Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28483 del 19/12/2013


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Civile Sent. Sez. 6 Num. 28483 Anno 2013
Presidente: GOLDONI UMBERTO
Relatore: CARRATO ALDO

processo ai sensi
della legge n. 89
del 2001

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato
e difeso “ex lege” dall’Avvocatura Generale dello Stato e domiciliato presso i suoi
uffici, in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– ricorrente —

contro
NAPPI MARIO (C.F.: NPP MRA 58L18 G283Z); RAIMO DOMENICO (C.F.: RMA
DNC 45E15 E955W); NIRO VINCENZO (C.F.: NRI VCN 39D24 F839V); SIANO
RAFFAELLA ANNA (C.F.: SNI RFL 61C70 H860R); POSTIGLIONE LUIGI (C.F.:
PST LGU 40L02 G190L) e SEPE MICHELE (C.F.: SPE MHL 56T18 H931E), tutti
rappresentati e difesi, in virtù di procura speciale a margine del controricorso,
dall’Avv. Maria Ferrante e presso il suo studio elettivamente domiciliati, in Roma, alla
v. Sistina, n. 121; – controricorrenti –

Data pubblicazione: 19/12/2013

avverso il decreto della Corte d’appello di Roma relativo ai proc. riuniti nn. 7540,
7541, 7542, 7543, 7544 e 7545 del 2008 V.G., depositato in data 14 settembre 2011
(e non notificato).
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 4 ottobre 2013

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Ignazio Patrone, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
Ritenuto in fatto
I sigg. Nappi Mario, Raimo Domenico, Niro Vincenzo, Siano Raffaella Anna,
Postiglione Luigi e Sepe Michele chiedevano alla Corte d’appello di Roma, con
distinti ricorsi ritualmente depositati, ai sensi della legge n. 89 del 2001, il
riconoscimento dell’equa riparazione, ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, per
la irragionevole durata di un giudizio instaurato con ricorso depositato il 22 gennaio
1998 dinanzi al Tribunale di Nola, definito in primo grado con sentenza depositata il 3
gennaio 2003 ed in secondo grado con sentenza depositata il 18 dicembre 2006 (a
seguito di formulazione di appello con ricorso depositato il 23 gennaio 2004),
invocando, ciascuno, la condanna del Ministero della Giustizia al risarcimento dei
danni non patrimoniali subiti per la irragionevole durata complessiva del predetto
giudizio.
Nella costituzione del resistente Ministero, l’adita Corte di appello, riuniti i ricorsi, con
decreto depositato il 14 settembre 2011, accertava l’irragionevole ritardo del suddetto
giudizio nella durata di anni quattro e condannava l’Amministrazione convenuta al
pagamento, in favore di ciascuno dei ricorrenti, della somma di euro 3.250,00
(liquidando l’importo di euro 750,00 per i primi tre anni e quello di euro 1000,00 per il
successivo anno), oltre interessi dalla notifica originaria dei ricorsi, con ulteriore

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dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

condanna della stessa Amministrazione alla rifusione delle spese giudiziali, da
distrarsi in favore dei difensore antistatario.
Avverso il suddetto decreto (non notificato) ha proposto ricorso per cassazione il
Ministero della Giustizia, con atto presentato per la notificazione a mezzo posta il 31

resistito con un unico controricorso.
Considerato in diritto
1. Con il primo motivo dedotto il Ministero ricorrente ha denunciato (ai sensi dell’ad.
360, comma 1, n. 3, c.p.c.) la violazione e/o falsa applicazione dell’ad. 2 della legge
n. 89 del 2001, avuto riguardo alla supposta erroneità del computo della durata
irragionevole del giudizio presupposto, articolatosi in due gradi di merito e non
caratterizzato da elementi di particolare complessità.
2. Con il secondo motivo il Ministero ricorrente ha dedotto il vizio di omessa od
insufficiente motivazione sul punto decisivo della controversia relativo alla
determinazione della irragionevole durata complessiva dello stesso giudizio
presupposto.
3. Con il terzo motivo il Ministero della Giustizia ha prospettato l’omessa od
insufficiente motivazione del decreto impugnato con riferimento alla ritenuta
sussistenza del danno non patrimoniale, malgrado la prevedibilità dell’esito negativo
della instaurata controversia.
4. Con il quarto motivo lo stesso Ministero ha denunciato — in relazione all’ad. 360 n.
4 c.p.c. — la violazione e/o falsa applicazione dell’ad. 112 c.p.c., in ordine

all’intervenuto riconoscimento degli interessi legali in favore dei ricorrenti, nonostante
il difetto di un’apposita richiesta in merito.

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3

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ottobre 2012 (ultimo giorno utile), sulla base di quattro motivi. Gli intimati hanno

5. I primi due motivi — esaminabili congiuntamente siccome strettante connessi e
riferiti alla stessa questione ancorché censurata sotto i diversi profili della violazione
di legge e del vizio motivazionale — sono infondati per le ragioni che seguono.
La Corte di appello di Roma ha determinato la durata complessiva — per entrambi i

l’intervallo temporale di undici mesi intercorso tra il deposito della sentenza di primo
grado e la proposizione dell’appello, e, senza distinguere i diversi periodi riferibili a
ciascun grado del giudizio stesso, è giunta alla conclusione di quantificare in anni
quattro il periodo totale di durata irragionevole, rilevante in funzione del
riconoscimento dell’invocato indennizzo, sul presupposto che il giudizio in questione
si sarebbe potuto concludere nel secondo grado entro il termine ragionevole di anni
quattro, valorizzando, a tal proposito, la natura non complessa dell’affare
giurisdizionale (avente ad oggetto una controversia previdenziale) e la complessiva
attività svolta.
Ragionando in tal senso, la Corte territoriale si è conformata all’orientamento
costante di questa Corte (cfr. Cass. n. 23506 del 2008 e, da ultimo, Cass. n. 14786
del 2013) secondo cui, in tema di equa riparazione ai sensi della legge 24 marzo
2001, n. 89, pur essendo possibile individuare degli “standard” di durata media
ragionevole per ogni fase del processo, quando quest’ultimo sia stato
articolato in vari gradi e fasi, agli effetti dell’apprezzamento del mancato
rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali,
occorre avere riguardo all’intero svolgimento del processo medesimo,
dovendosi addivenire ad una valutazione sintetica e complessiva dell’unico
processo da considerare nella sua complessiva articolazione (con la

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gradi di merito – del giudizio in anni otto e mesi undici e detratto (correttamente)

conseguenza, peraltro, che non rientra nella disponibilità della parte riferire la
sua domanda ad uno solo dei gradi di giudizio, optando per quello nell’ambito
del quale si sia prodotta una protrazione oltre il limite della ragionevolezza).
Del resto, la stessa Corte capitolina ha applicato l’ulteriore condivisibile principio (v.,

riparazione ai sensi dell’art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, la
determinazione della durata ragionevole del giudizio presupposto, onde
verificare la sussistenza della violazione del diritto azionato, costituisce
oggetto di una valutazione che il giudice di merito deve compiere caso per
caso, tenendo presenti gli elementi indicati dalla norma richiamata, anche alla
luce dei criteri applicati dalla Corte europea e da questa Corte di legittimità, dai
quali è consentito discostarsi, purché in misura ragionevole e dando conto
delle ragioni che lo giustifichino (onere al quale la Corte romana ha assolto, nei
sensi precedentemente esplicitati).
6. Anche il terzo motivo è privo di fondamento e deve essere, perciò, respinto.
Al riguardo è agevole ricordare che il danno patrimoniale indennizzabile come
conseguenza della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi
della legge 24 marzo 2001, n. 89, è quello che costituisce “conseguenza immediata e
diretta” del fatto causativo (art. 1223 c.c. richiamato dall’art. 2, comma 3, legge cit.
attraverso il rinvio all’art. 2056 stesso codice), in quanto sia collegabile al
superamento del termine ragionevole e trovi appunto causa nel non ragionevole
ritardo della definizione del processo presupposto, per come accertato sussistente
nella specie dalla Corte territoriale, non rilevando l’esito del giudizio stesso, ovvero
non assumendo una sua incidenza neanche la circostanza che lo stesso sia stato
negativo per i ricorrenti.

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sul punto, ad es., Cass. n. 15041 del 2012), in base al quale, in materia di equa

7. Il quarto ed ultimo motivo è, invece, fondato e deve essere accolto, avendo la
Corte territoriale riconosciuto anche gli interessi legali (dalla domanda al saldo) sulla
somma liquidata in favore di ciascuno dei ricorrenti, malgrado gli stessi non ne
avessero fatto esplicita richiesta. Pertanto, la stessa Corte è incorsa nella dedotta

Corte (cfr. Cass. n. 8712 del 2006; Cass. n. 24962 del 2011) statuito che, in materia
di liquidazione dell’equa riparazione per la durata irragionevole del processo
presupposto, dal carattere indennitario dell’obbligazione discende che gli
interessi legali decorrono dalla data della domanda di equa riparazione,
sempreché, tuttavia, essi siano stati richiesti (con la conseguenza che, ove
essi vengano riconosciuti in difetto di apposita domanda, si configura la
violazione dell’art. 112 c.p.c.).

8. In definitiva, sulla scorta delle ragioni esposte, deve pervenirsi al rigetto dei primi
tre motivi ed all’accoglimento del quarto. Non essendo necessari ulteriori
accertamenti di fatto, la causa, con riferimento all’ultima censura accolta, può essere
decisa nel merito, provvedendosi all’elisione, nel decreto impugnato, del capo
relativo al riconoscimento degli interessi legali. A tal riguardo si osserva che questo
collegio aderisce all’orientamento in virtù del quale la Corte di cassazione può
decidere la causa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., nel caso di violazione
o falsa applicazione non solo di norme sostanziali, ma anche di norme
processuali, e sempre che non siano necessari ulteriori accertamenti in fatto

(cfr. Cass. n. 7144 del 2006 e, per opportuni riferimenti, Cass. n. 3388 del 2005).
9. Stante la parziale fondatezza del proposto ricorso e la peculiarità delle questioni
complessive involte dai primi due motivi, si ravvisano gravi e rilevanti motivi per
disporre l’integrale compensazione delle spese della presente fase di legittimità.

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violazione di legge, avendo la giurisprudenza (ampiamente predominante) di questa

PER QUESTI MOTIVI
La Corte rigetta i prime tre motivi del ricorso ed accoglie il quarto; cassa il decreto
impugnato in relazione al motivo accolto e, decidendo sul punto nel merito, annulla il
decreto stesso limitatamente al disposto riconoscimento degli interessi legali (dalla

dei ricorrenti.
Compensa integralmente tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile della Corte
suprema di Cassazione, in data 4 ottobre 2013.

domanda al saldo) sulla somma liquidata a titolo di indennizzo in favore di ciascuno

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