Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28456 del 15/10/2021

Cassazione civile sez. I, 15/10/2021, (ud. 28/09/2021, dep. 15/10/2021), n.28456

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26583/2020 proposto da:

O.K., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Angelico, 38,

presso lo studio dell’Avvocato Marco Lanzilao, che lo rappresenta e

difende per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato per legge presso gli uffici dell’Avvocatura Generale

dello Stato in Roma, Via dei Portoghesi, 12;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE DI ROMA, Sezione specializzata in

materia di immigrazione, protezione internazionale e libera

circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, n. 25492/2020

depositato il 07/09/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/09/2021 dal Cons. Dott. Laura Scalia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. O.K., cittadino nigeriano, nato nel Delta State che nel racconto reso in fase amministrativa, davanti la competente Commissione territoriale, aveva dichiarato di aver abbandonato il proprio Paese per timore di essere arrestato dopo che, per rappresaglia, aveva distrutto oggetti ed alcune mucche presenti nell’accampamento dei (OMISSIS), che avevano ferito il padre e violentato la sorella, e tanto nel ritardo delle forze di polizia, a cui era stato denunciato l’accaduto, ad intervenire – ricorre con tre motivi per la cassazione del decreto in epigrafe indicato.

2. Il Tribunale di Roma, Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, ha rigettato l’opposizione avverso il provvedimento con cui la competente Commissione aveva negato al richiedente la protezione internazionale ed il diritto al rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, nella ritenuta inattendibilità del racconto ed insussistenza dei presupposti di legge.

3. Il Ministero dell’Interno è rimasto intimato, costituendosi tardivamente al fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione ex art. 371 c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per la valutazione condotta dal tribunale sulla credibilità del racconto. Il tribunale non ha tenuto conto dello sforzo compiuto dal richiedente e della produzione di tutti gli elementi pertinenti ed in suo possesso oltre che della coerenza e plausibilità delle dichiarazioni rese e di ogni altro parametro di legge.

Il ricorrente menziona lo stralcio del report Amnesty International 2019 attestante il riacutizzarsi delle tensioni tra nomadi e contadini in Nigeria.

Il motivo è inammissibile.

In materia di protezione internazionale, il giudizio sulla credibilità del racconto del richiedente, da effettuarsi in base ai parametri forniti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, è sindacabile in sede di legittimità nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti – oltre che per motivazione assolutamente mancante, apparente o perplessa – spettando dunque al ricorrente allegare in modo non generico il “fatto storico” non valutato, il “dato” testuale o extratestuale dal quale esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale e la sua “decisività” per la definizione della vertenza (Cass. 02/07/2020, n. 13578; Cass. 19/06/2020, n. 11925; Cass. 05/02/2019, n. 3340).

Si tratta di prospettiva di critica del tutto assente nel proposto motivo che come tale è incapace di portare ad un’utile censura.

D’altra parte, i parametri della inverosimiglianza, che vanno a comporre nel loro positivo accertamento il giudizio sulla credibilità oggettiva, sono stati scrutinati anche sotto il profilo estrinseco, curando il tribunale l’indagine sul fenomeno dei pastori (OMISSIS) e sul conflitto in essere con i contadini ed escludendo che quest’ultimo interessi la zona di Agbor, nel Delta State, quella di provenienza del richiedente protezione.

Si tratta di motivazione in alcun modo censurata con il motivo di ricorso che rimane come tale portatore di una non concludente critica.

3. Con il secondo motivo il ricorrente fa valere la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5,6 e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5; difetto di motivazione, travisamento dei fatti.

Il tribunale ha escluso la protezione dopo aver ritenuto che il ricorrente non avesse provato la dedotta fragilità per motivi di salute in seguito alle percosse subite in Libia, né dimostrato il proprio inserimento in Italia. Su siffatto scrutinio, il ricorrente deduce che il tribunale ha rigettato la richiesta di protezione umanitaria senza svolgere il richiesto giudizio di bilanciamento tra la situazione “socio-economica” goduta in Italia e quella alla quale egli sarebbe andato incontro in caso di rimpatrio e che la motivazione deve ritenersi assente.

Il tribunale non ha indagato sulle condizioni del Paese di origine del ricorrente là dove il giudizio di “bilanciamento (tra Paese di provenienza ed Italia) consta di elementi che nulla hanno a che fare con la rilevanza della storia narrata dal ricorrente” (p. 9 ricorso).

Il motivo è inammissibile per contrasto con il costante orientamento di questa Corte.

La lesione dei diritti umani fondamentali, integrativi dello statuto dell’individuo, connessa alla situazione di rischio presente nel Paese di provenienza, deve essere allegata dal ricorrente e permettere una individualizzazione di quel rischio, idonea a consentire al giudice di merito la necessaria e concreta comparazione tra i due contesti di vita dello straniero rispetto alla deprivazione nel godimento dei primi. Diversamente, si prenderebbe in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma, piuttosto, quella del suo Paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 (vd., da ultimo, Cass. 04/08/2021, n. 22274; in termini: Cass. 03/04/2019, n. 9304).

Dell’indicato principio il tribunale romano ha fatto rettamente applicazione nella parte in cui rileva, nella inattendibilità del racconto reso, l’insussistenza di ulteriori ragioni di vulnerabilità. Il ricorso che delle norme in applicazione, nella interpretazione consolidata fornita dalla giurisprudenza di questa Corte, vorrebbe offrire una diversa interpretazione, è inammissibile anche perché non offre ragione per mutare indirizzo (art. 360-bis c.p.c., n. 1).

Il raffronto tra il contesto socio-economico di riferimento nel Paese di accoglienza e quello di provenienza non vale infatti, esaustivamente, a realizzare i presupposti per il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria, alla cui definizione deve concorrere la situazione di vulnerabilità del richiedente, puntualmente allegata, nella raggiunta sua integrazione nel Paese di accoglienza, estremi che, presenti nella dedotta fattispecie normativa ed obliterati in ricorso, rendono, oltre alle indicate ragioni, inammissibile, perché generica, la portata critica.

Il motivo è altresì generico e, ancora, inammissibile anche per il dedotto difetto assoluto di motivazione ed il travisamento dei fatti che sono sostenuti in ricorso solo discorsivamente.

4. Con il terzo motivo il ricorrente fa valere: la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5; l’omessa applicazione dell’art. 10 Cost.; l’omessa valutazione di fonti informative relative alla situazione socio-economica del Paese; l’omesso esame della condizione personale del richiedente.

Il motivo è inammissibile perché generico e, all’esito e nel resto, perché sollecita una rivalutazione del merito attraverso una diversa lettura dei fatti per un sindacato non proponibile in sede di legittimità.

5. Conclusivamente il ricorso è inammissibile.

Nulla sulle spese essendo l’amministrazione rimasta intimata.

P.Q.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 28 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 ottobre 2021

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