Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2852 del 31/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 31/01/2022, (ud. 29/10/2021, dep. 31/01/2022), n.2852

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da

N.C.N., nato il (OMISSIS) in Ugbaku (Nigeria),

elettivamente domiciliato in Messina, via Placida n. 13, presso lo

studio dell’avv. Picciotto Carmelo (P.E.C. (OMISSIS)) che lo

rappresenta e difende per procura speciale in calce al ricorso per

cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato ex lege presso Avvocatura dello Stato in Roma, PEC

(OMISSIS);

– resistente –

avverso il decreto del Tribunale di Messina, depositato in data 17

novembre 2020, R.G. n. 4416/2019;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons.

Solaini Luca.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con ricorso ex art. 35-bis del D.Lgs. n.25/2008 depositato il 10 settembre 2019, N.C.N., nato il (OMISSIS) in Ugbaku (Nigeria), ha adito il Tribunale di Messina impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

2. Nel richiedere il riconoscimento della protezione internazionale o ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, o il rilascio di un permesso di soggiorno per casi speciali o in via subordinata il cd diritto di asilo costituzionale, il ricorrente esponeva le seguenti ragioni: di essere di religione cattolica; di etnia Igbo; di essere nato nel villaggio di Ugbaku per poi trasferirsi nella città di Enugu per frequentare le scuole superiori, rimanendo a vivere fino all’espatrio; di essersi unito all’IPOB nel 2014 simpatizzando con la causa dell’indipendenza del Biafra per i metodi pacifici dell’organizzazione; di essere diventato membro attivo e poi vicepresidente locale per l’Enugu State; che, a causa delle sue attività politiche era stato ricercato dal Governo e dall’esercito; di aver ricevuto una proposta da un amico di andare in Libia ove aveva vissuto per tre anni e da dove in seguito era fuggito giungendo nell’aprile 2018 in Italia.

3. Il Tribunale, a seguito dell’audizione del ricorrente, ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione.

4. In particolare, il Tribunale ha ritenuto il racconto non credibile, evidenziando gli elementi inverosimili e contraddittori della vicenda. Esclusa la ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale in base al giudizio di non credibilità, il Tribunale ha anche escluso i requisiti per la protezione ai sensi dell’art. 14, lett. c) sulla base delle COI consultate e menzionate. Il Tribunale ha altresì escluso la ricorrenza dei requisiti per il rilascio del permesso di soggiorno per “casi speciali” nonché il cd. diritto di asilo costituzionale. Il Tribunale ha infine escluso la sussistenza dei presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in considerazione dell’inattendibilità della vicenda, della mancata allegazione di circostanze di particolare vulnerabilità soggettiva, della mancata allegazione relativamente al raggiungimento dell’integrazione in Italia.

5. Avverso il predetto decreto il ricorrente con atto notificato il 18 dicembre 2020 ha proposto ricorso per cassazione, svolgendo i seguenti motivi:

“1) art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione del D.L. n. 13 del 2017, artt. 1 e 2, conv. in L. n. 46 del 2017, nonché dell’art. 276 c.p.c., essendo stata trattata la “discussione” del procedimento, davanti ad un giudice, un GOT, non facente parte della Sezione specializzata istituita presso il Tribunale di Messina, mentre la decisione era stata assunta da un collegio, i cui componenti erano tutti diversi dal giudice che aveva assistito alla discussione della causa;

2) violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, introdotto dal D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, art. 6, comma 1, lett. g), convertito con modificazioni dalla L. 13 aprile 2017, n. 46 e del D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, artt. 3,19 e 19-bis, del D.Lgs. 13 luglio 2017, n. 116 e dell’art. 25 Cost., avendo il Tribunale, delegato il Giudice relatore, il quale ha poi subdelegato l’attività istruttoria ad un giudice onorario;

3) art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione dell’art. 132 c.p.c. n. 4 per omessa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione;

4) art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, art. 2 del convertito con modificazioni dalla L. 13 aprile 2017, n. 46 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 9, violazione art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), per radicale carenza di motivazione. Art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti;

5) art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione dell’art. 101 c.p.c., nonché dell’art. 111 Cost. e degli artt. 6 – 46 – 47CEDU dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, atteso che le informazioni sul Paese di origine, utilizzate dal Tribunale per valutare non credibile il ricorrente, in quanto sorreggono la decisione negativa, avrebbero dovuto essere preventivamente sottoposte al contraddittorio;

6) art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5 – Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 comma 4, artt. 7 e 14 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 9, comma 2-bis, art. 5 comma 6, in relazione a: D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 comma 3, art. 10 Cost. e 117 Cost., comma 1, artt. 3, 17 e 21 Cost., ed art. 8 e 14 CEDU. Difetto di motivazione in ordine alla dedotta inesistenza di motivi di persecuzione, rischio di danno grave e di violazione dei diritti fondamentali in ragione dell’appartenenza etnica del ricorrente e dell’adesione agli ideali indipendentisti del Biafra. Falso richiamo alle fonti internazionali in violazione del dovere di leale collaborazione. Omessa motivazione con riferimento alla rilevanza dell’appartenenza etnica Igbo e della provenienza da Imo State e da una famiglia di martiri Ipob ai fini del riconoscimento della protezione internazionale ovvero umanitaria. Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per non aver il Giudice di merito valorizzato la circostanza dell’appartenenza etnica ed alla provenienza del ricorrente, la militanza dei famigliari al movimento indipendentista del Biafra, e la sua adesione a tali valori, pur non avendo contestato la credibilità del narrato con riferimento a tali circostanze”.

6. L’intimata Amministrazione dell’Interno ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

7. Il ricorso è stato assegnato all’adunanza in camera di consiglio non partecipata del 29 ottobre 2021 ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.

8. I motivi rubricati come 1) e 2) vengono trattati unitariamente dalla difesa del ricorrente che contesta la delega del Giudice designato dell’istruttoria al Giudice onorario che ha proceduto all’audizione del ricorrente e successivamente non ha partecipato al collegio che ha emesso il provvedimento impugnato. Ritiene che tale delega sia da ritenersi illegittima sulla base della pronuncia della Cassazione, Sez. 1, sentenza n. 24362 del 2020. Rileva he che il Collegio decidente riunitosi il 17 novembre 2020 in camera di consiglio era composto da magistrati togati, tra i quali non figurava il giudice onorario istruttore. Ritiene che l’omessa partecipazione determinerebbe una violazione del giusto processo e un irrimediabile vulnus al principio del contraddittorio. La difesa ritiene che “Sebbene la giurisprudenza della Suprema Corte tenda a considerare una mera irregolarità l’inosservanza del principio della immutabilità del giudice istruttore, sancito dall’art. 174 c.p.c., tuttavia nel caso di specie non può non essere oggetto di valutazione, – per la peculiarità del procedimento in materia di protezione internazionale, che attiene alla tutela giurisdizionale del diritto di asilo, costituzionalmente garantito – l’impatto dell’omessa partecipazione del giudice istruttore alla camera di consiglio del collegio decidente sulla tutela effettiva di tale diritto, avuto riguardo in particolar modo al giudizio sulla credibilità del ricorrente che, nel caso di specie, è stato posto nel decreto impugnato alla base del diniego di qualsiasi forma di protezione”. Rileva infine che che essendo l’istruttoria “basata sull’oralità della prova principe e sovente anche l’unica, che è l’esame, nel corso del quale il giudice, con la sua presenza, ha modo di verificare personalmente la qualità della traduzione dell’interprete, la capacità espressiva del ricorrente, le emozioni manifestate nel corso dell’assunzione della prova, dati tutti questi che, sebbene non verbalizzati, contribuiscono alla formazione del convincimento di quel giudice ed alla modalità di elaborazione della bozza del provvedimento”.

I predetti motivi sono infondati, in quanto secondo l’insegnamento di questa Corte, “Non è affetto da nullità il procedimento nel cui ambito un giudice onorario di tribunale, su delega del giudice professionale designato per la trattazione del ricorso, abbia proceduto all’audizione del richiedente la protezione ed abbia rimesso la causa per la decisione al collegio della Sezione specializzata in materia di immigrazione, atteso che, ai sensi del D.Lgs. n. 116 del 2017, art. 10, commi 10 e 11, tale attività rientra senza dubbio tra i compiti delegabili al giudice onorario in considerazione della analogia con l’assunzione dei testimoni e del carattere esemplificativo dell’elencazione ivi contenuta” (Cass. n. 5425/21).

9. Con il terzo motivo di ricorso la difesa censura la parte del decreto impugnato in cui il Tribunale esprime un giudizio di contraddittorietà delle dichiarazioni del ricorrente in questi termini “Nella fattispecie in esame la narrazione del ricorrente, come correttamente sottolineato dalla Commissione territoriale, non appare sufficientemente affidabile e verosimile. Al riguardo, deve in primo luogo evidenziarsi che nel verbale delle dichiarazioni degli stranieri che chiedono il riconoscimento della protezione internazionale (c.d. modello C3) del 23.07.2018, il ricorrente, entrato in Italia il 03.04.2018, alla domanda “Appartenenza ad organizzazioni politiche, sociali, religiose, ecc”, aveva risposto: “No”. Viceversa, in sede di audizione davanti alla Commissione Territoriale di Palermo, in data 09.05.2019, lo stesso ha dichiarato di essere stato ricercato dal Governo centrale della Nigeria a seguito dell’attività svolta a Enogou – paese più centrale del Biafra – quale vice presidente dei membri dell’IPOB”. Il ricorrente ritiene che tale motivazione non è idonea ad affermare una contraddizione nella narrazione dato che l’oggetto del decidere della Commissione sono le dichiarazioni rese dinanzi ad essa e nel caso concreto la Commissione non ha ritenuto né di contestare al ricorrente la discrasia con il c3 né di motivare sul punto.

10. Con il quarto motivo di ricorso la difesa ritiene la motivazione, adottata dal Tribunale nel rigettare la domanda di riconoscimento della protezione internazionale, perplessa e apparente, con conseguente violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, perché priva di specificità e riferimento alla normativa in materia e alle informazioni previste dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8.

Il terzo e quarto motivo, che possono essere oggetto di un esame congiunto, perché connessi/ sono inammissibili prima che infondati perché generici, non individuando alcuna concreta e specifica contraddizione della motivazione; in ogni caso, è insussistente il dedotto vizio della stessa motivazione, in fatti, la predetta motivazione del decreto impugnato è nient’affatto perplessa ovvero apparente ma ben al di sopra del “minimo costituzionale” (Cass. sez. un. 8053/14).

11. Con il quinto motivo di ricorso la difesa eccepisce il mancato adempimento dell’obbligo di cui all’art. 35-bis, comma 9 nella parte in cui nel decreto impugnato il Tribunale rileva quanto segue: “dall’esame delle COI più accreditate (vedi ad esempio quella redatta dall’EASO sulla Nigeria nel febbraio 2019) emerge che l’IPOB ha avuto origine dal MASSOB nell’anno 2014” (cioè molto dopo la data indicata dal ricorrente come quella di nascita del movimento e della sua stessa affiliazione) “e che lo stesso è stato dichiarato dal governo nigeriano organizzazione terroristica nel settembre 2017 (molto dopo la fuga del ricorrente dalla Nigeria)”. In particolare la difesa ritiene che la COI EASO 2019 utilizzata dal Giudice di merito avrebbe dovuto essere sottoposta al contraddittorio.

Il quinto motivo è infondato, in quanto in tema di protezione internazionale, sussiste il potere officioso di accertamento della situazione generale del paese di provenienza, salva la possibilità di censurarne l’iter motivazionale da parte del ricorrente, che nella specie però è immune da vizi.

12. Il sesto motivo di ricorso contiene una molteplicità di censure al decreto impugnato, volte a rimarcare il difetto motivazionale dal quale sarebbe discesa la negazione di qualsiasi forma di protezione al ricorrente. La difesa rileva che sebbene nel decreto impugnato il narrato del ricorrente sarebbe stato ritenuto non credibile – in particolare con riferimento alla circostanza che egli abbia partecipato attivamente all’IPOB; che il fratello sarebbe stato ucciso per la sua militanza nell’IPOB nel Bauchi State; che egli conosca le caratteristiche ed iniziative del movimento politico tuttavia né la Commissione Territoriale e né il Tribunale avrebbero messo in dubbio la sua appartenenza etnica all’etnia Igbo e la sua provenienza dal Biafra, la militanza nell’Ipob di suo fratello, e l’adesione generica del ricorrente ad ideali indipendentisti. Sul punto sarebbe stata omessa qualsiasi motivazione come anche con riguardo all’omicidio del padre e del fratello del ricorrente e alla circostanza per cui la sua casa era stata individuata come un luogo di riunioni del movimento nonostante la domanda di protezione fosse stata ancorata anche all’appartenenza etnica e fosse stato allegato il rischio di subire gli arresti casuali da parte della polizia a titolo di ritorsione nei confronti dei membri dell’etnia Igbo.

Il sesto motivo è inammissibile, perché solleva censure di merito sull’accertamento di fatto espresso dal tribunale sulla situazione generale del paese di provenienza e sulla condizione personale del richiedente che mira ad un nuovo giudizio sulla vicenda.

La mancata predisposizione di difese scritte da parte dell’amministrazione statale esonera il collegio dal provvedere sulle spese.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE:

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, ove dovuto, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello corrisposto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 29 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2022

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