Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28389 del 14/12/2020

Cassazione civile sez. II, 14/12/2020, (ud. 09/09/2020, dep. 14/12/2020), n.28389

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6106/2017 proposto da:

M.M.L., elettivamente domiciliata in Roma, Via

Celimontana 38, presso lo studio dell’avvocato Paolo Panariti, che

la rappresenta e difende unitamente all’avvocato Potito Maria

Pasquarella;

– ricorrente –

contro

D.M.F., elettivamente domiciliata in Roma, Via F.

Valesio 1, presso lo studio dell’avvocato Michela Damadei, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Giovanni Conti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 527/2016 della Corte d’appello di Roma,

depositata il 27/01/2016;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/09/2020 dal Consigliere Dott. Annamaria Casadonte;

udito il P.M., in persona del Sostituto procuratore generale Dott.

MUCCI Roberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

uditi gli Avvocati Damadei Michela, e Conti Giovanni, per la

controricorrente D.M. che hanno concluso come in atti.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il presente giudizio trae origine dalla domanda proposta nel novembre 2001 da M.L.M. nei confronti di D.M.F. al fine di conseguire la condanna della convenuta al rilascio del locale sito in (OMISSIS).

2. Costituendosi nel giudizio la convenuta aveva svolto domanda riconvenzionale di accertamento dell’intervenuta usucapione del medesimo bene. Ella aveva, in particolare, allegato di avere stipulato nel 1979, in forma verbale, con la allora proprietaria C.E.R. s.r.l. il contratto di compravendita del locale in oggetto, poi venduto dalla medesima C.E.R. s.r.l. alla M. con atto del 7 novembre 1981.

3. L’adito Tribunale di Sulmona al termine dell’istruttoria con sentenza del 2005 aveva respinto la domanda attorea ed accolto quella riconvenzionale della D.M. dichiarandola proprietaria dell’immobile in questione.

4. Avverso detta statuizione la M. proponeva gravame, conclusosi con la sentenza della Corte d’appello de L’Aquila che, in accoglimento della domanda dell’appellante condannava la D.M. al rilascio del locale ed al pagamento di Euro 25.000,00 quale indennità di abusiva occupazione.

5. La Corte di Cassazione, avanti la quale la D.M. impugnava la statuizione d’appello, con la sentenza n. 14115/2013 accoglieva il ricorso e cassava la pronuncia della corte abruzzese enunciando il principio di diritto alla luce del quale riesaminare le reciproche domande delle parti.

6. Riassunto il giudizio avanti alla Corte d’appello di Roma, la corte capitolina respingeva l’appello della M..

6.1. A sostegno della conclusione la corte distrettuale ha richiamato il principio di diritto sancito dalla Cassazione nella sentenza n. 14115/2013 e secondo il quale il possesso rilevante ai fini dell’usucapione poteva trovare la sua fonte anche in un contratto formalmente invalido ma comunque idoneo a trasferire la proprietà, rilevando l’elemento psicologico dell’accipiens desumibile dalla natura reale ovvero obbligatoria degli effetti oggetto dell’accordo contrattuale.

6.2. Poichè nel caso di specie risultava accertato in fatto la corresponsione del prezzo e la consegna dell’immobile, l’animus dell’accipiens era apprezzabile quale possesso utile ai fini dell’usucapione; l’ulteriore considerazione della durata ultraventennale del possesso così iniziato, dal 1979 al 2001, conduceva poi al riconoscimento della correttezza della pronuncia di accoglimento della domanda riconvenzionale di usucapione con rigetto dell’appello dell’originaria attrice.

7. La cassazione della sentenza della corte romana è chiesta dalla M. con ricorso affidato a tre motivi cui resiste con controricorso la D.M..

8. Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c., parte ricorrente in riferimento all’udienza pubblica del 25/3/2020, poi rinviata alla data odierna.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

9. Con il primo motivo parte ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 2, ed all’art. 394 c.p.c., commi 2 e 3, l’omesso esame da parte del giudice del rinvio della circostanza di fatto allegata dalla M. in appello (cfr. pag. 5 del ricorso) e secondo la quale la D.M. avrebbe inizialmente posseduto il locale oggetto di causa con animus detinendi, in virtù di un preliminare nullo e rimasto inadempiuto potendo configurarsi un mutamento di detto animus in animus rem sibi habendi solo nel 1982, all’atto del rilascio da parte del notaio di copia del rogito di vendita CER – M..

9.1. Questa circostanza era, ad avviso della M., rilevante al fine di provare che alla data della citazione in giudizio, nel 2001, non era maturato il ventennio necessario ai fini dell’accertamento dell’usucapione.

9.2. Al contrario, la corte d’appello romana pronunciandosi sul rinvio avrebbe erroneamente ritenuto coperto dal giudicato le circostanze attinenti il contratto verbale di vendita concluso nel 1979 con pagamento del prezzo e consegna delle chiavi ed immissione nel possesso, sull’errato presupposto che la M. avrebbe dovuto proporre ricorso incidentale condizionato per contestare quelle circostanze di fatto.

10. Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame da parte della corte d’appello del fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti ed avente ad oggetto la circostanza relativa alla mancata maturazione dell’animus rem sibi habendi da parte della D.M., in modo da perfezionare il ventennio necessario a configurare l’usucapione del diritto di proprietà.

10.1. I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente perchè inerenti la medesima questione e sono infondati.

10.2. Entrambi censurano cioè, seppure formalmente a diverso titolo, l’accertamento di fatto valorizzato dalla corte d’appello secondo il quale il possesso della D.M. è iniziato nel 1979 con l’animus rem sibi habendi e non con l’animus detinendi, come teorizzato ma non dimostrato dalla ricorrente, e ciò costituisce l’esito della valorizzazione delle circostanze probatorie ritenute ormai pacifiche dell’avvenuto pagamento del prezzo e della contestuale consegna del bene.

10.3. Tale ricostruzione di fatto risulta giustificata dalle risultanze probatorie che sono state peraltro specificamente enucleate anche nella sentenza con cui la Cassazione ha annullato la prima decisione in appello sull’assunto che esse erano state valutate attraverso l’inconferente applicazione ad un contratto nullo per difetto di forma delle regole disciplinanti un valido contratto preliminare improprio con effetti anticipati (cfr. pag. 6 della sentenza n. 14115/2013).

10.4. La Corte di Cassazione aveva, in particolare, argomentato che proprio alla stregua delle risultanze probatorie valorizzate dalla stessa corte d’appello a pag. 6 (e cioè l’avvenuto pagamento nel 1979 del prezzo pattuito per la vendita, debitamente documentato dai bonifici ritualmente prodotti agli atti, la ricevuta consegna contestuale del locale destinato, poi, a negozio, la compartecipazione della medesima al pagamento degli oneri condominiali, l’avvenuto pagamento delle utenze e l’esecuzione di opere di ordinaria e straordinaria manutenzione sull’immobile) si sarebbe dovuto, in linea con la giurisprudenza richiamata (cfr. Cass. 14395/2004; id. 4945/2016), affermare che l’invalidità della vendita effettuata verbalmente non impediva a priori l’insorgenza del possesso in capo all’acquirente (cfr. pag. 9 della sentenza n. 14115/2013); poichè ciò non era avvenuto era stato accolto il ricorso della D.M. con rinvio alla corte d’appello di Roma affinchè valutasse le individuate risultanze probatorie alla luce della riconosciuta configurabilità, nel caso di specie, di un possesso ad usucapionem.

10.5. La sentenza n. 14115/2013 della Cassazione ha altresì evidenziato come la corte territoriale abbia, nella sentenza impugnata, pure omesso di motivare sul perchè non avesse ritenuto di considerare ai fini del computo del ventennio necessario all’usucapione, anche l’intervallo temporale decorso fra il gennaio 1979 (in cui avvenne la consegna delle chiavi e del locale in favore della ricorrente, a fronte del pagamento del prezzo e senza che avesse rilievo la circostanza che l’alienazione non fosse stata conclusa per iscritto) ed il novembre 1981, allorquando intervenne la stipula del rogito notarile di compravendita tra la s.r.l. C.E.R. e la M. (cfr. pag. 9 della sentenza n. 14115/2013).

10.6. Ciò posto, appare, allora, evidente da quanto sin qui considerato che l’accertamento di fatto ribadito dalla corte territoriale nella sentenza emessa nel giudizio di rinvio è il medesimo considerato dalla Cassazione nella sentenza n. 14115, con la sola ulteriore applicazione ad esso del principio di diritto affermato in sede di legittimità ed in forza del quale il possesso dell’accipiens D.M. è stato connotato, sin dalla sua insorgenza nel 1979, dall’animus rem sibi habendi. Tale constatazione assorbe nella pronuncia della corte territoriale ogni ulteriore questione concernente il compimento del ventennio necessario all’usucapione in epoca anteriore all’anno 2001, cui risale la citazione in giudizio.

10.7. Conseguentemente non sussiste l’omesso esame di fatto decisivo come denunciato dalla ricorrente.

11. Con il terzo motivo si denuncia l’ingiustizia della decisione in relazione alla misura complessiva della condanna alle spese giudiziali, pari ad asserite Euro 40.000,00.

11.1. Il motivo è inammissibile per la sua genericità che non specifica la natura del vizio lamentato.

12. Atteso l’esito sfavorevole di tutti i motivi, il ricorso va rigettato.

13. In applicazione del principio della soccombenza parte ricorrente va condannata alla rifusione delle spese di lite a favore della controricorrente.

14. Avuto riguardo alla domanda ex art. 96 c.p.c., comma 3, articolata dalla controricorrente, ritiene il collegio che, avuto riguardo ai diversi esiti delle fasi del giudizio, non sussistano i presupposti per il suo accoglimento.

15. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente alla rifusione delle spese di lite a favore di parte controricorrente e liquidate in Euro 4000,00 oltre Euro 200,00 per esborsi ed oltre 15% per rimborso spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 9 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 dicembre 2020

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