Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2851 del 31/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 31/01/2022, (ud. 22/10/2021, dep. 31/01/2022), n.2851

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12756-2020 proposto da:

A.T., elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo

studio dell’avvocato CIERVO ANTONELLO, rappresentato e difeso

dall’avvocato MANDRO LUCA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4990/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 12/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FALABELLA

MASSIMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnata per cassazione la sentenza della Corte di appello di Venezia, pubblicata il 12 novembre 2019, con cui è stato respinto il gravame proposto da T.A., proveniente dalla Nigeria, nei confronti dell’ordinanza ex art. 702-ter c.p.c., comma 5,

del Tribunale del capoluogo lagunare. La nominata Corte ha negato che al ricorrente potesse essere riconosciuto lo status di rifugiato ed ha altresì escluso che lo stesso potesse essere ammesso alla protezione sussidiaria e a quella umanitaria.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su quattro motivi. Il Ministero dell’interno resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il ricorrente solleva preliminarmente una questione di legittimità costituzionale della L. n. 98 del 2013, artt. 69-72 che ha convertito, con modifiche, il D.L. n. 69 del 2013, riguardante l’istituzione dei giudici ausiliari delle corti d’appello, in relazione agli artt. 3 e 25 Cost., art. 102 Cost., comma 1, e art. 106 Cost., commi 1 e 2. L’istante rileva come la sentenza sia stata pronunciata da un collegio integrato da un giudice ausiliario. Viene ricordato come questa Corte, con due diverse ordinanze, abbia ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dei richiamati articoli osservando come dalla legge istitutiva del giudice ausiliario presso la corte di appello non emergerebbero le ragioni eccezionali e i limiti temporali che la Corte costituzionale individuò per le supplenze dei magistrati onorari nei collegi del tribunale con le pronunce nn. 99 del 1964, 156 del 1963 e 103 del 1998.

La questione è stata già affrontata dalla Corte costituzionale, la quale ha dichiarato costituzionalmente illegittimi, per violazione dell’art. 106 Cost., commi 1 e 2, D.L. n. 69 del 2013, artt. 62,63,64,65,66,67,68,69,70,71 e 72, convertito, con modificazioni., in L. n. 98 del 2013, nella parte in cui non prevedono che essi si applichino fino a quando non sarà completato il riordino del ruolo e delle funzioni della magistratura onoraria nei tempi stabiliti dal D.Lgs. n. 116 del 2017, art. 32. Le disposizioni censurate, secondo il giudice delle leggi, violano il parametro evocato, il quale delinea un sistema generale di reclutamento mediante pubblico concorso, come strumentale all’indipendenza della magistratura, non diversamente dalla garanzia dell’inamovibilità (art. 107 Cost., comma 1), evitando ogni discriminazione, anche di genere, e assicurando la qualificazione tecnico-professionale. Nella prospettiva di una salvaguardia dell’esigenza di tener conto dell’innegabile impatto complessivo che la decisione è destinata ad avere sull’ordinamento giurisdizionale e sul funzionamento della giustizia nelle corti d’appello, visto l’apporto dei giudici ausiliari allo smaltimento o al contenimento dell’arretrato del contenzioso civile, la Corte ha tuttavia ritenuto che la reductio ad legitimitatem possa attuarsi “con la sperimentata tecnica della pronuncia additiva, inserendo nella normativa censurata un termine finale entro (e non oltre) il quale il legislatore è chiamato a intervenire”, avendo riguardo ai tempi di riforma della magistratura onoraria, la cui completa entrata in vigore è già differita per vari aspetti al 31 ottobre 2025, “così riconoscendo alla disciplina censurata – per l’incidena dei concorrenti valori di rango costituzionale – una temporanea tollerabilità costituzionale” (Corte Cost., sent. n. 41 del 2021).

La ravvisata incostituzionalità delle richiamate norme non spiega conseguentemente incidenza nel presente giudizio.

2. – I motivi di ricorso sono rubricati come segue.

Primo motivo: nullità della sentenza per violazione del diritto essere giudicato dal giudice naturale e precostituito per legge e per difetto di costituzione del giudice; violazione degli artt. 25 e 102 Cost., dell’art. 158 c.p.c. e del R.D. n. 13 del 1941, art. 10.

Secondo motivo: violazione dell’obbligo di cooperazione istruttoria di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e del principio di verosimiglianza delle dichiarazioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, in relazione al punto del provvedimento in cui si rappresenta che il ricorrente non è credibile, senza che il giudice abbia condotto adeguata indagine istruttoria.

Terzo motivo: omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione alla pronuncia sulla domanda relativa alla concessione dello status di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, sub lett. b.

Quarto motivo: violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, nella formulazione anteriore alle modifiche introdotte col D.L. n. 113/2018, convertito in L. n. 132 del 2018.

3. – Il primo motivo è infondato.

Il ricorrente lamenta che il collegio di appello sia stato integrato da un magistrato del Tribunale di Rovigo, assegnato alla Corte di appello di Venezia in forza di un progetto per la definizione del contenzioso in materia di immigrazione e di un provvedimento di attuazione del detto progetto con i quali il Presidente della Corte veneta ha disposto l’applicazione dei giudici civili provenienti da tutti i tribunali del distretto alla terza sezione civile della detta Corte per comporre il collegio in materia di immigrazione. Viene osservato che le suddette misure organizzative non sono state approvate dal Consiglio superiore della magistratura.

In tema di costituzione del giudice competente in materia di protezione internazionale, la circostanza che la causa sia stata decisa dal collegio con la partecipazione di un magistrato applicato in forza di un apposito provvedimento organizzativo non approvato dal Consiglio superiore della magistratura, non comporta tuttavia la nullità della decisione, sia perché il magistrato applicato non può essere considerato persona estranea all’ufficio e non investita della funzione esercitata, sia perché l’art. 156 c.p.c. prevede che la nullità di un atto per inosservanza di forma non può essere pronunciata in assenza di espressa comminatoria di legge; né rileva la mancata approvazione del provvedimento da parte del C.S.M., posta la natura esecutiva e non retroattiva della pronuncia dell’organo di autogoverno (Cass. 26 aprile 2021, n. 10964).

4. – Non meritano accoglimento nemmeno il secondo e il terzo motivo.

Il ricorrente ha narrato di aver abbandonato il suo paese di origine, dove svolgeva attività di meccanico, in seguito al coinvolgimento, suo malgrado, nel furto del motore di un veicolo e nel successivo conflitto a fuoco tra criminali e polizia, nel quale era rimasto ucciso il figlio del proprietario del mezzo; l’istante ha riferito di essere stato arrestato, di essere stato recluso per quattro mesi, di essere evaso di prigione e di aver quindi appreso di essere ricercato non solo dalla polizia, ma anche dal proprietario del veicolo che lo riteneva responsabile della morte del figlio.

La Corte di appello ha ritenuto non credibile la vicenda narrata dal richiedente.

Ora, la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340; cfr. pure Cass. 2 luglio 2020, n. 13578).

Vero è che il ricorrente, col terzo motivo, ha lamentato l’omesso esame di un fatto decisivo: col detto mezzo di censura l’istante ha difatti prospettato il rischio di “essere nuovamente imprigionato” (cfr. pag. 24 del ricorso). Ma è da osservare che la detta condizione di pericolo non può dirsi attuale, in presenza della ritenuta inattendibilità della vicenda che ne dovrebbe essere causa.

Ne’ si rivela decisivo il dato della mancata spendita, da parte del giudice, dei noti poteri di cooperazione istruttoria (che pure trovano ampio spazio nelle controversie in tema di protezione internazionale). Infatti, da attendibilità soggettiva e individuale del rischio di subire persecuzioni o danni gravi rappresenta un elemento costitutivo del rifugio politico e della protezione sussidiaria ex art. 14, lett. a) e b), escluso il quale dal punto di vista dell’attendibilità soggettiva, non può riconoscersi il relativo status” (Cass. 17 giugno 2018, n. 16925, in motivazione). In altri termini, non vi è motivo di accertarsi di profili che interessano, in via generale, l’operato delle autorità pubbliche del paese di provenienza del richiedente se la vicenda, da questi narrata – rispetto alla quale assumerebbe importanza l’attività (o l’inerzia, giusta il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, lett. c)) di dette autorità sul piano della persecuzione o del rischio del grave danno che dà titolo alla protezione sussidiaria – non possa reputarsi veritiera secondo i criteri di cui al citato D.Lgs., art. 3, comma 5. Una tale indagine si manifesta inutile proprio in quanto in siffatta fattispecie il rischio prospettato dall’istante, siccome correlato a fatti non dimostrati, difetta di concretezza e non potrebbe comunque mai presentare il richiesto grado di personalizzazione.

L’istante si duole pure del mancato rinnovo della propria audizione da parte del giudice di appello. Si osserva, tuttavia, che nel procedimento in grado di appello, relativo a una domanda di protezione internazionale, non è ravvisabile una violazione processuale, sanzionabile a pena di nullità, nell’omessa audizione personale del richiedente, poiché l’obbligo di sentire le parti, desumibile dal rinvio operato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, al precedente comma 10 (testo previgente al D.Lgs. n. 150 del 2011), non si configura come un incombente automatico e doveroso, ma come un diritto della parte di richiedere l’interrogatorio personale, cui si collega il potere officioso del giudice di valutarne la specifica rilevanza, ben potendo il giudice del gravame respingere la domanda di protezione internazionale, che risulti manifestamente infondata, sulla sola base degli elementi di prova desumibili dal fascicolo di causa e di quelli emersi attraverso l’audizione o la videoregistrazione svoltesi nella fase amministrativa (Cass. 14 maggio 2020, n. 8931). D’altro canto, il richiedente non chiarisce quali fossero gli aspetti della propria vicenda personale che necessitassero di chiarimenti e approfondimenti istruttori ed è da rammentare, in proposito, che il ricorso per cassazione con il quale sia dedotta l’omessa audizione del richiedente che ne abbia fatto espressa istanza, deve contenere l’indicazione puntuale dei fatti che erano stati dedotti avanti al giudice del merito a sostegno di tale richiesta, avendo il ricorrente un preciso onere di specificità della censura (Cass. 11 novembre 2020, n. 25312).

5. – Va disatteso, da ultimo, il quarto motivo.

Vi si deduce che la Corte di appello avrebbe “completamente omesso di considerare come, in ragione di quanto già accaduto in passato al ricorrente, questi corra il rischio effettivo, in ipotesi di ritorno in Nigeria, di essere nuovamente incarcerato con la falsa accusa di furto aggravato e, quindi, di subire la compromissione di diritti inviolabili (quali il diritto alla vita, all’incolumità fisica, il diritto all’equo processo e alla garanzia di tutela giudiziaria)” (ricorso, pagg. 27 e 28). E’ nondimeno da ribadire che il detto pericolo non abbia concretamente a prospettarsi in ragione della non credibilità – e quindi della mancata prova, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, dei fatti che ne dovrebbero costituire il sostrato. In tal senso, non ha nemmeno fondamento la conseguente doglianza basata sul raffronto tra due contesti di vita (quello in Nigeria e quello in Italia): raffronto che l’istante assume non essere stato rettamente operato. E’ evidente, infatti, che il giudizio formulato dalla Corte di appello non possa reputarsi viziato in ragione del mancato apprezzamento dell’esposizione al “rischio di nuova incarcerazione o persecuzione per mano dei familiari del giovane rimasto ucciso” (ricorso, pag. 28): tale rischio, come si è detto, non può ritenersi incombente, attesa la non credibilità del racconto cui esso si riannoda.

6. – Il ricorso è respinto.

7. – Le spese di giudizio seguono la soccombenza.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello stabilito per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6a Sezione, il 22 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2022

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA