Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2853 del 31/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 31/01/2022, (ud. 18/11/2021, dep. 31/01/2022), n.2853

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15513-2020 proposto da:

B.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA GIULIANA,

83/A, presso lo studio dell’avvocato SANTOPIETRO MARIO,

rappresentato e difeso dall’avvocato POLLINO ANGELO;

– ricorrente –

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 6132/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 14/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 18/11/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FALABELLA

MASSIMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnata per cassazione la sentenza della Corte di appello di Roma, pubblicata il 14 ottobre 2019, con cui è stato respinto il gravame proposto da B.E. nei confronti dell’ordinanza ex art. 702-ter c.p.c., comma 5, del Tribunale della capitale. La nominata Corte ha negato che al ricorrente potesse essere riconosciuto lo status di rifugiato ed ha altresì escluso che lo stesso potesse essere ammesso alla protezione sussidiaria e a quella umanitaria.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su cinque motivi. Il Ministero dell’interno non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3. Si deduce che la Corte di appello non avrebbe assolto l’onere di cooperazione istruttoria, verificando il grado di violenza indiscriminata e di insicurezza che caratterizza l’attuale situazione del paese di origine: viene dedotto, in particolare, che il giudice del gravame non avrebbe menzionato le fonti da cui avrebbe desunto l’insussistenza della condizione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Il secondo motivo lamenta l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio. Assume l’istante il carattere solo apparente della motivazione relativa alla valutazione della sua non credibilità.

Col terzo mezzo è dedotta la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5 e 7, nonché del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1-bis. La pronuncia impugnata è censurata nella parte in cui ha dato atto della sostanziale irrilevanza, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, dei fatti narrati dal ricorrente, stante la loro inerenza alla sfera familiare.

Il quarto motivo oppone la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3. E’ lamentato che la Corte di appello non abbia acquisito documentazione aggiornata sulla situazione della Nigeria e della Libia, paesi di transito del ricorrente.

Col quinto motivo è prospettata la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6. Il giudice distrettuale, ad avviso dell’istante, non avrebbe valutato correttamente il percorso di integrazione avviato in Italia anche con contratti di lavoro a tempo determinato.

2. – La Corte di appello ha evidenziato che la vicenda narrata dal richiedente difettava di credibilità, avendo specificamente riguardo alle condizioni di cui alla lett. a) e alla lett. b) del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5: il provvedimento, sul punto, non presenta il vizio che prospetta l’istante col secondo mezzo di censura: infatti, in sede di legittimità rileva la sola anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante: “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, “motivazione apparente”, “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054).

Sono invece fondate le doglianze di cui al primo e al terzo motivo, che possono essere esaminate congiuntamente in ragione dei tratti di connessione che evidenziano.

Nei giudizi di protezione internazionale, la valutazione delle condizioni socio-politiche del paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche, di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione; il giudice del merito non può, pertanto, limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte (in tema: Cass. 26 aprile 2019, n. 11312; Cass. 17 maggio 2019, n. 13449; Cass. 22 maggio 2019, n. 13897; Cass. 20 maggio 2020, n. 9230; Cass. 11 dicembre 2020, n. 28349); il giudice è cioè tenuto, in assolvimento dell’obbligo di cooperazione istruttoria previsto dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, e dal D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e art. 27, comma 1-bis, a compiere non solo tutti gli accertamenti ufficiosi finalizzati ad acclarare l’effettiva condizione del Paese di origine del richiedente che sono necessari ai fini della definizione della domanda di protezione internazionale, ma anche ad indicare, nel provvedimento conclusivo, le fonti utilizzate e il loro aggiornamento: Cass. 11 dicembre 2020, n. 28349 cit.). La Corte di appello non ha fornito alcuna indicazione in proposito.

Essa, nel rilevare come la violenza indiscriminata che era stata dedotta dal ricorrente risultasse “descritta come del tutto sganciata dalla sua appartenenza ad un gruppo sociale, culturale o etnico” ha inoltre mostrato di travisare la previsione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c). Infatti, il conflitto armato interno, tale da comportare minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile, ricorre in situazioni in cui le forze armate governative di uno Stato si scontrino con uno o più gruppi armati antagonisti, o nelle quali due o più gruppi armati si contendano tra loro il controllo militare di un dato territorio, purché il conflitto ascenda ad un grado di violenza indiscriminata talmente intenso ed imperversante da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nella regione di provenienza corra il rischio descritto nella norma per la sua sola presenza sul territorio (Cass. 2 marzo 2021, n. 5675; cfr. pure, ad es.: Cass. 17 luglio 2020, n. 15317; Cass. 8 luglio 2019, n. 18306). A differenza delle altre forme di protezione, nell’ipotesi di cui all’art. 14, lett. c), cit. non rileva, dunque, alcuna personalizzazione del rischio (Cass. 6 luglio 2020, n. 13940), onde non si vede quale rilievo assuma, ai fini dell’integrazione della fattispecie in esame, il dato dell’appartenenza “ad un gruppo sociale, culturale o etnico”.

Va disatteso il quarto motivo.

Questa Corte ha avuto già modo di precisare che nella domanda di protezione internazionale, l’allegazione da parte del richiedente che in un paese di transito si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione (Cass. 2 novembre 2020, n. 24193; Cass. 20 novembre 2018, n. 29875).

Il quinto motivo resta assorbito.

2. – La sentenza, in accoglimento del secondo motivo, è cassata.

La causa è rinviata alla Corte di appello di Roma che, in diversa composizione, statuirà pure sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte:

accoglie il primo e il terzo motivo, rigetta il secondo e il quarto, dichiara assorbito il quinto; cassa in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa alla Corte di appello di Roma, che in diversa composizione pure statuirà sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6a Sezione Civile, il 18 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2022

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