo che i contraenti collettivi, esercitando i
poteri loro attribuiti dall’art. 23 della legge n. 56/1987, abbiano
convenuto di limitare il riconoscimento della sussistenza della
situazione indicata per far fronte alla quale l’impresa poteva
legittimamente procedere ad assunzioni di personale con contratto a

conseguente illegittimità dei contratti stipulati successivamente a tale
data.
Da tali conclusioni della giurisprudenza non vi è ora ragione di
discostarsi, in quanto le opposte valutazioni sviluppate nel ricorso
sono sorrette da argomenti ripetutamente scrutinati da questa Corte
nelle molteplici occasioni ricordate e non appaiono comunque
talmente evidenti e gravi da esonerare la Corte dal dovere di fedeltà ai
propri precedenti, sul quale si fonda per larga parte l’assolvimento della
funzione ad essa affidata di assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme
interpretazione della legge.
L’accoglimento del secondo motivo comporta l’assorbimento del
terzo, relativo ad un preteso vizio di motivazione per avere la Corte
erroneamente addossato alla società l’onere di allegazione e prova in
ordine alla sussistenza in concreto delle dedotte esigenze eccezionali
nonché del quarto, relativo alla violazione degli artt. 115 c.p.c. e 2697
c.c. per avere addossato alla società l’onere di provare il rispetto della
clausola di contingentamento.
Infine la società denuncia la violazione degli arti. 1223 e 1225 c.c. in
relazione all’art. 32 commi 5 e 6 della legge n. 183 del 2010, chiedendo,
in via subordinata, l’applicazione dello ius superveniens.
L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5, 6 e 7, dispone che:
“5. Nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il
giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore
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tempo determinato unicamente fino al 30 aprile 1998, con la

stabilendo un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra
uni minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima
retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nella L.
15 luglio 1966, n. 604, art. 8.
6. In presenza di contratti ovvero accordi collettivi nazionali,

territoriali o aziendali, stipulati con le organizzazioni sindacali
comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, che
prevedano l’assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già
occupati con contratto a termine nell’ambito di specifiche graduatorie,
il limite massimo dell’indennità fissata dal comma 5 è ridotto alla metà.
7. Le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione per tutti i
giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della
presente legge. Con riferimento a tali ultimi giudizi, ove necessario, ai
soli fini della determinazione della indennità di cui ai commi 5 e 6, il
giudice fissa alle parti un termine per l’eventuale integrazione della
domanda e delle relative eccezioni ed esercita i poteri istruttori ai sensi
dell’art. 421c.p.c.”.
Tale disciplina, applicabile a tutti i giudizi pendenti, anche in grado di
legittimità (v. già Cass. Ord. 28-1-2011 n. 2112), alla luce della sentenza
interpretativa di rigetto della Corte Costituzionale n. 303 del 2011, è
fondata sulla ratio legis diretta ad “introdurre un criterio di liquidazione
del danno di più agevole, certa ed omogenea applicazione”, rispetto
alle “obiettive incertezze verificatesi nell’esperienza applicativa dei
criteri di commisurazione del danno secondo la legislazione
previgente”. La norma, che “non si limita a forfetizzare il risarcimento
del danno dovuto al lavoratore illegittimamente assunto a termine, ma,
innanzitutto, assicura a quest’ultimo l’instaurazione di un rapporto di
lavoro a tempo indeterminato”, in base ad una “interpretazione
costituzionalmente orientata” va intesa nel senso che “il danno
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A

forfetizzato dall’indennità in esame copre soltanto il periodo
cosiddetto “intermedio”, quello, cioè, che corre dalla scadenza del
termine fino alla sentenza che accerta la nullità di esso e dichiara la
conversione del rapporto”, con la conseguenza che a partire da tale
sentenza “è da ritenere che il datore di lavoro sia indefettibilmente

obbligato a riammettere in servizio il lavoratore e a corrispondergli, in
ogni caso, le retribuzioni dovute, anche in ipotesi di mancata
‘, completamente
riammissione effettiva” (altrimenti risultando
svuotata” la “tutela fondamentale della conversione del rapporto in
lavoro a tempo indeterminato”). Nel contempo, sempre alla luce della
citata pronuncia della Corte Costituzionale, “il nuovo regime
risarcitorio non ammette la detrazione dell’ aliunde percOtum. Sicché
l’indennità onnicomprensiva assume una chiara valenza sanzionatoria.
Essa è dovuta in ogni caso, al limite anche in mancanza di danno, per il
avere il lavoratore prontamente reperito un’altra occupazione”.
Peraltro, “la garanzia economica in questione non è ne’ rigida, ne’
uniforme” e, “anche attraverso il ricorso ai criteri indicati dalla L. n.
604 del 1966, art. 8 consente di calibrare l’importo dell’indennità da
liquidare in relazione alle peculiarità delle singole vicende, come la
durata del contratto a tempo determinato (evocata dal criterio
dell’anzianità lavorativa), la gravità della violazione e la tempestività
della reazione del lavoratore (sussumibili sotto l’indicatore del
comportamento delle parti), lo sfruttamento di occasioni di lavoro (e di
guadagno) altrimenti inattingibili in caso di prosecuzione del rapporto
(riconducibile al parametro delle condizioni delle parti), nonché le
stesse dimensioni dell’impresa (immediatamente misurabili attraverso il
numero dei dipendenti”. Così interpretata, la nuova normativa risultata “nell’insieme, adeguata a realizzare un equilibrato
componimento dei contrapposti interessi” – ha superato il giudizio di
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costituzionalità sotto i vari profili sollevati, con riferimento agli artt. 3,
4, 11, 24, 101, 102 e 111 Cost. e art. 117 Cost., comma 1. (v. Cass. 31
gennaio 2012 n. 1409).
Inoltre, nel giudizio di legittimità, lo “ius superveniens”, che
introduca una nuova disciplina del rapporto controverso, può trovare

sia pertinente rispetto alle questioni agitate nel ricorso, posto che i
principi generali dell’ordinamento in materia di processo per
cassazione – e soprattutto quello che impone che la funzione di
legittimità sia esercitata attraverso l’individuazione delle censure
espresse nei motivi di ricorso e sulla base di esse – richiedono che il
motivo del ricorso, con cui è investito, anche indirettamente, il tema
coinvolto nella disciplina sopravvenuta, oltre che sussistente sia
ammissibile secondo la disciplina sua propria. Ne consegue che – ove
sia invocata l’applicazione dell’art. 32, commi 5, 6 e 7, legge n.183 del
2010 con riguardo alle conseguenze economiche della dichiarazione di
nullità della clausola appositiva del termine al contratto di lavoro – è
necessario che i motivi del ricorso investano specificamente le
conseguenze patrimoniali dell’accertata nullità del termine, non
essendo possibile chiedere l’applicazione diretta della norma al di fuori
del motivo di impugnazione (Cass. 1 ottobre 2012 n. 16642; v. pure
Cass. 2 marzo 2012 n.3305). E’ stato pure affermato da questa Corte
che è necessario che i motivi del ricorso, oltre ad investire
specificamente le conseguenze patrimoniali dell’accertata nullità del
termine, non siano tardivi, generici o affetti da altra causa di
inammissibilità, ivi compresa la mancata osservanza del precetto di cui
all’art. 366 bis cod. proc. civ. (nella specie, comunque non applicabile
“ratione temporis”), determinandosi, in caso contrario, la stabilità ed

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applicazione alla condizione, necessaria, che la normativa sopraggiunta

irrevocabilità delle statuizioni di merito contestate (Cass. n. 26 luglio
2011 n. 16266).
Nel caso in esame, la soc. Poste Italiane denuncia la violazione di
norme e principi in tema di messa in mora. Sostiene che non possono
essere riconosciute a titolo risarcitorio tutte le retribuzioni perdute

ravvisabile nella domanda di impugnativa del termine illegittimo o
nell’esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione.
Quest’ultimo motivo è sufficientemente specifico, nonché pertinente
alla questione del risarcimento del danno e della sua commisurazione.
Ne consegue che lo ius superveniens trova applicazione. Da qui la
cassazione con rinvio dovendo farsi applicazione della disciplina
sopravvenuta.
Occorre ulteriormente aggiungere che l’art. 32, comma 7, della legge
n. 183 del 2011, nel prevedere che “il giudice fissa alle parti un termine
per l’eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni ed
esercita i poteri istruttori ai sensi dell’articolo 421 del codice di
procedura civile”, premette l’inciso “ove necessario” con valore
disgiuntivo/inclusivo, a dimostrazione che la possibilità di modifiche
del “petitum e” di esercizio dei poteri istruttori va modulata in ragione
dello stato e del grado in cui si trova il processo. In caso di ripristino
della sede di merito, il giudice di rinvio deve tenere conto di quanto
affermato da Cass. 2 marzo 2012, n. 3305, secondo cui la modifica di
domande ed eccezioni può avvenire solo in primo grado (in caso di
ricorso “per saltum”), mentre in appello resta consentito solo
l’eventuale esercizio dei poteri istruttori d’ufficio.
Si designa, quale giudice di rinvio, la Corte di appello di Ancona in
diversa composizione, che provvederà anche in ordine alle spese del
giudizio di legittimità.
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occorrendo una specifica offerta delle prestazioni lavorative, non

P. Q.M.
La Corte rigetta i primi quattro motivi; accoglie il quinto; cassa la
sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per
le spese, alla Corte di appello di Ancona.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 17 ottobre 2013

Il Presidente

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