Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2858 del 06/02/2020

Cassazione civile sez. lav., 06/02/2020, (ud. 28/11/2019, dep. 06/02/2020), n.2858

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3665/2014 proposto da:

COMUNE DI FIRENZE, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA POLIBIO 15, presso lo studio dell’avvocato

GIUSEPPE LEPORE, rappresentato e difeso dall’avvocato SERGIO

PERUZZI;

– ricorrente –

contro

G.G., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO VITTORIO

EMANUELE II n. 18 (Studio Legale LESSONA) presso lo studio

dell’avvocato MAURO MONTINI, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1365/2013 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 28/11/2013 R.G.N. 249/2013.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Che la Corte d’Appello di Firenze ha accolto in parte il ricorso proposto dal Comune di Firenze nei confronti di G.G., avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Firenze e, confermando l’accertamento della nullità del termine apposto al contratto 1 dicembre 2006 – 30 novembre 2007, poi prorogato al 31 marzo 2008, per la mancanza delle ragioni giustificative di previsione dello stesso, in parziale riforma della decisione appellata, ha condannato i Comune a pagare a titolo di risarcimento del conseguente danno 15 volte l’ultima retribuzione globale di fatto, così riducendo l’originaria condanna. Rigettava in parte l’appello incidentale del G., che accoglieva solo in punto di spese.

2. Il Tribunale aveva dichiarato la nullità del termine apposto al contratto stipulato dal 1 dicembre 2006 al 30 novembre 2007, poi prorogato al 31 marzo 2008, in quanto dallo stesso non trasparivano esigenze difformi da quelle generali e ordinarie dell’Ente, e aveva condannato il Comune a pagare al lavora ore, a titolo di risarcimento, venti volte l’ultima retribuzione globale di fatto, rigettando la domanda di reintegra.

3. Ha affermato il giudice di appello che i motivi enunciati nel contratto, lungi dal richiamare una causale specifica legittimante l’apposizione del termine, tradivano l’esigenza di dover sopperire ad una esigenza generale e permanente dell’Ente, che non consentiva di apporre il termine. Escludeva la riammissione del lavoratore nel posto occupato, e riduceva l’enti-à del risarcimento, non poto do trovare applicazione anche la voce risarcitoria di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, in aggiunta alla previsione di cui al comma 5, attesa la non equiparabiità della scadenza del termine al licenziamento.

4. Per la cassazione della sentenza di appello ricorre il Comune prospettando due motivi di ricorso.

5. Resiste con controricorso il lavoratore che ha dedotto, il via preliminare, l’improcedibilità dell’appello per non aver depositavo il ricorrente con il ricorso, l’originale della sentenza con la relazione di notifica di cui si dava atto nel ricorso stesso.

6. Entrambe le parti hanno depositato memoria in prossimità dell’adunanza camerale.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Che, preliminarmente, deve essere disattesa l’eccezione di improcedibilità del ricorso sollevata dal controricorrente, attesa la relazione di notificazione della sentenza, effettuata il 6 dicembre 2013, in atti.

2. Con il primo motivo di ricorso è dedotta la violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro; D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1,D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, con riferimento alle norme comunitarie in materia di contratti di lavoro a tempo determinato previste nella clausola 5, punti 1 e 2, dell’accordo quadro CES. UNICE e CEEP, recepito dalla direttiva del Consiglio 1999/70 del 28 giugno 1999; L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, (testo vigente al 17 luglio 2012); L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 3, (testo vigente dal 18 luglio 2012); D.L. n. 702 del 1978, art. 5, comma 12, conv. dalla L. n. 3 del 1979; L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5; principi in tema di risarcimento del danno conseguente alla lesione di un diritto soggettivo (art. 360 c.p.c., n. 3).

Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., n. 5).

2.1. Il Comune premette che il lavoratore aveva sottoscritto un solo contratto di lavoro a termine, poi prorogato tino al 31 marzo 2008, quale istruttore direttivo statistico non di ruolo (cat. D, profilo professionale D1).

Afferma, quindi che la Corte d’Appello avrebbe rilevato che l’accordo quadro nella specie non trova applicazione, non essendovi reiterazione ma un unico contratto a termine.

Il lavoratore, comunque, avrebbe dovuto provare il pregiudizio conseguente alla nullità del termine apposto al contratto, ai tini del risarcimento del danno che non può considerarsi in re ipsa, come sembrava ritenere la Corte d’Appello, eludendo sul punto le difese svolte con l’impugnazione dal Comune. Nè poteva darsi luogo a rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con la conseguenza che ulteriormente erronea era la statuizione della Corte d’Appello che aveva individuato il risarcimento nella misura dell’indennità sostitutiva della reintegra.

3. Il motivo è in parte inammissibile e in parte non fondato e pertanto deve essere rigettato.

4. 11 vizio dedotto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, è inammissibile perchè carente in relazione a quanto prescritto dall’art. 366 c.p.c., atteso che nella specie l’esposizione della censura risulta generica, mancando l’individuazione di “fatti” controversi in senso tecnico nonchè l’evidenziazione del carattere decisivo degli stessi.

Ed infatti, l’art. 360 c.p.c., n. 5, nell’attuale testo modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 2, riguarda un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, da intendersi riferito a un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico – naturalistico, come tale non ricomprendente questioni o argomentazioni, sicchè sono inammissibili le censure che, irritualmente, estendano – come nella specie in cui la doglianza si incentra sul rilievo delle proroga del contratto con riguardo alla disciplina comunitaria – il paradigma normativo a quest’ultimo profilo (Cass., n. 22397 del 2017).

5. Non è fondata la censura proposta in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, in quanto è errata la premessa da cui muove il ricorrente della non applicabilità della disciplina comunitaria di cui all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva del Consiglio, 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE, alla fattispecie in esame, in cui era stato stipulato un solo contratto a termine, poi reiterato.

6. Va premesso che la materia dei contratti a termine nel pubblico impiego contrattualizzato è stata oggetto di significative pronunce della CGUE (tra cui, escludendo il settore della scuola, CGUE sentenza 4 luglio 2006, Adeneler e a., C212/04; sentenza CGUE 7 settembre 2006, Marrosu – Sardino, C-53/04; sentenza della CGUE 7 marzo 2018, Santoro c. Comune di Valderice e a., C-494/16) e della Corte costituzionale (sentenza n. 148 del 2018) che hanno concorso, con la giurisprudenza di legittimità (Cass., S.U., sentenza n. 5072 del 2016) a ridefinire i principi della materia.

La CGUE ha chiarito che la direttiva 1999/70/CE e l’accordo quadro si applicano ai contratti e ai rapporti di lavoro a tempo determinato conclusi con le amministrazioni e altri enti del settore pubblico.

6.1. In attuazione della direttiva è stato emanato il D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368 (Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall’UN ICE, dal CEEP e dal CES), che ha dettato la nuova disciplina del contratto a termine in conformità alla direttiva (prima del D.Lgs. n. 81 del 2015).

6.2. La CGUE, con le sentenze sopra citate, ha affermato che la clausola 5 dell’accordo quadro non osta. in quanto tale, a che uno Stato membro riservi, un destino differente al ricorso abusivo a contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato stipulati. in successione a seconda che tali contratti siano stati conclusi con un datore di lavoro appartenente al settore privato (laddove l’ordinamento nazionale prevede la trasformazione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato) o con un datore di lavoro rientrante nel settore pubblico (prevedendosi il solo risarcimento del danno, D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 36).

6.3. Le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 5072 del 2016, hanno statuito proprio rispetto alla portata applicativa e alla parametrazione del danno risarcibile ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, in presenza di abusiva reiterazione dei contratti a termine.

Le Sezioni Unite, con la citata sentenza hanno avuto modo di chiarire che il pregiudizio economico oggetto di risarcimento non può essere collegato alla mancata conversione del rapporto: quest’ultima, inflitti, è esclusa per legge e trattasi di esclusione affatto legittima sia secondo i parametri costituzionali che secondo quelli comunitari.

Piuttosto, considerato che l’efficacia dissuasiva richiesta dalla clausola 5 dell’Accordo quadro recepito nella direttiva 1999/70/CE postula una disciplina agevolatrice e di favore che consenta al lavoratore che abbia patito la reiterazione di contratti a termine di avvalersi di una presunzione di legge circa l’ammontare del danno, che sarà normalmente correlato alla perdita di chance di altre occasioni di lavoro stabile, le Sezioni Unite, con la citata sentenza, hanno rinvenuto nella L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, una disposizione idonea allo scopo, nella misura in cui, prevedendo un risarcimento predeterminato tra un minimo ed un massimo, consente pro tanto al lavoratore di essere esonerato dall’onere della prova, fermo restando il suo diritto di provare di aver subito danni ulteriori.

I principi enunciati dalle Sezioni Unite hanno trovato conferma nella sentenza della Corte di Giustizia 7 marzo 2018, C-494/16, Santoro, e nella sentenza della Corte costituzionale n. 248 del 2018.

6.4. Come questa Corte ha poi avuto modo di affermare (Cass. n. 5229 del 2017) non è seriamente dubitabile che rispetto al contratto a termine prorogato sussistano) le medesime esigenze di prevenire gli abusi che hanno ispirato il legislatore comunitario rispetto alla reiterazione dei contratti a termine.

La mancata indicazione delle ragioni giustificative dell’apposizione del termine al contratto, poi prorogato, dà luogo ad una abusiva reiterazione del contratto a termine, che ricade nell’ambito di applicazione della direttiva l 999/70/CE, e dà luogo al diritto al risarcimento del danno secondo i principi sanciti da Cass., S.U., n. 5072 del 2016, non trovando applicazione nel pubblico impiego contrattualizzato, la misura della trasformazione.

Ed infatti la nullità del primo contratto acausale si riverbera anche sulla proroga, con conseguente illegittimità della reiterazione.

7. Nella specie, come statuito dalla Corte d’Appello con accertamento di Fatto che non è stato contestato in modo circostanziato, nel contratto a termine non trasparivano esigenze difformi da quelle generali e ordinarie dell’Ente.

Ed infatti, nel contratto si leggeva che lo stesso era posto in essere per assicurare “il regolare funzionamento della Direzione sicurezza sociale”, e nella proroga “per assicurare la regolare attività della direzione sopra indicata”.

8. Pertanto, nella fattispecie in esame, la mancanza delle ragioni giustificative dell’apposizione del termine al contratto poi prorogato dà luogo ad una abusiva reiterazione del contratto a termine.

9. Con il secondo motivo di ricorso è prospettata violazione e falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro; D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36; L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 3, (testo vigente al 18 luglio 2012); D.Lgs. n. 702 del 1978, art. 5, comma 12, conv. dalla L. n. 3 del 1979; L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5. Principi in tema di risarcimento del danno conseguente alla lesione di un diritto soggettivo: principi in tema di eguaglianza e uniformità di trattamento; principi in tema di proporzionalità e graduazione della sanzione (art. 360 c.p.c., n. 3).

Espone il ricorrente che il risarcimento del danno non può ritenersi in re ipso nè costituisce automatico ristoro della conversione del contratto.

La Corte d’Appello ha impedito la personalizzazione e ragionevole graduazione della misura risarcitoria e della sanzione poichè ha forfetizzato l’importo, applicando un uguale trattamento a situazioni diverse, in contrasto con quanto previsto nel settore privato dalla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5.

Tale disposizione avrebbe dovuto orientare il giudice di appello nell’interpretare il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36.

Ciò, anche considerando che nella specie, non si era in presenza di abusiva reiterazione, clic costituisce oggetto della tutela approntata dalla direttiva comunitaria.

Nella memoria, il Comune ha richiamato i principi di cui alla sentenza Cass. S.U., n. 5072 del 2016.

10. Il motivo è fondato e va accolto nei sensi di seguito indicati.

Per le ragioni già esposte nella trattazione del primo motivo di ricorso (si richiamano i punti 6 – 6.4. del Considerato) trovano applicazione i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte, che con riferimento alla determinazione del risarcimento del danno, hanno rinvenuto nella L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, una disposizione idonea allo scopo, nella misura in cui, prevedendo un risarcimento predeterminato tra un minimo ed un massimo, consente pro tanto al lavoratore di essere esonerato dall’onere della prova, fermo restando il suo diritto di provare di aver subito danni ulteriori (citata Cass., S.U., n. 5072 del 2016).

11. Ne deriva che la sentenza impugnata che ha determinato il risarcimento facendo riferimento alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, va cassata in relazione al suddetto motivo accolto, con rinvio alla Corte d’Appello in diversa composizione che applicherà alla fattispecie in esame i principi di cui alla sentenza Cass. S.U. n. 5072 del 2016.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo motivo nei sensi di cui in motivazione. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese del presente giudizio alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 28 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 6 febbraio 2020

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