Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28461 del 19/12/2013


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 28461 Anno 2013
Presidente:
Relatore:

SENTENZA

sul ricorso 5642-2008 proposto da:
MALVEZZI

CAMPEGGI

SILVERIA

MLVSVR46E45H501P,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZIO 42,
presso lo studio dell’avvocato BUCALO SERGIO, che la
rappresenta e difende giusta delega in atti;
– ricorrente contro

BANCA

ANTONVENETA

(incorporante

S.P.A.

BANCA

ANTONIANA POPOLARE VENETA S.P.A.) 02691680280, in
persona del suo legale rappresentante, Dott. GAETANO
FISCHETTI, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI

1

Data pubblicazione: 19/12/2013

VAL GARDENA 3, presso lo studio dell’avvocato DE
ANGELIS FIORELLA, che la rappresenta e difende giusta
delega in atti;
– controricorrente nonchè contro

CAMPEGGI

FEDERICO,

MALVEZZI

CAMPEGGI

GUENDALINA, RASMUSSEN HANNA, MALVEZZI CAMPEGGI
FLORIANA MLVSVR46E45H501P, MALVEZZI CAMPEGGI CAMILLO,
ROSSI PAOLO;
– intimati –

sul ricorso 10064-2008 proposto da:
MALVEZZI CAMPEGGI FLORIANA, elettivamente domiciliata
in ROMA, VIA LUTEZIA 8, presso lo studio
dell’avvocato NUCCI MAURIZIO, che la rappresenta e
difende giusta delega in atti;
– ricorrente contro

BANCA

ANTONVENETA

ANTONIANA

POPOLARE

S.P.A.
VENETA

(incorporante
S.P.A.,

gia’

BANCA
BANCA

NAZIONALE AGRICOLTURA) 02691680280, in persona del
O

rAID

Legle RappreentAnte Dott. GAETANC) FISCHETTI,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI VAL GARDENA
3,

presso

lo studio dell’avvocato DE ANGELIS

FIORELLA, che la rappresenta e difende giusta delega
in atti;
– controrícorrente –

MALVEZZI

nonchè contro

ROSSI

PAOLO,

RASMUSSEN

HANNA,

RASMUSSEN

CAMILLO,

MALVEZZI

CAMPEGGI

ALFONSO,

MALVEZZI

CAMPEGGI

SILVERIA,

MALVEZZI

CAMPEGGI

FEDERICO,

MALVEZZI

CAMPEGGI GUENDALINA;

avverso la sentenza n.

3023/2007

D’APPELLO di ROMA, depositata

della CORTE

il 05/07/2007

R.G.N.

8919/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 11/10/2013 dal Consigliere Dott. RAFFAELE
FRASCA;
udito l’Avvocato ATTILIO TERZINO per delega;
udito l’Avvocato MAURIZIO NUCCI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. CARMELO SGROI che ha concluso per
l’inammissibilita’ di entrambi i ricorsiper
sopravvenuta carenza d’interesse.

3

– intimati

R.g.n. 5642-08; 10064-08 (ud. 11.10.2013)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
§1. Silveria Malvezzi Campeggi, in proprio e quale procuratore speciale di Alfonso
Malvezzi Campeggi, ha proposto ricorso per cassazione contro la Banca Antoniana
Popolare Veneta s.p.a. e nei confronti di Floriana Malvezzi Campeggi, Federico Malvezzi
Campeggi, quali eredi di Elisabetta Sofio, nonché in confronto di Hanna Rasmussen,
Camilla e Guendalina Malvezzi Campeggi, quali eredi di Carlo Malvezzi Campeggi, a sua

volta erede della Sofio, nonché nei confronti di Paolo Rossi.
Il ricorso è stato proposto avverso la sentenza del 5 luglio 2007, con la quale la Corte
d’Appello di Roma ha respinto l’appello da essa ricorrente proposto nella duplice qualità,
avverso la sentenza resa dal Tribunale di Roma del 4 aprile 2005, che, provvedendo sul
reclamo della Banca Antoniana Veneta s.p.a., aveva revocato l’ordinanza del 4 maggio
precedente, con cui il Giudice dell’Esecuzione aveva dichiarato l’estinzione della
procedura espropriativa immobiliare promossa dalla reclamante contro Elisabetta Sofio,
oltre che contro Paolo Rossi.
§2. Al ricorso ha resistito con controricorso la Banca Antonveneta s.p.a (incorporante
la Banca Antoniana Popolare Veneta s.p.a.).
Ha resistito, altresì, con controricorso nel quale ha svolto ricorso incidentale contro
la Banca, peraltro indicandola come già Banca Nazionale dell’Agricoltura, Floriana
Malvezzi Campeggi. La Banca ha resistito al ricorso incidentale con controricorso.
§3. In data 8 ottobre 2013 è stato depositato nella Cancelleria della Corte un atto
proveniente dal dottor Sebastiano Potito Preziosi, nell’asserita qualità di legale
rappresentante della Ponti Rossi s.r.l. di Roma, qualificata a sua volta come successore a
titolo particolare di Monte Paschi di Siena nei due giudizi introdotti dai due ricorsi. In tale
atto il medesimo ha dichiarato di accettare l’atto di rinuncia ai due giudizi di Floriana
Malvezzi Campeggi, a sui dire notificato il 25 settembre 2013 e di rinunciare a sua volta
(sic) <>.
La Corte territoriale ha motivato la legittimità dell’utilizzazione della
documentazione di cui all’art. 567 c.p.c., pur depositata nel primo pignoramento, anche
nell’altro, adducendo che ai sensi dell’art. 561 c.p.c. la cancelleria aveva unito i
pignoramenti e che tale comportamento, essendo di natura amministrativa, non sarebbe
stato sindacabile da parte sua.
Questa motivazione è priva di fondamento giuridico, là dove assume che il carattere
“amministrativo” del comportamento del cancelliere non sarebbe stato sindacabile.
E’ sufficiente osservare che, come in ogni processo, gli adempimenti compiuti dal
cancellerie nell’esercizio delle sue funzioni per lo svolgimento del processo sono atti del
processo e come tali sindacabili.
§5.3. L’erroneità della motivazione della Corte romana non esclude, tuttavia, che il
rigetto dell’appello sia stato corretto in iure.
Queste le ragioni.
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Est. Con

ffaele Frasca

R.g.n. 5642-08; 10064-08 (ud. 11.10.2013)

Va considerato innanzitutto che il primo pignoramento, ancorché non notificato alla
Sofio, diede luogo ad un procedimento esecutivo, ancorché senza effettivo inizio
dell’esecuzione quanto alla medesima e tanto si rileva anche a prescindere dal fatto che il
procedimento si incardinò sulla base di un pignoramento invece eseguito nei confronti
dell’altro debitore.
Ora, il secondo pignoramento eseguito sia nei confronti della Sofio che del Rossi
rappresentava dal punto di vista soggettivo nonché oggettivo un procedimento

assolutamente identico a quello precedente, con la sola differenza riguardo agli atti
introduttivi, rappresentati nel primo caso dal pignoramento soltanto tentato nei confronti
della Sofio e da quello eseguito nei confronti del Rossi, nel secondo caso dal pignoramento
eseguito sia nei confronti dell’una che dell’altro.
Le azioni esecutive esercitate con l’attività che aveva dato luogo al primo
procedimento e con l’attività che aveva dato luogo al secondo procedimento si
caratterizzarono, dunque, per la loro assoluta identità, atteso che riguardarono gli stessi due
soggetti debitori e si radicarono sugli stessi immobili.
La constatazione che ne segue è che vi fu identità soggettiva ed oggettiva fra i due
procedimenti esecutivi, a nulla rilevando in senso contrario il problema posto riguardo al
primo dall’inesistenza della notificazione dell’atto di pignoramento nei confronti della
Sofio, la quale determinava soltanto l’invalidità dell’esercizio dell’azione riguardo al suo
atto iniziale, come tale condizionante la prospettiva del suo successivo svolgimento, ma
non poteva di per sé comportare, salvo ricercarne la ragione, l’invalidità della produzione
della documentazione ai sensi dell’art. 567 c.p.c. e, di seguito, la sua utilizzabilità in
funzione dell’altro procedimento riunito.
Occorre, dunque, ricercare l’eventuale esistenza di una simile ragione, che, invece,
non esiste e non si rinviene nell’ordinamento.
Le considerazioni che giustificano tale assunto sono le seguenti.
Giova, anzitutto, notare che la situazione di coesistenza dei due procedimenti non era
direttamente riconducibile alla norma generale dell’art. 493 c.p.c., la quale si riferisce solo
al fenomeno della connessione dei procedimenti esecutivi per l’oggetto, cioè ai
pignoramenti su istanza di più creditori e, quindi, all’esercizio di azioni esecutive separate
da parte di distinti creditori.
Era, invece, riconducibile alla norma speciale dell’art. 561 c.p.c. (nonna che è
omologa degli artt. 523 e 524 c.p.c.), nel testo applicabile (ma ai fini del decidere è
circostanza irrilevante) ratione temporis, cioè in quello anteriore alla riforma di cui al d.l.
8
Est. Cons. Raffaele Frasca

R.g.n. 5642-08; 10064-08 (ud. 11.10.2013)

n. 35 del 2005, convertito, con modificazioni, nella 1. n. 80 del 2005: quella norma si
prestava, come si presta anche nel testo attuale, a disciplinare sia l’ipotesi di pignoramenti
successivi da parte dello stesso creditore sui medesimi beni nell’esercizio della stessa
pretesa esecutiva, sia quella di successione di pignoramenti eseguiti da parte dello stesso
creditore nell’esercizio di pretese esecutive distinte sempre sui medesimi beni, sia l’ipotesi
di successione di pignoramenti ad istanza di distinti creditori su di essi. Il suo presupposto
era ed è, infatti, che si abbia una successione di pignoramenti, rectius consecuzione, sugli

stessi beni e tale presupposto ricorreva nella specie.
Ora, deve considerarsi che l’art. 561 c.p.c., in punto di modalità di svolgimento dei
procedimenti riuniti relativi alla successione di pignoramenti, si limita a dettare una regola,
quella espressa dell’immutato ultimo inciso del secondo comma, cioè che <>.
Nulla dice sul significato di tale svolgimento unitario del processo ed in particolare
nulla si dice sul se gli atti compiuti in funzione dei distinti pignoramenti che si vengono a
trovare riuniti comunichino eventualmente i loro effetti rispetto a ciascuno dei
procedimenti corrispondenti ad ogni pignoramento. La norma dell’art. 561 c.p.c., dunque,
con riferimento al caso che si esamina, cioè quello di consecuzione di due identiche azioni
esecutive sul piano soggettivo ed oggettivo, non può dare alcuna risposta sul se la
documentazione di cui all’art. 567 c.p.c. depositata formalmente nel primo pignoramento
(soltanto tentato nei confronti della Sofio) potesse spiegare effetti riguardo al secondo
pignoramento, o meglio risguardo al procedimento esecutivo introdotto dal secondo valido
pignoramento.
D’altro canto, ritornando all’art. 493 c.p.c., che pure, come si è veduto, non riguarda
la situazione di cui è processo, si rinviene nel terzo comma una regola di valore positivo,
quella per cui <>, la quale esprime che ogni pignoramento è retto dall’azione esecutiva
che con esso si è espressa e, quindi, è condizionato dalla specifiche condizioni di validità
ad esso relative, con la conseguenza che anche l’esito del procedimento da esso inesatto e
riunito all’altro o agli altri, di esse risente.
Nulla dice la norma, invece, sul se eventuali attività funzionali allo svolgimento dei
procedimenti introdotti da ogni pignoramento che si vengano a trovare riuniti,
evidentemente ai sensi dell’art. 561 c.p.c. (e che, proprio a seguito della riunione o, come
dice il legislatore, unione di pignoramenti, rimarcando il riferimento all’atto come tale,

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Est. Cons. IRffae1e Frasca

R.g.n. 5642-08; 10064-08 (ud. 11.10.2013)

danno luogo alla riunione di procedimenti scaturiti da essi), possano comunicare i loro
effetti al o ai pignoramenti distinti da quello cui l’attività si riferisce.
La risposta al se, in presenza di procedimenti esecutivi insorti per effetto di
pignoramenti distinti, che si trovino ad essere riuniti e trattati congiuntamente, deve allora
essere cercata considerando se l’estensione dell’attività compiuta sia giustificata dal nesso
fra l’uno e l’altro procedimento esecutivo, cioè dalla natura della loro connessione.
proposito del processo di cognizione e lo fa con varie modalità, che tengono conto appunto
della natura della connessione.
E’ ad esse allora che bisogna fare riferimento.
Ebbene, concentrando l’attenzione sul caso proposto dalla controversia, essendosi
rimarcato che i due procedimenti esecutivi originariamente riuniti erano stati introdotti
dall’esercizio della stessa azione esecutiva e sugli stessi beni, sebbene con pignoramenti
cronologicamente diversi, è palese che il referente normativo della situazione così
determinatasi va ricercato nell’art. 273 c.p.c., che prevede la regola della obbligatoria
riunione dei procedimenti relativi alla stessa <>, quando esercitati dinanzi allo
stesso ufficio giudiziario con distinti atti introduttivi. Tale riunione, proprio per la sua
obbligatorietà e per l’identità della causa introdotta con i distinti atti di esercizio causativi
dei distinti procedimenti, implica una regola per cui l’attività processuale deve
necessariamente svolgersi in modo unitario e comune. Ne segue, per coerenza, che, se
frattanto, cioè prima della riunione, sono state compiute distinte attività nei procedimenti
riuniti, anch’esse esse tendenzialmente si comunicano fra loro, nel senso che diventano
riferibili ad entrambi. Semmai, il limite che si deve ritenere sussistente è che, se nel
procedimento introdotto per primo si sono verificate preclusioni, le attività ormai precluse
non possono essere consentite in quanto non precluse nel secondo (si veda, in termini,
Cass. n. 5894 del 2006).
Ora, la regola così emergente dall’art. 273 c.p.c., pur riferendosi alla “causa”, in
ragione del notorio molteplice significato che il concetto di “causa” assume nel nostro
codice di procedura civile, si presta ad essere riferita anche, proprio per lo stesso concetto
che esprime in ordine al trattamento dell’attività processuale identica se si presenti in due
distinti procedimenti davanti allo stesso giudice, al processo esecutivo.
Ne segue che è regola idonea a disciplinare il caso di successione di pignoramenti
identici sul piano soggettivo ed oggettivo ed espressione della stessa azione esecutiva, che,

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ffaele Frasca

Ora, il Codice di rito disciplina il fenomeno della connessione fra procedimenti a

R.g.n. 5642-08; 10064-08 (ud. 11.10.2013)

a seguito dell’attività di cui all’art. 561 c.p.c., diano luogo ad una riunione di processi
esecutivi, come era accaduto nella specie.
Consegue che applicando detta regola al caso concreto è palese che, essendo stata
compiuta l’attività di deposito della documentazione prescritta dall’art. 567 c.p.c. nel
primo procedimento, il suo valore, per effetto della riunione al secondo procedimento, si
comunicò, agli effetti previsti da detta norma, a quest’ultimo e, pertanto, non vi era alcuna
l’attività di deposito compiuta, inerendo alla stessa azione esecutiva diveniva
necessariamente comune ai due procedimenti. A nulla rileva — si osserva — che il primo
pignoramento nei confronti della Sofio non si fosse perfezionato. L’invalidità dell’azione
esecutiva nei confronti di costei per non essersi perfezionato il primo pignoramento
non determinò, infatti, per come s’è già detto, un’invalidità dell’attività di deposito
della documentazione nella sua oggettività, ma solo la sua irrilevanza con riferimento
al procedimento introdotto da esso, di modo che nulla ostava a che esso fosse
pienamente rilevante ed utilizzabile nel secondo procedimento.
Il principio di diritto che si deve, dunque, affermare, ai sensi del terzo comma
dell’art. 363 c.p.c., è il seguente: «qualora vengano introdotti successivamente due
procedimenti esecutivi immobiliari fra le stesse parti con successione ad un primo
pignoramento invalido di altro pignoramento valido ed i relativi procedimenti
vengano riuniti, l’attività di cui al secondo comma dell’art. 567 c.p.c. compiuta
formalmente con riguardo al primo procedimento comunica i suoi effetti anche
all’altro, data l’identità delle azioni esecutive oggetto dei procedimenti e considerato
che la riunione di processi esecutivi identici, ai sensi dell’art. 273 c.p.c., applicato in
via analogica, comporta la riferibilità di detta attività ad entrambi i procedimenti
esecutivi. Ne segue che, con riferimento a riunione di procedimenti sotto il vigore
dell’art. 567 secondo comma c.p.c. nel testo anteriore al d.l. n. 35 del 2005, convertito,
con modificazioni, nella 1. n. 80 del 2005, ai fini del rispetto dell’adempimento di cui
all’art. 13-bis del di. n. 291 del 2000, convertito, con modificazioni, dalla I. n. 372 del
2000, l’esistenza della documentazione di cui all’art. 567 c.p.c. nel procedimento
introdotto con un primo pignoramento invalido comunicava i suoi effetti al
procedimento relativo al secondo pignoramento validamente eseguito, con la
conseguenza che bene il giudice di merito nega in tal caso l’estinzione di quest’ultimo
procedimento per la mancata reiterazione del deposito in esso.».

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necessità di provvedere ad un nuovo deposito in relazione al secondo procedimento, perché

R.g.n. 5642-08; 10064-08 (ud. 11.10.2013)

§5.4. Il motivo del ricorso principale, come del resto il secondo del ricorso
incidentale, non avrebbero potuto, dunque, comportare la cassazione della decisione
impugnata, là dove essa ha rigettato l’appello contro la decisione di annullamento in sede
di reclamo dell’ordinanza di estinzione, che era stata adottata illegittimamente.
§6. Conclusivamente, entrambi i ricorsi vanno dichiarati inammissibili per
sopravvenuta carenza di interesse.
riferita al ricorso principale, esclude che il ricorso incidentale, che, in ragione della notifica
della sentenza e del decorso del termine breve, aveva natura di impugnazione incidentale
tardiva, debba dichiararsi inefficace ai sensi del secondo comma dell’art. 334 c.p.c.,
giacché tale norma si riferisce all’ipotesi in cui sia il ricorso principale sia originariamente
inammissibile.
Le spese del giudizio di cassazione si compensano atteso che la sopravvenienza della
carenza di interesse è dipesa, per quanto hanno attestato i difensori comparsi e
segnatamente quello della Banca da transazione.
P. Q. M.
La Corte, riuniti ricorsi, li dichiara inammissibili per sopravvenuta carenza di
interesse. Compensa le spese del giudizio di cassazione riguardo a tutti i rapporti
processuali.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, l’ 1 1
ottobre 21 3.

Tale particolare situazione soltanto sopravvenuta di inammissibilità, in quanto

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