Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28450 del 19/12/2013


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 28450 Anno 2013
Presidente: UCCELLA FULVIO
Relatore: TRAVAGLINO GIACOMO

SENTENZA

sul ricorso 19159-2007 proposto da:
ESPOSITO

DI

CARUBBENE

ANTIMO

SPSNTM57R11Z404U,

ESPOSITO THOMAS BI SPSTMS54B27Z404R, domiciliati ex
lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI
CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato
BUONANNO ROBERTO con studio in POZZUOLI (NA), VIA
2013

CELLE 2 giusta delega in atti;
– ricorrenti –

1103

contro

COMUNE DI MONTE DI PROCIDA;
– intimato –

1

Data pubblicazione: 19/12/2013

avverso

la

sentenza n.

2285/2006 della CORTE

D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 07/09/2006, R.G.N.
6420/2005;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 17/05/2013 dal Consigliere Dott. GIACOMO

udito l’Avvocato ROBERTO BUONANNO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. CARMELO SGROI che ha concluso per
l’inammissibilità in subordine per il rigetto;

2

TRAVAGLINO;

I FATTI

Nel maggio del 2000 Antimo Esposito di Carrubene e Thomas
Bi Esposito chiesero che il giudice dell’esecuzione presso
il tribunale di Napoli, dichiarasse – previa sospensione l’improcedibilità dell’esecuzione intrapresa ai loro danni

Esposero gli attori:
– che il comune di Monte di Procida aveva indetto, nel
maggio del 1959, un pubblico incanto per la
concessione in fitto dell’Isolotto di S. Martino,
ubicato nello specchio d’acqua ad ovest, in località
Acqua Morta, in Monte di Procida;
– che

Antimo

Esposito,

loro

genitore,

si

era

aggiudicato la gara;
– che era stato redatto apposito verbale destinato a
tener luogo,

come espressamente previsto,

del

contratto di affitto;
– che, con sentenza n. 4911 del 23.4/12.5/1987, il
Tribunale di Napoli, pronunziando sulla domanda
proposta dal Comune di Monte di Procida nei confronti
sia del predetto Antimo Esposito che di esso
esponente Antimo Esposito di Carubbene, aveva
dichiarato cessata la locazione al 25.5.1985, con
conseguente condanna di entrambi i conduttori al
rilascio del bene;

3

dal comune di Monte di Procida.

- che la Corte di Appello di Napoli, con sentenza n.
1875 del 27.11.90, aveva respinto il gravame proposto
da entrambi i conduttori, confermando la sentenza di
primo grado e condannando gli appellanti al pagamento
delle spese del doppio grado di giudizio;

Pretore di Pozzuoli, il Comune di Monte di Procida
aveva chiesto determinarsi l’indennità spettante ai
conduttori

ai sensi dell’art. 69 della legge n.

392/78. al fine di soddisfare la condizione di
procedibilità

dell’esecuzione

di

rilascio

dell’immobile locato;
– che, nel conseguente giudizio, i conduttori avevano
spiegato domande riconvenzionali, al fine di ottenere
la condanna dell’ente al pagamento di ulteriori somme
a titolo di indennità e rimborsi per opere di
manutenzione

straordinaria,

miglioramenti

ed

addizioni;

che, con sentenza n. 547 del 29.6/2.7/1990, il
Pretore di Pozzuoli aveva accolto sia la domanda
principale che quelle riconvenzionali, determinando
le indennità e le somme spettanti agli Esposito;
– che il Tribunale di Napoli, in sede di appello, con
sentenza n.

8728 del 21.9/5.11/94,

in parziale

riforma della pronunzia di primo grado, aveva

dichiarato il difetto di legittimazione passiva di

– che, con ricorso depositato il 10.6.1988, dinanzi al

Antimo Esposito di Carubbene, negandogli la qualità
di conduttore dell’immobile (qualità, invece,
affermata nel giudicato sul rilascio n. 4911/87 del
Tribunale e n. 1875/90 della Corte di Appello),
poiché il predetto non aveva partecipato alla

che, preso atto del decesso, nelle more, di Antimo
Esposito (originario ed unico conduttore del bene),
il tribunale aveva liquidato l’indennità di
avviamento in favore degli eredi (in parti uguali tra
loro) odierni ricorrenti, dei quali, invece, aveva
escluso il diritto ad indennità e rimborsi a diverso
titolo – in specie per opere di straordinaria
manutenzione, miglioramenti ed addizioni, da
ritenersi esclusi secondo quanto previsto
nell’originario contratto di locazione del 1959;
che tale sentenza, in punto di individuazione dei
soggetti conduttori, era, però, risultata in palese
contrasto con il

(precedente)

giudicato sulla

risoluzione e sul rilascio (n. 4811/87 del Tribunale
e n. 1875/90 della Corte di Appello), pronunziato nei
confronti dei due Esposito, ed era stata pertanto
impugnata per revocazione dall’Esposito di Carubbene,
che lamentava il contrasto con il (precedente)
giudicato;

5

originaria gara del 25.5.59;

- che, in concreto, mentre il primo giudicato – di
risoluzione del contratto di locazione – aveva
individuato quali conduttori dell’immobile entrambi
gli istanti, la seconda pronuncia – sulle indennità aveva invece escluso che l’Esposito di Carrubene

che il suddetto giudizio di impugnazione per
era stato incardinato dinanzi al

revocazione

Tribunale di Napoli e, contestualmente
all’impugnazione per revocazione, essi esponenti
avevano altresì proposto ricorso per cassazione
avverso la medesima pronunzia n. 8728/94);
– che anche il Comune di Monte di Procida aveva
impugnato, dinanzi ai giudici di legittimità, la
sentenza n.

8728/94,

sostenendo che le somme

spettanti ai conduttori, a titolo di indennità per la
perdita dell’avviamento commerciale non fossero
soggette

a

rivalutazione monetaria,

liquidata,

invece, nella sentenza di secondo grado;
– che, con sentenza n. 6398 del 30.6.1998, la Corte di
Cassazione aveva rigettato il ricorso principale ed
accolto quello incidentale, cassando la sentenza
impugnata e rinviando la causa, per la decisione di
merito, ad altra sezione del Tribunale di Napoli;

6

fosse stato parte del contratto di locazione;

- che la causa, non riassunta a norma dell’art. 392
cpc., si era estinta, ai sensi del successivo art.
393 cpc.;
– che, in pendenza di tutti i giudizi menzionati,
entrambi gli Esposito, con ricorso ex art. 700 cpc.,

di Monte di Procida allo scopo di ottenere la
condanna dell’ente all’esecuzione di lavori urgenti,
idonei ad assicurare il godimento e ad eliminare
pericoli di danni a persone e cose;
– che, in accoglimento del ricorso, il Comune di Monte
di Procida era stato condannato all’esecuzione di una
serie di lavori urgenti, ed in particolare alla
realizzazione di opere di assicurazione di una
fabbrica insistente sul complesso immobiliare in
questione;
che, non avendo il Comune ottemperato al relativo
obbligo,

essi

Esposito

avevano

proceduto

all’esecuzione in danno dell’ente sotto la direzione
tecnica dell’ing. Melillo ed a mezzo di impresa edile
entrambi designati dal giudice dell’esecuzione;
che,

una

volta

l’esecuzione,

compiutasi

essi

ricorrenti avevano proposto ricorso al giudice
dell’esecuzione,

ex

art.

614

cpc.,

al

fine

dell’emissione del relativo decreto, per il recupero
delle spese anticipate;

7

avevano introdotto domanda nei confronti del Comune

- che tale domanda era stata accolta con decreto n.
363/92, con il quale era stato ingiunto al Comune di
Monte di Procida il pagamento della somma di £
118.773.330, oltre interessi e spese;
– che tale decreto era stato confermato con sentenza,

Pozzuoli,

con

l’opposizione

la

quale

era

proposta

stata

dalla

definita
suddetta

amministrazione;
– che il credito di cui al decreto in parola (pari a £
132.148.330) era stato, da essi Esposito, riscosso
coattivamente in danno del Comune di Monte di
Procida, all’esito di procedura esecutiva presso
terzi intrapresa in danno dell’ente;
– che il Comune di Monte di Procida – ritenendo: che
l’indennità

per

la

perdita

dell’avviamento

commerciale (ex art. 69 legge n. 392/78) potesse
ritenersi

giudizialmente

e

definitivamente

determinata (che, cioè, il giudizio da cui era
promanata la sentenza n. 6398/98 della Corte di
Cassazione non si fosse estinto nonostante la sua
mancata riassunzione); che l’indennità spettante agli
esponenti fosse, perciò, pari solo alla somma di £
336.000.000

(corrispondente alla sorta capitale,

determinata dal Tribunale di Napoli con la sentenza

n. 8728/94); che la somma di £ 132.148.330 (riscossa,

passata in giudicato, n. 30/94 del Pretore di

dai medesimi ricorrenti, in via coattiva ed in
esecuzione del decreto ingiuntivo n. 363/92) fosse
stata corrisposta proprio in conto dell’indennità di
avviamento commerciale (e non già a titolo di
rimborso delle spese di esecuzione del provvedimento

£ 182.000.000 (pari alla differenza tra £ 336.000.000
e E 132.148.330) costituisse precisamente il saldo
del credito (per la predetta indennità) – aveva
offerto formalmente, agli odierni ricorrenti, la
somma, non accettata, di £ 182.000,000;
– che, in data 4.5.2000, il Comune di Monte di Procida
aveva altresì notificato ad essi Esposito atto di
precetto di rilascio dell’immobile in questione;
– che, con successivo atto notificato il 23.5.2000,
l’ufficiale giudiziario di Pozzuoli aveva avvisato
gli odierni ricorrenti che, in data 8.6.2000, avrebbe
proceduto all’esecuzione forzata di rilascio;
– che essi Esposito intendevano proporre opposizione
all’esecuzione intrapresa in loro danno dalla
suddetta amministrazione;
– che, a loro avviso, non era stata soddisfatta la
condizione di procedibilità di cui all’art. 69 L. n.
392/78, in quanto l’offerta reale, formulata dal
Comune di Monte di Procida, era stata del tutto

9

cautelare ex art. 700 cpc.); che pertanto la somma di

incongrua, sicché era stata da essi legittimamente
rifiutata;
– che, oltre a doversi considerare che il pagamento
della somma di E 132.148.330 era stato eseguito in
adempimento di tutt’altra obbligazione (e

al decreto ingiuntivo n. 363/92, ex art. 614 cpc.),
l’indennità per la perdita dell’avviamento
commerciale non poteva ritenersi giudizialmente
determinata in quanto, da un lato, la sentenza n.
8728/94 (del Tribunale di Napoli), che aveva stimato
l’indennità in parola in £ 336.000.000 (oltre
interessi e rivalutazione monetaria), era stata
cassata dalla Suprema Corte con sentenza n. 6398/98,
e, dall’altro, il relativo giudizio si era

estinto

perché non riassunto;
– che, pertanto, la pronuncia impugnata dinanzi ai
giudici di legittimità non poteva ritenersi affatto
passata in giudicato, essendo stata per l’appunto
cassata;
– che detta pronuncia, peraltro, non poteva altresì
ritenersi passata in giudicato perché comunque
impugnata anche con l’ulteriore mezzo della
revocazione, ex art. 395 n. 5 cpc.;
– che,

inoltre,

l’indennità

spettante

ad

essi

ricorrenti non poteva ritenersi pari a £ 336.000.000

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precisamente a soddisfacimento della pretesa di cui

(somma indicata dal Comune di Monte di Procida
nell’offerta reale), dovendo tale somma essere, in
ogni caso, maggiorata degli interessi a decorrere dal
17.12.90;
– che la somma riscossa da essi ricorrenti, a seguito

700 cpc.) ed in forza del decreto ingiuntivo n.
363/92, pari a £ 132.148.330, non aveva avuto affatto
come causale il credito relativo all’indennità di
avviamento commerciale, riferendosi, invece, a quello
portato dal decreto ingiuntivo (n. 363/92), emesso
dal Giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 614
cpc., confermato con sentenza n. 30/94, dell’allora
Pretore di Napoli – Pozzuoli;
– che l’offerta reale, formulata dal Comune di Monte di
Procida,

era

inoltre,

stata,

generica

quanto

all’individuazione dei soggetti creditori e quanto
all’indicazione

odierni

degli

ricorrenti

quali

creditori solidali ovvero degli stessi quali
creditori in misura uguale o diversa tra loro;
– che, infatti, nella sentenza di rilascio (n. 1875/90
della Corte di Appello), la condanna era stata
pronunciata nei confronti di Antimo Esposito Antimo
(genitore di entrambi gli odierni ricorrenti) e ‘di
esso Antimo Esposito di Carubbene;

11

dell’esecuzione forzata (del provvedimento ex art.

- che,

pertanto,

proprio

quest’ultimo,

già titolare

jure

del diritto a percepire l’indennità nella

misura della esatta metà quale (originario)
conduttore del bene (unitamente al genitore), aveva
altresì diritto a percepire

iure ereditario

la

metà, mentre la residua parte (25/100) spettava
all’altro odierno ricorrente, Thomas Bi, erede
anch’esso di Esposito Antimo;
– che, conseguentemente, l’amministrazione esecutante
avrebbe dovuto formulare distinte offerte reali ad
essi ricorrenti, specificando le somme spettanti ad
ognuno;
Tanto premesso i ricorrenti chiedevano, previa sospensione
dell’esecuzione, dichiararsi l’improcedibilità
dell’esecuzione intrapresa in loro danno dal Comune di
Monte di Procida, con vittoria di spese di lite.
Con decreto emesso in data 31.5.2000, il G.E. disponeva la
sospensione dell’esecuzione, fissando l’udienza per la
comparizione delle parti.
Radicatosi il contraddittorio, si costituiva in giudizio
il Comune di Monte di Procida, il quale deduceva:
– che

l’offerta

reale,

formulata

dall’ente

nei

confronti degli opponenti, era idonea a soddisfare la
condizione di procedibilità dell’azione esecutiva, ai
sensi dell’art. 69, L. n. 392/78:

12

ulteriore quota (25/100), spettantegli sulla residua

- che,

a suo avviso,

commerciale

l’indennità di avviamento

doveva

ritenersi

definitivamente

determinata, con la sentenza del Tribunale di Napoli
n. 8728/94, in E 336.000.000;
– che su tale pronunzia, benché cassata dal Supremo

seguito il giudizio di rinvio, doveva ritenersi fosse
calata l’autorità del giudicato;
– che la medesima sentenza non poteva ritenersi affatto
caducata, in quanto la pronuncia della Suprema Corte
aveva cassato le sole statuizioni accessorie relative
al pagamento degli interessi e della rivalutazione
monetaria;
– che i capi della pronuncia non cassati non potevano
considerarsi travolti e che, viceversa, gli stessi
dovevano ritenersi che avessero acquistato l’autorità
del giudicato;
– che la mancata riassunzione della causa, dinanzi al
giudice del rinvio, non aveva comportato affatto la
caducazione della sentenza che,

invece,

aveva

definito il giudizio riguardo a tutte le domande ed a
tutti i capi della pronunzia impugnata, investiti sì
dal ricorso per cassazione, ma non cassati;
– che, nella specie, la Corte di Cassazione si era
limitata a cassare la sentenza impugnata (8728/94)
solo sul capo relativo agli accessori del credito

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Collegio e per quanto alla stessa non avesse fatto

(concernenti la somma liquidata a titolo di indennità
di avviamento commerciale), enunciando il principio
che “il credito in oggetto diviene esigibile solo a
far data dal rilascio dell’immobile locato o,
comunque, dalla costituzione in mora da parte del

– che, in ordine al

quantum

Comune di Monte di

dell’offerta reale, esso

Procida aveva detratto,

dall’importo dovuto di £ 336.000.000, la somma di £
154.000.000 (£ 132.148.330 + interessi e spese),
incassata dagli Esposito, in sede di esecuzione
forzata del decreto ingiuntivo n. 363/92;
– che tale somma era stata detratta in quanto, come
accertato dal Tribunale di Napoli con la sentenza n.
8728/94, nulla era dovuto ai conduttori a titolo di
miglioramenti, addizioni ed opere di manutenzione
straordinaria sull’immobile locato;
– che,

in ordine all’individuazione dei soggetti

creditori, tali dovevano ritenersi solo gli odierni
ricorrenti, quali eredi di Antimo Esposito, unico
soggetto

riconosciuto

originario

conduttore

dell’immobile alla stregua dalla sentenza n. 8728/94
del Tribunale di Napoli (relativa alla determinazione
dell’indennità di avviamento commerciale), e ciò per
quanto tale pronunzia, proprio sul punto, fosse
risultata in contrasto con la precedente n. 4911/87

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conduttore”;

del Tribunale (confermata dalla Corte di Appello con
la successiva pronunzia n. 1875/90) di risoluzione
del contratto.
Sulla scorta di tali deduzioni, l’ente territoriale
chiedeva revocarsi la disposta sospensione

vittoria di spese processuali.
Con ordinanza pronunciata in data 27.6.2000, il G.E.
confermò la sospensione dell’esecuzione e dispose il
mutamento del rito, ai sensi degli artt. 447-bis, 618-bis
e 426 c.p.c., all’esito del quale accolse l’opposizione
per quanto di ragione, dichiarando l’improcedibilità
dell’esecuzione forzata per rilascio intrapresa dal
comune.
La corte di appello di Napoli, investita del gravame
principale proposto dagli Esposito e da quello incidentale
dell’ente territoriale, li rigettò.
Per la cassazione della sentenza della Corte partenopea
Antimo e Thomas Esposito hanno proposto ricorso illustrato
da quattro motivi.
La parte intimata non ha svolto attività difensiva.
LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato.
Con il primo motivo,

si denuncia

violazione e falsa

applicazione di norme di diritto; travisamento del
contenuto della sentenza di revocazione n. 5544/2001 del

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dell’esecuzione; nel merito, rigettarsi l’opposizione, con

tribunale di Napoli; omessa, incerta e contraddittoria
motivazione su punto decisivo della controversia
prospettato dalle parti e rilevabile d’ufficio (art. 360
nn. 3 e 5 c.p.c.).
La censura è corredata dai seguenti quesiti di diritto

ratione temporis, nel vigore del D.lgs. 40/2006):
– Dica la corte se il dispositivo della sentenza
5544/01 andasse interpretato o meno in uno alla
motivazione posta a sostegno della pronuncia; se,
cioè, la portata pxecettiva e vincolante della citata
pronuncia, come di ogni pronuncia giurisprudenziale,
andasse individuata tenendo conto non soltanto delle
statuizioni formalmente contenute nel dispositivo, ma
anche delle enunciazioni contenute nella motivazione
costituenti

le necessarie premesse logiche e

giuridiche della decisione;
– dica la Corte se la formula decisionale della
cessazione della materia del contendere abbia, sempre
e

comunque, valore meramente processuale e che,

pertanto, non sia mai idonea al giudicato; se
viceversa, la stessa sia idonea al giudicato e almeno
sul presupposti che l’hanno fondata;
– dica, cioè, la corte se la formula decisionale della
cessazione della materia del contendere non sia mai
idonea ad acquistare autorità di giudicato neppure in

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(formulato ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile

ordine agli accertamenti che si ricollegano in modo
inscindibile con la decisione formandone il
presupposto, vale a dire sui presupposti logicogiuridici che hanno fondato l’adozione proprio di
quella formula;

della cessazione della materia del contendere sia
idonea al giudicato su tutto ciò che ha costituito
oggetto della decisione, comprese le premesse
necessarie e il fondamento logico-giuridico della
pronuncia, così da coprire tutto quanto rappresenta
11 suo stesso fondamento logico-giuridico;
– dica la Corte se la formula decisionale adottata dai
giudice della revocazione in occasione della sentenza
5544/01 coordinata con la parte motiva della medesima
pronuncia, tradusse o meno un giudicato sulla
cassazione della pronuncia impugnata e
sull’estinzione del relativo intero giudizio, non
seguito dalla fase del rinvio, vale a dire suo
presupposti logico-giuridici che fondarono l’adozione
proprio di quella formula;
– dica la Corte se la sentenza dir evocazione n.
5544/01 ebbe o meno il suo presupposto logicogiuridico nell’essere venuta meno, nelle more, la
pronuncia impugnata per revocazione e in definitiva
se, su tale punto, costituì un giudicato.

17

– dica la Corte se, viceversa, la formula decisionale

Il motivo è inammissibile, sotto molteplici profili, in
conseguenza della irredimibile inammissibilità dei quesiti
che lo sorreggono – quanto al denunciato vizio di
violazione di legge, e pur volendo prescindere dalla
totale omissione della indicazione delle norme di diritto

sintesi espositiva della censura – quanto al lamentato
vizio di motivazione contestato alla sentenza impugnata.
Questo giudice di legittimità ha già avuto più volte modo
di affermare che il quesito di diritto deve essere
formulato, ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., in
termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica
unitaria della questione, onde consentire alla corte di
cassazione l’enunciazione di una regula iuris suscettibile
di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto
a quello deciso dalla sentenza impugnata. Ne consegue che
è inammissibile il motivo di ricorso tanto se sorretto da
un quesito la cui formulazione sia del tutto inidonea a
chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza
impugnata in relazione alla concreta controversia (Cass.
25-3-2009, n. 7197), quanto che sia destinato a risolversi
(Cass. 19-2-2009, n. 4044) nella generica richiesta (quale
quelle di specie) rivolta al giudice di legittimità di
stabilire se sia stata o meno violata una certa norma – e
tanto è a dirsi anche nel caso in cui il ricorrente
intenda dolersi dell’omessa applicazione di tale norma da

18

che si assumono violate – e della totale assenza della

parte del giudice di merito. Il quesito deve, di converso,
investire la

ratio decidendi

della sentenza impugnata,

proponendone una alternativa di segno opposto: le stesse
sezioni unite di questa corte hanno chiaramente
specificato (Cass. ss. uu. 2-12-2008, n. 28536) che deve

cod. proc. civ. il ricorso per cassazione nel quale
l’illustrazione dei singoli motivi sia accompagnata dalla
formulazione di un quesito di diritto che si risolve (come
nella specie) in una tautologia o in un interrogativo
circolare, che già presupponga la risposta sì come
favorevole alla tesi del ricorrente.
La corretta formulazione del quesito esige, in definitiva
(Cass. 19892/09), che il ricorrente

dapprima indichi in

esso la fattispecie concreta, poi

la rapporti ad uno

schema normativo tipico, infine formuli, in forma
interrogativa e non assertiva, il principio giuridico di
cui chiede l’affermazione; onde, va ribadito (Cass.
19892/2007) l’inammissibilità del motivo di ricorso il cui
quesito si risolva (come nella specie) in una generica
istanza di decisione sull’esistenza della violazione di
legge denunziata nel motivo.
In particolare, sul tema del cd. “quesito multiplo”, quale
quelli di specie, questa Corte ha più volte evidenziato
come debba ritenersi inammissibile il quesito

formulato in

termini tali da richiedere una previa attività

19

ritenersi inammissibile per violazione dell’art. 366 bis

interpretativa della Corte, come accade nell’ipotesi in
cui sia proposto un quesito multiplo, la cui formulazione
imponga alla Corte di sostituirsi al ricorrente mediante
una preventiva opera di semplificazione, per poi procedere
alle singole risposte che potrebbero essere tra loro

2008, n. 5471; 23 giugno 2008, n. 17064). Ebbene,
quesiti formulati dalla difesa ricorrente appartengono,
incontrovertibilmente, a tale

species facti

(in senso

ulteriormente specificativo, Cass. 14 giugno 2011, n.
12950, stabilisce che va qualificato come quesito multiplo
quello che sia formulato in modo tale da rendere
necessaria una molteplicità di risposte da parte della
Corte, e tale altresì che le relative risposte risultino
tra loro differenziate).
Sulla sintesi necessaria per l’esame del denunciato vizio
di motivazione della sentenza impugnata, ancora le sezioni
unite di questa corte hanno specificato (Cass.

SS.UU.

20603/07) l’esatta portata del sintagma “chiara
indicazione del fatto controverso” in relazione al quale
la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero
le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della
motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione:
la relativa censura deve contenere, cioè, un momento di
sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne
circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non

20

diversificate (Cass. 29 gennaio 2008, n. 1906; 29 febbraio

ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso
e di valutazione della sua ammissibilità. (la Corte ha
ritenuto che il motivo non fosse stato correttamente
formulato in quanto, esattamente come nel caso che oggi
occupa il collegio, la contraddittorietà imputata alla

sempre collegabili tra di loro e comunque non collegati
dal ricorrente).
Violando patentemente tali principi, il motivo deve essere
dichiarato inammissibile.
Con il secondo motivo,

si denuncia

violazione e falsa

applicazione di norme di legge; prevalenza del giudicato
sulla revocazione; omessa, incerta e contraddittoria
motivazione (art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.).
La censura è corredata dai seguenti quesiti:
Dica la corte se il giudicato sulla revocazione dovesse
essere considerato e prevalere per la sua anteriorità;
dica la Corte se, tra giudicati contrastanti, prevalga
quello anteriore
Il motivo

è

inammissibile,

in

conseguenza

della

inammissibilità dei quesiti formulati a conclusione della
sua esposizione, per i motivi già esposti nel corso
dell’esame della censura che precede.
Con il terzo motivo,

si -denuncia

violazione e falsa

applicazione di norme di dirítto;omessa, contraddittoria e

21

motivazione riguardava punti diversi della decisione, non

incerta motivazione; illegittimità costituzionale della
norma (art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.).
La censura è corredata dal seguente quesito:
Dica la Corte se l’interpretazione fornita dai giudici di
merito sull’inidoneità della sentenza di revocazione (già

il regime che regola il concorso e il coordinamento tra
giudicati, ovvero se non dovesse imporre diverse soluzioni
interpretative.
Anche il motivo in esame è destinato a cadere sotto la
scure della inammissibilità per le ragioni esposte in
precedenza, mentre la questione di legittimità
costituzionale, soltanto adombrata nell’intestazione della
censura (peraltro, senza alcuna specificazione delle norme
che si assumerebbero in declamato contrasto con quelle
costituzionali), non viene poi in alcun modo ulteriormente
specificata nell’esposizione della censura.
Con il quarto motivo,

si denuncia violazione di norme di

legge; contrasto tra giudicati; contrasto della sentenza
impugnata con la sentenza-giudicato di revocazione e con
quella giudicato sul rilascio (artt. 360 nn. 3

e 5

c.p.c.).
La censura è corredata dai seguenti quesiti:
Dica la corte se la sentenza impugnata, nella parte in cui
ha negato la rilevanza e la prevalenza della sentenza di
revocazione, si sia posta in contrasto:

22

intervenuta) a costituire giudicato fosse compatibile con

a) con la stessa sentenza sulla revocazione
b) con la precedente pronuncia sul rilascio n. 8728/84
del tribunale, confermata con la successiva sentenza
n. 1875/90 della corte di appello;
Dica la Corte se, essendo già stato esercitato dai giudici

dei contrasti tra giudicati, un successivo giudice (quale
la corte di appello nel caso di specie) benché adito solo
ai fini di cui all’art. 615 c.p.c. abbia il potere di
dirimere nuovamente il contrasto medesimo.
La natura evidentemente multipla ed eterogenea dei quesiti
ora riportati, in uno con le considerazione già svolte nel
corso dell’analisi del primo motivo di ricorso, rendono
anche la quarta censura inammissibile.
Il ricorso va pertanto rigettato.
Nessun provvedimento deve essere adottato circa le spese
del giudizio di cassazione, non avendo il comune di Monte
di Procida svolto attività difensiva.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.
Nulla per le spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma, li 17.5.2013

della revocazione, il potere di verifica e di eliminazione

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