Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28444 del 19/12/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 28444 Anno 2013
Presidente: LAMORGESE ANTONIO
Relatore: MAROTTA CATERINA

SENTENZA

sul ricorso 21089-2008 proposto da:
POSTE ITALIANE S.P.A. 97103880585, in persona del
legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo
studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la
rappresenta e difende giusta delega in atti;
– ricorrente –

2013

contro

3205

ROSSETTI ADELIA;
– intimata –

avverso la sentenza n. 1696/2008 della CORTE D’APPELLO

Data pubblicazione: 19/12/2013

di NAPOLI, depositata il 07/03/2008 r.g.n. 10241/05;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 07/11/2013 dal Consigliere Dott. CATERINA
MAROTTA;
udito l’Avvocato MICELI MARIO per delega FIORILLO

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. PAOLA MASTROBERARDINO, che ha concluso
per il rigetto.

LUIGI;

R. Gen. N. 21089/2008
Udienza 7/11/2013
Poste Italiane c/ Rossetti Adelia

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Benevento, Adelia Rossetti,
assunta dalla società Poste Italiane s.p.a. con contratto a tempo determinato

“esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e di rimodulazione
degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi
processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa dell’attuazione
del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane”, sulla base di
molteplici deduzioni chiedeva accertarsi la illegittimità dell’apposizione del termine
al contratto in questione, con conversione del rapporto di lavoro in un rapporto a
tempo indeterminato e condanna della società al pagamento delle retribuzioni non
percepite.
Costituitosi il contraddittorio, il Tribunale adito respingeva il ricorso.
Avverso tale sentenza proponeva appello la lavoratrice, lamentandone la
erroneità sotto diversi profili e chiedendo il rigetto della domanda proposta in primo
grado.
La Corte di appello di Napoli, con sentenza del 7 marzo 2008 accoglieva il
gravame ed in riforma dell’impugnata sentenza stabiliva che tra le parti si era
instaurato un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dal 31/7/2000
e condannando la società a risarcire il danno nella misura pari alle retribuzioni
maturate dalla notifica del ricorso di primo grado, oltre accessori di legge.
La Corte territoriale perveniva a tale decisione ritenendo che il contratto predetto
fosse stato stipulato ed avesse avuto scadenza dopo lo spirare del termine massimo di
vigenza della contrattazione che autorizzava le ipotesi “ulteriori” di legittima

(16/6/2000-31/7/2000), stipulato ai sensi dell’art. 8 del C.C.N.L. del 1994 per

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Poste italiane ci Rossetti Adelia

apposizione del termine ai contratti di lavoro con la società Poste Italiane (e cioè
dopo il 30/4/1998) e che tale soluzione non potesse essere posta in dubbio
dall’accordo del 18/1/2001 che aveva avuto la sola valenza di fronteggiare per il

efficacia sanante degli individuali contratti a termine illegittimi.
La società Poste Italiane propone ricorso per cassazione avverso tale sentenza
articolandolo su quattro motivi.
E’ rimasta solo intimata la lavoratrice.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo di ricorso la società denuncia: “Violazione e falsa
applicazione di norme di diritto in relazione agli artt. 1372, comma 1, 1175, 1375,
1427, 2697, 1427, 1431 cod. civ., 100 cod. proc. civ. (art. 360, n. 3, cod. proc. civ.)”.
Lamenta che la Corte territoriale non abbia ravvisato il mutuo consenso a non
riattivare il rapporto di lavoro in fatti incompatibili con la volontà di mantenerlo in
vita, come la prolungata ed ininterrotta inerzia della dipendente dopo la scadenza del
termine; anzi – prosegue la ricorrente – erroneamente i giudici di appello non hanno
considerato che incombe sul lavoratore e non sul datore di lavoro l’onere di superare
la presunzione di disinteresse alla prosecuzione del rapporto e di dimostrare che il
suo prolungato silenzio era dovuto al fatto di non essere consapevole
dell’illegittimità del termine e che tale errore, da intendersi come vizio del consenso,
era riconoscibile dalla controparte.
2. Con il secondo motivo di ricorso la società denuncia: “Violazione e falsa
applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro
(art. 23 legge n. 56 del 1987, art. 8 C.C.N.L. 26/11/1994, accordo sindacale

“futuro” i processi di riorganizzazione e ristrutturazione aziendale, senza alcuna

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25/9/1997 e successivi 16/1/1998, 2/4/1998, 2/7/1998, 24/5/1999 e 18/1/2001 ad esso
correlati in connessione con gli artt. 1362 e ss. cod. civ.) – art. 360, n. 3 cod. proc.
civ. -“. Assume, in particolare, che l’accordo del 25/9/1997, integrativo dell’art. 8 del
C.C.N.L. del 1994, non conterrebbe alcuna limitazione temporale; che gli accordi ed

i verbali intervenuti tra le parti successivamente al 25/9/1997 e sino al 18/1/2001,
non avevano natura negoziale ma meramente ricognitiva del fenomeno della
ristrutturazione e riorganizzazione aziendale in atto e della necessità di stipulare
ulteriori contratti a termine; che i termini individuati negli accordi successivi a quello
del 25/9/1997 non si riferivano alla scadenza dell’autorizzazione a stipulare contratti
a termine ma alla durata delle assunzioni, una volta accertata la persistenza delle
esigenze riorganizzative di cui all’accordo; che la posizione giuridica azionata nel
giudizio potrebbe definirsi quale diritto quesito e quindi indisponibile da parte degli
agenti contrattuali anche prima dell’accertamento giudiziale della sua esistenza.
3. Con il terzo motivo di ricorso la società denuncia: “Omessa ed insufficiente
motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio – art. 360 n. 5 cod.
proc. civ. -“. Deduce che non è dato comprendere dalla sentenza della Corte
territoriale in forza di quale ragionamento logico e giuridico o di quale percorso
argomentativo sia stata individuata la volontà delle parti collettive di fissare al
30/4/1998 il termine finale di efficacia dell’accordo integrativo del 25/9/1997 né è
dato comprendere quali siano gli “accordi collettivi” ovvero le altre “fonti” da cui la
Corte avrebbe tratto tale convincimento. Rileva, inoltre, che il dato letterale
ricavabile dall’accordo del 25/9/1997, integrativo del C.C.N.L., rende immotivata la
decisione visto che i successivi “accordi attuativi” – che danno solo atto della
sussistenza, fino ad una certa data, di una delle ragioni (e cioè solo della prima)

f

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previste dal predetto accordo integrativo (e non delle altre due, che, quindi, non
hanno alcun limite temporale) – non possono incidere sul C.C.N.L. così come
integrato.

1217 e 1233 cod. civ. (art. 360, n. 3, cod. proc. civ.)”. Lamenta che è stato disposto il
pagamento delle retribuzioni a decorrere dalla data della messa in mora anziché
dell’effettiva ripresa della attività lavorativa
5. Il primo motivo è infondato.
Come questa Corte ha più volte affermato “nel giudizio instaurato ai fini del
riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo
indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine
finale ormai scaduto, affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per
mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo
trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del
comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara
e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni
rapporto lavorativo” (v. Cass. 10 novembre 2008, n. 26935, id. 28 settembre 2007, n.
20390, 17 dicembre 2004, n. 23554, nonché più di recente Cass. 18 novembre 2010,
n. 23319, 11 marzo 2011, n. 5887, 4 agosto 2011, n. 16932). La mera inerzia del
lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, è di per sé insufficiente a
ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso mentre grava sul
datore di lavoro, che eccepisca tale risoluzione, l’onere di provare le circostanze
dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre

4. Con il quarto motivo denuncia: “Violazione e falsa applicazione degli artt.

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definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro (v. anche Cass. 2 dicembre 2002, n.
17070 e, fra le altre, da ultimo Cass. 1 febbraio 2010, n. 2279).
Tale principio, del tutto conforme al dettato di cui agli artt. 1372 e 1321 cod. civ.,

Si aggiunga che, come precisato nella più recente Cass. 12 aprile 2012, n. 5782,
“quanto al decorso del tempo, si tratta di dato di per sé neutro, come sopra chiarito
(per un’ipotesi analoga a quella oggi in esame, vale a dire di decorso di circa sei anni
fra cessazione del rapporto a termine ed esercizio dell’azione da parte del lavoratore
v., da ultimo, Cass. n. 16287/2011). In ordine, poi, alla percezione del t.f.r., questa
S.C. ha più volte avuto modo di rilevare che non sono indicative di un intento
risolutorio né l’accettazione del t.f.r. né la mancata offerta della prestazione,
trattandosi di comportamenti entrambi non interpretabili, per assoluto difetto di
concludenza, come tacita dichiarazione di rinunzia ai diritti derivanti dalla illegittima
apposizione del termine (cfr., Cass., n. 15628/2001, in motivazione). Lo stesso dicasi
della condotta di chi sia stato costretto ad occuparsi o comunque cercare occupazione
dopo aver perso il lavoro per cause diverse dalle dimissioni (cfr. Cass. n. 839/2010,
in motivazione, nonché, in senso analogo, Cass., n. 15900/2005, in motivazione).”
In ogni caso, la valutazione del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali
circostanze significative di una consensuale tacita di volontà in ordine alla
risoluzione del rapporto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono
censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto.
Orbene, nel caso in esame, la Corte di merito ha ritenuto che il tempo (non
eccessivo) decorso fra la cessazione del rapporto e la richiesta di conversione ex lege
del rapporto mediante la presentazione della richiesta di tentativo di conciliazione

va ribadito anche in questa sede.

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non consentisse di ritenere l’esistenza di una volontà dismissiva del rapporto.
L’inerzia della lavoratrice dopo la scadenza del contratto, in assenza della
allegazione di ulteriori condotte concludenti nel senso di una evidente volontà

dipendente, come a qualunque persona che non abbia una specifica competenza
giuridica, per avvedersi dei possibili vizi che inficiavano in rapporto di lavoro e per
effettuare le relative valutazioni, non era sufficiente a far ritenere la risoluzione del
rapporto medesimo per mutuo consenso, non avendo alcun valore sintomatico in tal
senso; e tale conclusione, in quanto priva di vizi logici o errori di diritto, le ragioni
sopra evidenziate resiste alle censure mosse in ricorso.
6. Il secondo e terzo motivo possono essere trattati congiuntamente riguardando
entrambi la possibilità di stipulare contratti di lavoro a termine dopo il 30/4/1998.
Essi sono infondati.
Osserva il Collegio che la Corte di merito ha, tra l’altro, attribuito rilievo decisivo
alla considerazione che l’assunzione a termine de quo, essendo avvenuta oltre la
delimitazione temporale effettuata dalle parti sociali con gli accordi integrativi di
quello in data 25/9/1997, introduttivo della nuova ipotesi di contratto a termine di cui
si discute, non è da ritenere legittima per la scadenza temporale dell’accordo
25/9/1997 (31/1/1998 prorogato al 30/4/1998). Tale considerazione, idonea a
sostenere da sola la impugnata decisione, relativamente alla illegittimità del contratto
de quo, resiste alla censura della società ricorrente (di violazione dell’art. 1362 cod.
civ. e segg., in relazione agli accordi collettivi intercorsi), rivolta, in sostanza, alla
affermazione della natura meramente ricognitiva degli accordi attuativi citati.

solutoria del rapporto e nella presumibile necessità di un certo tempo occorso alla

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Va, in proposito, ricordato che, sulla scia di Cass. S.U. 2 marzo 2006, n. 4588 è
stato precisato che “l’attribuzione alla contrattazione collettiva, ex legge n. 56 del
1987, art. 23, del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a

considerare l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del
lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con
l’unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a
termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla
necessità di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contralti ed esigenze
aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori
ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all’autorizzazione data al datore di
lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato” (v. Cass. 4 agosto 2008, n.
21063; cfr., altresì, Cass. 20 aprile 2006, n. 9245; id. 7 marzo 2005, n. 4862; 26
luglio 2004, n. 14011).
Ove però – come accaduto nel caso di specie – un limite temporale (quello del
30/4/98) sia stato, in concreto, previsto dalle parti collettive (anche con accordi
integrativi del contratto collettivo), la sua inosservanza determina la nullità della
clausola di apposizione del termine.
Con numerose sentenze questa Corte Suprema (cfr. ex plurimis, Cass. 23 agosto
2006, n. 18378), decidendo su fattispecie sostanzialmente identiche a quella in
esame, ha confermato le sentenze dei giudici di merito che hanno dichiarato
illegittimo il termine apposto a contratti stipulati, in base alla previsione dell’accordo
integrativo del 25/9/1997 sopra richiamato (esigenze eccezionali, conseguenti alla
fase di ristrutturazione), dopo il 30 aprile 1998 (cfr. anche Cass. 21 luglio 2001, n.

quelli previsti dalla legge n. 230 del 1962, discende dall’intento del legislatore di

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16020; id. 10 gennaio 2011, n. 316; 14 aprile 2005, n. 7745; 14 febbraio 2004, n.
2866). Richiamato quanto già affermato circa la configurabilità, in relazione alla
legge n. 56 del 1987, art. 23, di una vera e propria delega in bianco a favore dei

durata del rapporto di lavoro, e premesso altresì che in forza della sopra citata delega
in bianco le parti sindacali hanno individuato, quale nuova ipotesi di contratto a
termine, quella di cui al citato accordo integrativo del 25 settembre 1997, la
giurisprudenza di questa Corte ha giudicato corretta l’interpretazione dei giudici di
merito che, con riferimento al distinto accordo attuativo sottoscritto in pari data ed al
successivo accordo attuativo sottoscritto in data 16 gennaio 1998, ha ritenuto che con
tali accordi le parti abbiano convenuto di riconoscere la sussistenza fino al 31
gennaio 1998 (e poi in base al secondo accordo attuativo, fino al 30 aprile 1998),
della situazione di cui al citato accordo integrativo, con la conseguenza che, per far
fronte alle esigenze derivanti da tale situazione, l’impresa poteva procedere (nei
suddetti limiti temporali) ad assunzione di personale straordinario con contratto a
tempo determinato; da ciò deriva che deve escludersi la legittimità dei contratti a
termine stipulati dopo il 30/4/1998 in quanto privi di presupposto normativo. Questa
Corte ha osservato in particolare che la suddetta interpretazione degli accordi
attuativi non viola alcun canone ermeneutico atteso che il significato letterale delle
espressioni usate è così evidente e univoco che non necessita di un più diffuso
ragionamento al fine della ricostruzione della volontà delle parti; infatti
nell’interpretazione delle clausole dei contratti collettivi di diritto comune, nel cui
ambito rientrano sicuramente gli accordi sindacali sopra riferiti, si deve fare
innanzitutto riferimento al significato letterale delle espressioni usate e, quando esso

Io

sindacati nell’individuazione di nuove ipotesi di apposizione di un termine alla

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risulti univoco, è precluso il ricorso a ulteriori criteri interpretativi, i quali esplicano
solo una funzione sussidiaria e complementare nel caso in cui il contenuto del
contratto si presti a interpretazioni contrastanti (cfr., ex plurimis, Cass. n. 28 agosto

interpretazione è rispettosa del canone ermeneutico di cui all’art. 1367 cod. civ., a
norma del quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel
senso in cui possano avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne
avrebbero alcuno; ed infatti la stessa attribuisce un significato agli accordi attuativi
de quibus (nel senso che con essi erano stati stabiliti termini successivi di scadenza
alla facoltà di assunzione a tempo, termini che non figuravano nel primo accordo
sindacale del 25/9/1997); diversamente opinando, ritenendo cioè che le parti non
avessero inteso introdurre limiti temporali alla deroga, si dovrebbe concludere che gli
accordi attuativi, così definiti dalle parti sindacali, erano “senza senso” (così
testualmente Cass. n. 14 febbraio 2004, n. 2866). Infine, questa Corte ha ritenuto
corretta, nella ricostruzione della volontà delle parti come operata dai giudici di
merito, l’irrilevanza attribuita all’accordo del 18 gennaio 2001 in quanto stipulato
dopo oltre due anni dalla scadenza dell’ultima proroga, e cioè quando il diritto del
soggetto si era già perfezionato; ed infatti, ammesso che le parti abbiano espresso
l’intento di interpretare autenticamente gli accordi precedenti, con effetti comunque
di sanatoria delle assunzioni a termine effettuate senza la copertura dell’accordo 25
settembre 1997 (scaduto in forza degli accordi attuativi), la suddetta conclusione è
comunque conforme alla regula iuris dell’indisponibilità dei diritti dei lavoratori già
perfezionatisi, dovendosi escludere che le parti stipulanti avessero il potere, anche
mediante lo strumento dell’interpretazione autentica (previsto solo per lo speciale

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2003, n. 12245; id. 25 agosto 2003, n. 12453). Inoltre è stato rilevato che tale

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settore del lavoro pubblico, secondo la disciplina nel d.lgs. n. 165 del 2001), di
autorizzare retroattivamente la stipulazione di contratti a termine non più legittimi
per effetto della durata in precedenza stabilita (vedi, per tutte, Cass. 12 marzo 2004,

riguardanti la interpretazione di norme collettive (cfr. Cass. 29 luglio 2005, n. 15969;
id. 21 marzo 2007, n. 6703), non merita, quindi, censura la statuita la declaratoria di
nullità del termine apposto al contratto de quo (successivo al 30 aprile 1998), il che
assorbe ogni ulteriore argomentazione a riguardo svolta nei motivi in esame.
7. Il quarto motivo è inammissibile per l’inidoneità del quesito di diritto proposto
ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ. La ricorrente formula, infatti, il seguente
quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se per il principio di corrispettività della
prestazione, il lavoratore – a seguito dell’accertamento giudiziale dell’illegittimità del
contratto a termine stipulato – ha diritto al pagamento delle retribuzioni soltanto dalla
data di riammissione in servizio, salvo che abbia costituito in mora il datore di
lavoro, offrendo espressamente la prestazione lavorativa nel rispetto della disciplina
di cui agli artt. 1206 e segg. cod. civ.”. Tale quesito non riguarda il tema dell’ aliunde
perceptum e comunque, anche in ordine all’argomento della mora credendi risulta
del tutto generico e non pertinente rispetto alla fattispecie, in quanto si risolve nella
enunciazione in astratto delle regole vigenti nella materia, senza enucleare il
momento di conflitto rispetto ad esse del concreto accertamento operato dai giudici
di merito (in tal senso v. fra le altre Cass. 4 gennaio 2001 n. 80). Il quesito di diritto,
richiesto a pena di inammissibilità del relativo motivo, in base alla giurisprudenza
consolidata di questa Corte, deve infatti essere formulato in maniera specifica e deve
essere chiaramente riferibile alla fattispecie dedotta in giudizio (v. ad es. Cass. S.U. 5

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n. 5141). In base a tale orientamento ed al valore dei relativi precedenti, pur

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gennaio 2007 n. 36), dovendosi pertanto ritenere come inesistente un quesito
generico e non pertinente. Del resto è stato anche precisato che “è inammissibile il
motivo di ricorso sorretto da quesito la cui formulazione si risolve sostanzialmente in

l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in riferimento alla concreta
fattispecie” (v. Cass. S.U. 30 ottobre 2008 n. 26020), dovendo in sostanza il quesito
integrare (in base alla sola sua lettura) la sintesi logico-giuridica della questione
specifica sollevata con il relativo motivo (cfr. Cass. 7 aprile 2009 n. 8463).
Peraltro neppure può ignorarsi che nella fattispecie anche la illustrazione del
motivo risulta del tutto generica e priva di autosufficienza in quanto si incentra nella
doglianza circa la mancanza di una verifica da parte della Corte territoriale sul punto,
senza che la ricorrente indichi se e in che modo il punto stesso (per nulla trattato
nell’impugnata sentenza) sia stato oggetto di specifico motivo di appello da parte
della società (cfr. Cass. 15 febbraio 2003 n. 2331, id. 10 luglio 2001 n. 9336). Del
pari, per quanto concerne l’ aliunde perceptum (in relazione al quale manca del tutto
il quesito) alcunché di specifico viene poi indicato dalla ricorrente, laddove al
riguardo era pur sempre necessaria una rituale acquisizione della allegazione e della
prova (pur non necessariamente proveniente dal datore di lavoro in quanto oggetto di
eccezione in senso lato – cfr., Cass. 16 maggio 2005, n. 10155, id. 20 giugno 2006, n.
14131, 10 agosto 2007, n. 17606, S.U. 3 febbraio 1998, n. 1099).
8. Il ricorso va, pertanto, respinto.
9. Infine, nulla va disposto per le spese del presente giudizio di cassazione
essendo la lavoratrice rimasta intimata.
P.Q.M.

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una omessa proposizione del quesito medesimo, per la sua inidoneità a chiarire

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La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 7 novembre 2013.

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