Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28264 del 15/10/2021

Cassazione civile sez. trib., 15/10/2021, (ud. 31/05/2021, dep. 15/10/2021), n.28264

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – Consigliere –

Dott. PEPE Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 10473/2018 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F.: (OMISSIS)), in persona del Direttore

pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello

Stato (C.F.: (OMISSIS)), presso i cui uffici in Roma, Via dei

Portoghesi 12, è domiciliata;

– ricorrente –

Contro

RETE RINNNOVABILE S.r.l., in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentato e difeso dagli Avv. Giuseppe Russo Corvace,

Marco Emma e Laura Trimarchi ed elettivamente domiciliata presso il

loro studio in Roma, Via della Scrofa n. 57;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5771/5/17 della Commissione tributaria

Regionale del Lazio, depositata il 05/10/2017;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 31/5/2021 dal

Consigliere Dott. Stefano Pepe.

 

Fatto

RITENUTO

Che:

1. La Commissione tributaria regionale (CTR) del Lazio, con sentenza n. 5771/5/17, depositata il 05/10/2017, dichiarava inammissibile l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate e, per l’effetto, confermava la sentenza di primo grado che aveva accolto il ricorso proposto da Rete Rinnovabile S.r.l. avverso l’avviso di liquidazione con il quale l’Ufficio finanziario aveva riqualificato, D.P.R. n. 131 del 1986, ex art. 20 il contratto di affitto stipulato tra la contribuente e Terna Rete Elettrica Nazionale Spa in contratto di concessione del diritto di superficie per la costruzione di un impianto fotovoltaico, per mancata motivazione.

2. Avverso tale sentenza l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo.

3. La contribuente ha depositato controricorso.

4. In prossimità della camera di consiglio la contribuente ha deposito memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. L’Agenzia delle entrate deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza e del procedimento per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53.

La ricorrente lamenta che la CTR, nel dichiarare inammissibile l’appello in quanto non censurava il decisum della sentenza di primo grado afferente all’assenza di motivazione dell’avviso di liquidazione impugnato, ha violato la norma indicata per non aver correttamente inteso l’impugnazione, laddove con essa si ribadivano le ragioni poste a fondamento dell’avviso di liquidazione impugnato e, in particolare, sulla base dei criteri interpretativi, D.P.R. n. 131 del 1986, ex art. 20 si rilevava che il contratto sottoposto a tassazione dove qualificarsi quale cessione di diritto di superficie diversamente da quello di affitto indicato dalla parti.

2. In via preliminare deve essere respinta l’eccezione di intervenuto giudicato esterno proposta dalla contribuente in sede di memoria, assumendo sul punto rilievo la circostanza che rispetto alle richiamate sentenze emesse dalla CTR tra le medesime parti, non è possibile evincere l’identità del contratto oggetto di quest’ultime con quello posto a fondamento del presente scrutinio non potendo, peraltro, la qualificazione giuridica operata dalla CTR essere oggetto di giudicato.

3. Nel merito il motivo di ricorso non è fondato.

Il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53 (Forma dell’appello) sottopone alla sanzione della inammissibilità l’appello che non contiene l’indicazione della commissione tributaria a cui è diretto, dell’appellante e delle altre parti nei cui confronti è proposto, gli estremi della sentenza impugnata, l’esposizione sommaria dei fatti, l’oggetto della domanda ed i motivi specifici dell’impugnazione.

Con riferimento a tale disposizione questa Corte (Cass. n. 32954 del 20/12/2018 Rv. 652142 – 01) ha affermato che “Nel processo tributario la riproposizione a supporto dell’appello delle ragioni inizialmente poste a fondamento dell’impugnazione del provvedimento impositivo (per il contribuente) ovvero della dedotta legittimità dell’accertamento (per l’Amministrazione finanziaria), in contrapposizione alle argomentazioni adottate dal giudice di primo grado, assolve l’onere di impugnazione specifica imposto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53 quando il dissenso investa la decisione nella sua interezza e, comunque, ove dall’atto di gravame, interpretato nel suo complesso, le ragioni di censura siano ricavabili, seppur per implicito, in termini inequivoci”.

L’Agenzia delle entrate fonda il proprio ricorso su tale principio e sul consolidato orientamento di questa Corte (Cass. n. 24641. del 05/10/2018 Rv. 650818 – 01) secondo cui l’Amministrazione appellante può ribadire in sede di appello le stesse motivazioni poste a sostegno del proprio operato come già dedotto in primo grado, in quanto ritenute idonee a sostenere la legittimità dell’avviso di liquidazione annullato essendo in tal modo assolto l’onere di impugnazione specifica di cui all’art. 53 cit., atteso il carattere devolutivo pieno dell’appello che è un mezzo impugnazione non limitato al controllo di vizi specifici della sentenza di primo grado, ma rivolto ad ottenere il riesame della causa nel merito.

Rispetto a tali principi va osservato che nel caso di specie, per come si evince dalla sentenza emessa dalla CTR, risulta che l’odierna ricorrente ha proposto appello avverso la sentenza di primo grado sul rilievo della legittima riqualificazione dell’atto sottoposto a registrazione da parte della contribuente ex art. 20 cit.; appello che, però, trova ragione in una sentenza di primo grado che ha affermato la carenza di motivazione dell’atto impositivo e, dunque, la sua illegittimità “perché nulla dice in ordine alle ragioni per le quali si ritiene di riqualificare l’atto” (cfr. pag 3 del ricorso). In particolare, la CTR, in accoglimento dell’eccezione proposta dalla parte appellata, ha dichiarato inammissibile l’appello per l’assenza di specifica impugnazione su tale decisum da parte dell’Amministrazione finanziaria.

Per come riportato nello stesso ricorso, infatti, l’Agenzia delle entrate con l’atto di appello ha ribadito la correttezza del proprio operato in sede di riqualificazione del contratto intervenuto tra le parti, riproponendo le argomentazioni difensive svolte nel corso del giudizio di primo grado, senza nulla eccepire in ordine alla statuizione di primo grado con la quale si era affermata la mancata motivazione del conseguente atto impositivo e, dunque, la sua illegittimità.

In particolare, per come emerge dagli atti (sentenza della CTR e controricorso pag 3) la sentenza di primo grado ha accolto il motivo preliminare del ricorso della contribuente e, senza esaminare il merito della controversia, ha affermato l’illegittimità dell’avviso “perché del tutto carente di motivazione”.

Risulta, dunque, evidente, che a fronte di un giudizio avente ad oggetto il mancato assolvimento da parte dell’Amministrazione finanziaria dell’obbligo di motivazione dell’atto impositivo, quest’ultima abbia, nell’erronea individuazione del decisum, proposto in sede di appello censure afferenti al merito della controversia estranee a quest’ultimo e afferenti alla presunta corretta interpretazione, ex art. 20 cit., del contratto sottoscritto dalla contribuente.

La ricorrente ha, dunque, esattamente inteso la portata dell’art. 53 cit. anche alla luce della riportata giurisprudenza di legittimità, ma non ne ha fatto una corretta applicazione al caso di specie, in quanto Amministrazione finanziaria ben si può limitare a ribadire ed a riproporre in appello le stesse ragioni ed argomentazioni poste a sostegno della legittimità del proprio operato già dedotte in primo grado, così assolvendo l’onere d’impugnazione specifica richiesto dall’art. 53 cit., ma ciò deve tener conto che nella fattispecie il giudice di primo grado non aveva affrontato il merito della pretesa erariale, limitandosi al preliminare rilievo della omessa motivazione dell’atto impositivo.

4. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

Rilevato che risulta soccombente parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica il D.P.R. n. 30 maggio 2012, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte:

Rigetta il ricorso.

condanna l’Agenzia delle entrate alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità in favore della contribuente, che liquida in complessivi Euro 4.500,00 per compensi professionali e Euro 200,00 per esborsi oltre rimborso forfettario delle spese generali nella misura del 15% e altri accessori di legge se dovuti.

Così deciso in Roma, mediante collegamento da remoto, ai sensi del D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 9, conv. con modif. dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, il 31 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 ottobre 2021

 

 

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