Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2846 del 06/02/2020

Cassazione civile sez. lav., 06/02/2020, (ud. 30/10/2019, dep. 06/02/2020), n.2846

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19280/2014 proposto da:

F.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA STAZIONE

DI SAN PIETRO 45, presso lo studio dell’avvocato DANIELA SEGNALINI,

che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

REGIONE LAZIO, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MARCANTONIO COLONNA 27,

presso la sede dell’Avvocatura Regionale, rappresentata e difesa

dall’Avvocato ANNA MARIA COLLACCIANI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8321/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 05/02/2014 R.G.N. 622/2011.

Fatto

RITENUTO

che:

la Corte d’Appello di Roma, confermando la pronuncia del Tribunale della stessa città, ha disatteso la pretesa con cui F.M., quale direttore della direzione regionale “Famiglia e servizi alla persona” aveva chiesto che, fin dalla data della sua nomina in tale posizione, quale dirigente esterno, risalente alla Delib. Giunta n. 1361 del 2002, ed al contratto di lavoro 21.10.2002, gli fosse riconosciuta la retribuzione di posizione in misura di Euro 105.078,79 lordi, oltre alla retribuzione di risultato in misura pari al 30 % della retribuzione complessiva;

la Corte territoriale riteneva che correttamente la retribuzione di posizione fosse stata stabilita in Euro 42.349,46 “così come previsto quale valore massimo dalla contrattazione collettiva nazionale”, precisando che l’art. 178 del Regolamento regionale 1/2002 per i dirigenti esterni prevedeva la determinazione del dovuto secondo la contrattazione collettiva nazionale e non in forza di Delib. della Giunta Regionale e comunque aggiungendo che il riferimento alla contrattazione escludeva qualsiasi violazione dell’art. 36 Cost., mentre non poteva ritenersi violato il principio di parità di trattamento con gli altri dirigenti regionali “non trovandosi l’odierno appellante (quale dirigente esterno all’Amministrazione) nella medesima posizione di questi ultimi e potendo tale principio essere invocato a fronte di situazioni giuridicamente uguali”;

avverso la predetta sentenza il F. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi, poi illustrati da memoria e resistiti con controricorso dalla Regione Lazio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione (art. 360 c.p.c., n. 3) D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 24, come recepito dalla L.R. Lazio n. 6 del 2002, art. 20 e dall’art. 178 del Regolamento per l’Organizzazione di Uffici e Servizi di Giunta n. 1/2002, assumendo che erroneamente la Corte territoriale avrebbe riportato la disciplina della retribuzione dei dirigenti esterni preposti a direzioni regionali dell’art. 178, comma 3 del Regolamento citato (riguardante incarichi esterni diversi da quelli di direzione regionale, disciplinati con rinvio alla contrattazione collettiva) e non al comma 2 del medesimo Regolamento (riguardanti gli incarichi di direzione regionale anche a dirigenti esterni e disciplinati con rinvio a Delib. di Giunta da adottare assumendo come “base” i valori massimi della contrattazione collettiva);

con il secondo motivo il F. censura la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione (art. 360 c.p.c., n. 3), del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 24, Delib. n. 1310 del 2002, L.R. Lazio n. 6 del 2002, art. 20 e dell’art. 178 del Regolamento per l’Organizzazione di Uffici e Servizi di Giunta n. 1/2002, rimarcando come tutti i dirigenti, anche esterni, preposti a direzioni regionali percepissero una retribuzione di posizione pari al massimo stabilito dalla Delib. Giunta n. 1310 del 2002, mentre egli era l’unico cui, fino alla successiva Delib. n. 458 del 2004, era stata applicata la minore retribuzione di Euro 42.349,46, con palese violazione dell’art. 36 Cost., essendosi riconosciuta solo con l’ultima Delib. citata, l’adeguatezza della migliore retribuzione di posizione poi fissata, nonchè in violazione del principio di parità di trattamento, di cui al D.Lgs. n. 165 del 2002, art. 45 e art. 3 Cost., atteso il fatto che egli era l’unico preposto a direzione regionale che aveva ricevuto, tra il 2002 ed il 2004, una retribuzione inferiore;

i due motivi, stante la loro connessione, vanno esaminati congiuntamente;

può anche essere condiviso quanto affermato dal ricorrente in merito al fatto che erroneamente la sua posizione fosse stata riportata all’art. 178, comma 3 del Regolamento regionale, stante il fatto che quel comma si riferisce ai dirigenti esterni in posizione “diversa” dai dirigenti di cui al comma 2 e dunque ai preposti a direzioni regionali, quale egli era;

il ricorrente non contesta tuttavia l’assunto della Corte di merito secondo cui la misura della retribuzione di risultato a lui riconosciuta fosse determinata nel massimo previsto dalla contrattazione collettiva nazionale (pag. 3, terzo periodo, della sentenza).

d’altra parte, il comma 2 cit. assumeva tale valore massimo come base di riferimento, per cui la Delib. di Giunta di cui al medesimo comma poteva, come il ricorrente assume essere avvenuto ed applicato per gli altri preposti a direzioni regionali, fissare una retribuzione anche superiore a quella “base” così determinata, ma non può dirsi di per sè solo illegittimo che fosse corrisposto solo tale massimo, oltre alla retribuzione di risultato;

non può pertanto dirsi che, pur prendendo atto dell’errore qualificatorio contenuto nella sentenza, il ricorso manifesti concretamente la sussistenza di una violazione dei criteri stabiliti dal regolamento;

analogamente il ricorso è carente anche nella parte in cui sollecita una diversa valutazione, assumendo che la retribuzione di posizione in concreto fissata nei suoi riguardi nel 2002 violerebbe i parametri di cui all’art. 36 Cost., nonchè il principio di parità di trattamento di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45, in quanto essa sarebbe stata riconosciuta in misura inferiore a quanto attribuito a tale titolo a tutti gli altri preposti a direzioni regionali, fossero essi dirigenti “interni” o, come lui, “esterni”;

a tal fine il ricorrente fa leva sul fatto che nel 2004, con successiva Delib., anche a lui sia stata poi riconosciuta la retribuzione di posizione (qui rivendicata per il periodo 2002 – 2004) di Euro 105.078,79, affermandosi, nell’ambito della motivazione del provvedimento, che “attualmente la retribuzione di posizione attribuita dalla Giunta Regionale a tutti i titolari di Direzione Regionale” era pari appunto a quell’importo;

anche tale motivo presenta tratti assorbenti di inammissibilità;

è indubbio che, dall’estratto della Delib. n. 458 del 2004, così trascritto, emerge che in quel momento tutti i titolari di Direzione Regionale percepivano quel maggiore emolumento;

non risultano però riportate nel ricorso le Delibere di Giunta che hanno precedentemente riconosciuto agli altri titolari, ivi compresi quelli “esterni”, i superiori importi sopra detti, il che priva di concretezza il motivo, non consentendo di apprezzare già sulla base del ricorso se quelle attribuzioni derivassero o meno da valutazioni specifiche rispetto a quei dirigenti, nè se quei maggiori importi fossero stati anch’essi riconosciuti ad essi fin dal 2002 o quando e come;

d’altra parte, è evidente che, una volta rispettata la base costituita dal valore massimo della contrattazione collettiva – su cui si è già detto la fissazione dei compensi in concreto costituisce esercizio di un’ampia discrezionalità, la cui censura presuppone necessariamente una specifica e dettagliata prospettazione (e trascrizione, in sede di legittimità, per quanto sopra detto) dei diversi provvedimenti che, si assume, avrebbero favorito altri e discriminato il ricorrente o dai quali dovrebbe desumersi che, nonostante il rispetto dei minimi stabiliti dal Regolamento, si dovrebbe affermare una qualche concreta inadeguatezza in ipotesi rilevante ai sensi dell’art. 36 Cost., o una qualche effettivamente decisiva disparità di trattamento D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 45;

neppure potendosi affermare un principio per cui l’innalzamento migliorativo, in un certo momento, della retribuzione di posizione, in esercizio del potere discrezionale di ponderazione della misura di essa che è insito nella sola indicazione della previsione massima della contrattazione collettiva soltanto come limite minimo, significhi per ciò solo inadeguatezza della retribuzione dapprima riconosciuta, ma nel rispetto delle norme (qui art. 178, comma 2 cit.) che ne disciplinano l’attribuzione e del minimo da esse previsto;

il ricorso va quindi dichiarato inammissibile, con regolazione secondo soccombenza delle spese del grado.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controparte delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali in misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 30 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 6 febbraio 2020

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