Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28294 del 11/12/2020

Cassazione civile sez. III, 11/12/2020, (ud. 14/10/2020, dep. 11/12/2020), n.28294

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SESTINI Danilo – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5893/2018 proposto da:

AGEA – AGENZIA PER LE EROGAZIONI IN AGRICOLTURA, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

D.A., G.G., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA FEDERICO CONFALONIERI 2, presso lo studio dell’avvocato ROCCO

SATRIANO, rappresentati e difesi dall’avvocato ANDREA D’AQUINO e

dall’avvocato FRANCESCO CESCHINI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1149/2017 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 24/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/10/2020 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Salerno con sentenza n. 1037/2009 ha dichiarato inammissibile per difetto di legittimazione attiva del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, nonchè rigettato la domanda di condanna alla restituzione del “premio” – indebitamente erogato da AIMA, in relazione alla Campagna agricola 1980 relativa alla trasformazione del pomodoro -, proposta dal Ministero e da AGEA nei confronti di G.A., in proprio e n. q. di amministratore della G. s.r.l. già s.d.f., nonchè dei soci G.C. e G. e di D.A..

La Corte d’appello di Salerno, con sentenza in data 24.11.2017 n. 1149, ha confermato la decisione impugnata, rilevando che l’errore commesso dal primo Giudice in ordine alla indicazione della Campagna agraria (anno 1980 invece che anno 1979), era irrilevante ai fini della correttezza della decisione, trattandosi di mero errore materiale, ed essendo inequivoca la identificazione del premio erogato con riferimento alla Campagna 1979-1980. Nel merito AGEA non aveva fornito prova dei fatti costitutivi della pretesa, non essendo a tal fine rilevante l’accertamento dei fatti materiali compiuto nel procedimento penale, essendo stato lo stesso definito con pronuncia di archiviazione per intervenuta amnistia (sentenza GIP 29.12.1990), ed essendo inefficace la convenzione concordata dalle parti di subordinare la definitiva erogazione del premio all’esito del procedimento penale, in quanto derogativa della disciplina legale che regolava la materia e che prevedeva esercizio di attività amministrativa esclusivamente vincolata, senza margini di alcuna discrezionalità.

La sentenza di appello, notificata in data 13.12.2017, è stata impugnata per cassazione, da AGEA, con quattro motivi.

Resistono con controricorso D.A. e G.G..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Primo motivo: violazione art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Sostiene AGEA che il Giudice di prime cure era incorso in una palese svista laddove aveva rilevato che la erogazione dell’aiuto comunitario era stata “convenzionalmente subordinata” dalle parti all’esito del procedimento penale, non avvedendosi che tale clausola concerneva, invece, lo svincolo del deposito cauzionale vincolato al portatore n. (OMISSIS) “emesso da Medio Banca e per essa dal Credito Italiano filiale di (OMISSIS) il (OMISSIS)” che i coniugi D.A. e G.C. avevano prestato in favore della ditta G. che aveva così ottenuto dal Banco di Napoli fidejussione a favore dell’AIMA “per eventuali danni che l’azienda (AIMA) avrebbe potuto subire ad esito del sopraindicato procedimento penale…. quale importo corrispondete al 15% dell’intero aiuto comunitario erogato…”. Distinto giudizio si era infatti celebrato, a seguito della sentenza 28.12.1990 di proscioglimento per intervenuta amnistia del GIP del Tribunale di Salerno, introdotto dai coniugi per ottenere lo svincolo del deposito cauzionale, giudizio definito a seguito della sentenza della Corte di cassazione n. 22280/2016 con il rigetto della domanda attorea.

Il Giudice di appello, confermando sul punto la decisione del Tribunale era incorso in vizio di extrapetizione, avendo pronunciato su materia non oggetto della controversia, avendo riferito la clausola condizionale ad un rapporto (quello di garanzia) diverso da quello dedotto in causa (avente ad oggetto la erogazione dell’aiuto comunitario).

Il motivo è infondato.

La parte ricorrente ha assolto al requisito di ammissibilità ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo provveduto a trascrivere il contenuto dell’atto di appello con i motivi sottoposti al Giudice del gravame sui quali questi non si sarebbe pronunciato, adempimento indispensabile per consentire a questa Corte di esercitare il richiesto sindacato di legittimità sulla denunciata eccedenza di pronuncia (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 317 del 11/01/2002; id. Sez. U., Sentenza n. 8077 del 22/05/2012; id. Sez. L, Sentenza n. 14561 del 17/08/2012; id. Sez. 2, Sentenza n. 17049 del 20/08/2015).

Dal secondo motivo di gravame (riprodotto a pag. 12 del ricorso) non si evince affatto che AGEA aveva sottoposto al Giudice di appello la questione relativa al “condizionamento” del pagamento del premio comunitario all’esito del procedimento penale, in relazione allo specifico profilo di censura dell’errore commesso asseritamente dal primo Giudice il quale aveva fondato la decisione sull’errato assunto della illegittima apposizione di detta clausola al procedimento di erogazione dell’aiuto, anzichè allo svincolo del deposito cauzionale.

Nel motivo di gravame, invece, si censura soltanto “l’errore prospettico” in cui sarebbe caduto il Tribunale, decidendo sulla ripetizione del contributo erogato per l’anno 1979, errore commesso nel riferire la sentenza di proscioglimento per amnistia – considerata quale evento risolutivamente condizionante la ripetizione del contributo comunitario – alla Campagna agraria dell’anno 1979 anzichè, come invece avrebbe dovuto, alla sola Campagna agraria relativa all’anno 1980.

I richiami, contenuti nel medesimo motivo di gravame, al distinto giudizio, definito con sentenza passata in giudicato, in esito al quale era stata rigettata la domanda di svincolo del deposito cauzionale proposta dai coniugi D. e G., non integrano alcuna specifica censura volta a far valere l’errore dedotto per la prima volta con il motivo di ricorso per cassazione in esame circa l’oggetto della controversia (pretesa avanzata dai coniugi per lo svincolo della cauzione; pretesa di AGEA di ripetere i contributi erogati), nè pongono in rilievo la erroneità della statuizione che aveva ritenuto illegittima la clausola convenzionale di subordinazione della definitività del contributo all’esito del procedimento penale, ma vengono valorizzati dall’appellante esclusivamente ai fini probatori, per dimostrare che, tanto dalla sentenza del Tribunale di Salerno n. 1553/2003 – confermata in appello e divenuta irrevocabile a seguito della pronuncia di questa Corte di cassazione n. 22280/2016 -, concernente il rigetto della domanda di svincolo, quanto dalla sentenza di proscioglimento resa nel procedimento penale, emergevano inconfutabili accertamenti della frode perpetrata dalla ditta G. ai fini della indebita percezione degli aiuti comunitari erogati da AIMA.

Orbene, tale essendo l’ambito della indagine devoluta con il motivo di impugnazione al Giudice di appello, questi non ha affatto esulato dal devoluto, ma ha esaminato tale motivo di gravame, da un lato, confermando la pronuncia di primo grado sull’assunto della illegittimità della discrezionalità amministrativa esercitata dall’ente erogatore nell'”avere condizionato sia pure consensualmente la definitività della erogazione del contributo all’esito degli accertamenti giudiziari penali all’epoca in corso”; dall’altro sostenendo la inutilizzabilità nel giudizio civile degli accertamenti in fatto e degli elementi probatori desunti dal procedimento penale.

Appare dunque evidente come l’eventuale errore in diritto che viene contestato al Giudice di merito, con il motivo di ricorso in esame, attiene ad altra tipologia di vizio di legittimità, delineata nell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, attenendo alla attività di giudizio ed alla applicazione della norma di diritto diretta a regolare il rapporto controverso, e non invece alla scorretta amministrazione delle regole del processo, trattandosi peraltro di censura estranea alla materia devoluta al Giudice del gravame.

Secondo motivo: violazione degli artt. 1321 e 1353 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Deduce la ricorrente il vizio in cui è incorso il Giudice di appello sotto il duplice profilo: a) di avere riferito la clausola condizionale al procedimento amministrativo di erogazione del contributo, anzichè alla stipula dell’atto di prestazione della garanzia a tutela, appunto, di eventuali danni subiti da AIMA in conseguenza della erogazione di aiuti successivamente risultati non dovuti; b) di avere violato il “principio di autonomia negoziale” delle parti, in quanto bene poteva agire l’ente pubblico erogatore anche nelle forme del diritto privato, e concordare con il soggetto beneficiario dell’aiuto specifiche prestazioni di garanzia.

Il motivo è fondato.

I Giudici di merito hanno statuito sulla base di una “informazione” (la clausola convenzionale interferiva nel procedimento amministrativo di erogazione del contributo) non corrispondente a quella rappresentata dai documenti dedotti in giudizio, atteso che, come risulta dalla descrizione del contenuto della garanzia fidejussoria compiuta nell’atto di citazione della ditta G. relativo al giudizio concernente lo svincolo della cauzione, definito con sentenza passata in giudicato (cfr. ricorso pag. 15 ove si indica che tale atto di citazione è stato depositato a doc. 2 allegato alla memoria ex art. 183 c.p.c., comma 5, in primo grado), era la durata della efficacia della garanzia ad essere subordinata all’esito del procedimento penale, e non anche il termine per la erogazione dell’aiuto.

Viene in rilievo pertanto un errore integrante il “travisamento della prova”, che implica, non una valutazione, ma una constatazione o accertamento che quella informazione probatoria utilizzata in sentenza, è contraddetta da uno specifico atto processuale (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 12362 del 24/05/2006; id. Sez. 1, Sentenza n. 10749 del 25/05/2015), in quanto l’errore denunciato non attiene alla valutazione della rilevanza probatoria del fatto storico – attinente al merito -, ma alla sua inesatta rilevazione, trattandosi di fatto che non è stato, in realtà oggetto di rappresentazione attraverso quel mezzo di prova, o meglio trattandosi di prova orale o scritta – avuto riguardo alla connessione tra le parole della scrittura; alle dichiarazioni verbali rese dal teste; ai dati indicati nella c.t.u. – che produce una “informazione” (tale da non consentire un significato alternativo del fatto dimostrato) diversa da quella che è stata utilizzata dal Giudice di merito, non avendola questi “riconosciuta” per quello che effettivamente è in realtà (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 433 del 22/01/1982; id. Sez. 1, Sentenza n. 10749 del 25/05/2015; id. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 28174 del 05/11/2018; id. Sez. 3 -, Sentenza n. 1163 del 21/01/2020). Ricorre tale ipotesi, pertanto, quando il ricorrente lamenta il vizio di travisamento delle risultanze processuali e chiede alla Corte di cassazione di esaminare l’atto specificamente indicato perchè si accerti che l’informazione probatoria riportata ed utilizzata dal giudice per fondare la decisione sia diversa ed inconciliabile con quella contenuta nell’atto e rappresentata nel ricorso o addirittura non esista nell’atto.

E nella specie risulta inequivoco l’errato trasferimento, nell’ambito del procedimento di erogazione dell’aiuto comunitario, della pattuizione di una clausola condizionale prevista, invece, per la durata di efficacia della garanzia e che veniva a ricollegare l’evento condizionante (esito del procedimento penale escludente la frode) all’effetto dello svincolo del deposito cauzionale.

Il motivo è, peraltro, fondato anche in relazione all’altra censura.

La circostanza che la disciplina del procedimento di erogazione dell’aiuto, peraltro neppure descritta nei suoi elementi tipizzanti dalla Corte di merito, debba essere definita come attività amministrativa vincolata nell'”an”, nel “quantum” e nel “quomodo”, con esclusione cioè di ambiti di discrezionalità amministrativa, non significa altro che l’interesse pubblico affidato alla cura della PA competente è stato già compiutamente valutato e considerato direttamente dalla legge, nel suo bilanciamento con altri interessi pubblici o privati con i quali potrebbe entrare in conflitto, venendo a ridursi l’attività procedimentale diretta alla attribuzione dell’aiuto comunitario, alla mera verifica della esistenza dei presupposti legali cui è ricollegata la insorgenza del diritto soggettivo di credito in capo al beneficiario. Orbene una tale caratteristica dell’attività demandata all’AIMA, da un lato, impone evidentemente – in assenza di espresse previsioni di decadenza stabilite dalla legge – di verificare la esistenza dei predetti presupposti: sicchè venuti meno gli stessi in conseguenza del successivo accertamento della truffa commessa in danno dell’AIMA dal beneficiario, l’ente non solo è facultato ma è anzi tenuto trattandosi di reato del quale lo Stato membro, affidatario della gestione delle risorse comunitarie, deve rispondere alla Unione Europea – a recuperare ex post l’importo indebitamente erogato; dall’altro, non esclude affatto la possibilità per l’ente pubblico erogatore di avvalersi anche degli strumenti del diritto privato, laddove il beneficiario sia disponibile ad accettare dilazioni temporali nella erogazione dell’aiuto, qualora sussistano seri e fondati dubbi di ipotesi di frode ai danni dello Stato, ossia seri e fondati dubbi della inesistenza dei presupposti legali di concessione dell’aiuto, come nel caso in cui risulti già iniziata l’azione penale contro lo stesso soggetto che abbia richiesto il pagamento del contributo. A tale conclusione deve pervenirsi avuto riguardo ai principi informatori della disciplina del procedimento amministrativo rinvenibili nella L. 7 agosto 1990, n. 241, recante “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi.”, essendo al proposito indicative le disposizioni di cui all’art. 1, commi 2 e 2 bis, che prevedono, rispettivamente, che “2. La pubblica amministrazione non può aggravare il procedimento se non per straordinarie e motivate esigenze imposte dallo svolgimento dell’istruttoria” e che “2-bis. I rapporti tra il cittadino e la pubblica amministrazione sono improntati ai principi della collaborazione e della buona fede”.

La determinazione consensuale (dunque non autoritativamente ed unilateralmente imposta) di una sospensione temporanea della erogazione dell’aiuto (che, ove sussistano i presupposti legali, spetta di diritto; ove, invece, tali presupposti non sussistano, non deve essere erogato) non incide affatto sulla disciplina legale della concessione dell’aiuto, come peraltro ammesso dalla stessa Corte territoriale laddove ha riconosciuto che la pattuizione non fosse “contra legem” ma soltanto “praeter legem”, venendo invece a modulare la esecuzione della prestazione attributiva del contributo comunitario, e così analogamente alla funzione svolta dalle norme secondarie di esecuzione che possono contenere disposizioni derivabili per via di interpretazione o di deduzione dalle norme primarie poste dalla legge, ovvero anche norme nuove (praeter legem) di carattere complementare o integrative, ma non mai “contra legem”, tali cioè da oltrepassare la necessità di dare esecuzione alla legge od essere addirittura contrarie alla legge medesima o ad altre leggi o ai principi generali dell’ordinamento giuridico.

Ne segue che è errata in diritto la equazione postulata dalla Corte territoriale per cui la clausola convenzionale “praeter legem” è per ciò stesso automaticamente affetta da nullità per contrasto con la norma di legge (che disciplina il procedimento amministrativo di erogazione dell’aiuto), venendo con ciò la Corte territoriale ad equiparare, illogicamente e contraddittoriamente, tale clausola a quella “contra legem”, nella fattispecie esclusa, tanto più dovendosi aggiungere che la clausola indicata (volta a subordinare l’aiuto alla esclusione dei fatti impeditivi al riconoscimento del diritto patrimoniale) non modifica affatto la struttura normativa del rapporto obbligatorio prefigurata dalla legge, e dunque non si pone in contrasto con il modello della fattispecie legale, atteso che si risolve nel ribadire e confermare ciò che la stessa legge prescrive, e cioè la necessità della verifica dei presupposti legali per la concessione del contributo, il cui accertamento, nel caso di specie, era stato avocato in sede di indagine penale.

Terzo motivo: violazione degli artt. 652 e 654 c.p.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

La ricorrente impugna la sentenza nella parte in cui è stata erroneamente affermata la “irrilevanza” nel processo civile, ai fini dell’accertamento della esclusione dei presupposti legali abilitanti la richiesta del contributo, degli accertamenti svolti nel corso delle indagini preliminari in sede penale, in quanto il procedimento era stato definito con sentenza di “non luogo a procedere” per intervenuta amnistia, e dunque la sentenza non poteva esplicare efficacia di giudicato.

Il motivo è fondato.

Sterminata è la consolidata giurisprudenza di questa Corte – del tutto ingiustificatamente trascurata dal Giudice di merito – secondo cui in tema di giudicato, la disposizione di cui all’art. 652 c.p.p., cosi come quelle degli artt. 651,653 e 654 c.p.p., costituisce un’eccezione al principio dell’autonomia e della separazione dei giudizi penale e civile e non è, pertanto, applicabile in via analogica oltre i casi espressamente previsti. Ne segue che, alle sentenze di non doversi procedere perchè il reato è estinto per prescrizione o amnistia, anche se emesse a seguito di dibattimento, non può riconoscersi alcuna efficacia di giudicato, sicchè, nel giudizio promosso contro l’imputato convenuto per ottenere le restituzioni ed il risarcimento del danno derivato dal reato, il Giudice civile deve interamente ed autonomamente rivalutare il fatto, a tal fine potendo tenere conto di tutti gli elementi di prova ritualmente acquisiti nel processo penale poi conclusosi con la detta sentenza penale di rito, e pur potendo ripercorrere lo stesso “iter” argomentativo del Giudice penale e giungere, quindi, alle medesime conclusioni (ex plurimis: Corte Cass. Sez. 1, Sentenza n. 5009 del 02/03/2009; id. Sez. U., Sentenza n. 12243 del 27/05/2009; id. Sez. U, Sentenza n. 1768 del 26/01/2011). Il Giudice civile può, infatti, legittimamente utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale definito con sentenza passata in cosa giudicata e fondare la decisione su elementi e circostanze già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede, procedendo a tal fine a diretto esame del contenuto del materiale probatorio, ovvero ricavando tali elementi e circostanze dalla sentenza, o se necessario, dagli atti del relativo processo, in modo da accertare esattamente i fatti materiali sottoponendoli al proprio vaglio critico (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 6478 del 25/03/2005; id. Sez. L, Sentenza n. 1095 del 18/01/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 15112 del 17/06/2013; id. Sez. 3 -, Sentenza n. 16893 del 25/06/2019): laddove l’ulteriore dictum delle massime tralatizie secondo cui il Giudice civile “non è obbligato a prendere in esame le risultanze del processo penale”, deve essere correttamente correlato – come peraltro emerge chiaramente dalle motivazioni dei precedenti richiamati – non certo ad una mera scelta arbitraria ma, da un lato, alla affermazione del principio per cui la formazione del libero convincimento del Giudice civile sul materiale probatorio, nel giudizio di risarcimento danni da reato, non può essere vincolata alle qualificazioni giuridiche nè alle valutazioni probatorie compiute dal Giudice penale, ma soltanto ai fatti materiali accertati nel procedimento penale; dall’altro, al principio per cui il Giudice civile non è tenuto a dare conto, in motivazione, del fatto di aver valutato analiticamente tutte le risultanze processuali, nè a confutare ogni singola argomentazione prospettata dalle parti, essendo, invece, sufficiente che egli, dopo averle vagliate nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il suo convincimento e l'”iter” logico seguito nella valutazione degli stessi per giungere alle proprie conclusioni, implicitamente disattendendo quelli morfologicamente incompatibili con la decisione adottata (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 14972 del 28/06/2006); altro essendo, evidentemente, l’insindacabile (se non nei ristretti limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) risultato finale della ponderazione delle risultanze istruttorie (ivi incluse quelle acquisite da atti del giudizio penale ritualmente prodotti nel giudizio civile), altro invece l’immotivato rifiuto “ex ante” di esaminare gli elementi probatori o gli accertamenti dei fatti materiali emergenti dal procedimento penale e risultanti dagli atti di quel procedimento, ritualmente prodotti nel giudizio civile.

Deve dunque riaffermarsi il principio di diritto secondo cui “il principio di autonomia e separazione dei giudizi penale e civile, operante al di fuori delle ipotesi di cui agli artt. 651,651 bis e 654 c.p.p., esclude l’obbligo per il giudice civile di esaminare e valutare le prove e le risultanze acquisite nel processo penale, ma non giustifica, da parte di questi, la totale omessa considerazione delle argomentazioni difensive, che si fondino sulle prove assunte nel processo penale o sulla motivazione della sentenza penale attinente alla stessa vicenda oggetto di cognizione nel processo civile” (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 1665 del 29/01/2016).

Deve in conseguenza essere stigmatizzata e cassata la statuizione della Corte territoriale, manifestamente errata in diritto, secondo cui gli accertamenti dei fatti storici compiuti nel procedimento penale definito con pronuncia di amnistia, e gli elementi di prova acquisiti in quello stesso procedimento debbono considerarsi irrilevanti nel giudizio civile perchè la sentenza penale in rito non produce effetti di giudicato extrapenale.

L’accoglimento del secondo e terzo motivo determinano l’assorbimento dell’esame del quarto motivo con il quale la ricorrente veniva a lamentare, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la omessa considerazione di fatti storici decisivi, convergenti alla dimostrazione della truffa perpetrata ai danni dello Stato con l’indebita percezione del contributo comunitario relativo alla Campagna agraria 1979-1980, risultanti dagli atti del procedimento penale (sentenza del GIP; perizie tecniche svolte nel corso delle indagini preliminari) del tutto pretermessi dalla Corte territoriale in conseguenza della statuizione, riconosciuta affetta dal vizio di legittimità, denunciato con il precedente motivo di ricorso.

In conclusione il ricorso deve essere accolto (inammissibile il primo motivo; fondati il secondo e terzo; assorbito il quarto); la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio della causa avanti alla Corte d’appello di Salerno in differente composizione, che provvederà anche a liquidare le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il secondo e terzo motivo di ricorso; dichiara inammissibile il primo motivo e dichiara assorbito il quarto motivo di ricorso; cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti; rinvia alla Corte di appello di Salerno in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 14 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 dicembre 2020

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