Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28249 del 04/11/2019

Cassazione civile sez. VI, 04/11/2019, (ud. 09/07/2019, dep. 04/11/2019), n.28249

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – rel. Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25641-2018 proposto da:

R.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA A. FARNESE 7,

presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO BERLIRI, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato MAURO BUSSANI;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI CALCO, in persona del Sindaco legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato ROBERTO ROTA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 442/12/2018 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della LOMBARDIA, depositata l’01/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/07/2019 dal Consigliere Relatore Dott. ESPOSITO

ANTONIO FRANCESCO.

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza n. 442/2018 del 1 febbraio 2018, la Commissione tributaria regionale della Lombardia confermava la decisione della Commissione tributaria provinciale di Lecco che aveva respinto il ricorso proposto da R.A. contro l’avviso di accertamento per infedele denuncia ed irrogazione di sanzioni, con il quale il Comune di Calco, ai fini Tarsu in relazione all’anno 2010, aveva contestato alla contribuente la maggiore superficie tassabile (mq 154) a fronte di quella dichiarata (mq 84), liquidando la maggiore imposta ed irrogando la relativa sanzione. La CTR, in particolare, riteneva reiterabile la sanzione per infedele dichiarazione anche per gli anni successivi a quello in cui era stata accertata la violazione (2009); confermava la determinazione della superficie abitativa operata dal Comune di Calco, rilevando che la contribuente: “si limita a richiamare le misure (127 mq) indicate nella dichiarazione iniziale, ma non precisa le modalità di calcolo di detta superficie, nè evidenzia eventuali errori e/o inesattezze nelle misurazioni determinate dal Comune di Calco, il quale, come ben evidenziato anche dai Primi Giudici, ha provveduto a verificare la superficie dell’immobile previo incrocio fra i dati in suo possesso e le risultanze catastali”.

Avverso la suddetta sentenza, con atto del 31 luglio 2018, la contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi.

Resiste con controricorso il Comune di Calco.

Sulla proposta del relatore ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. risulta regolarmente costituito il contraddittorio camerale. La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo la ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, artt. 70,72 e 76, per avere la CTR ritenuto reiterabile la sanzione per infedele dichiarazione anche negli anni successivi a quello di accertamento della violazione.

La censura è infondata.

Questa Corte ha affermato che “In tema di tassa sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, il D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507 consente al contribuente di limitarsi a denunciare le sole variazioni intervenute successivamente alla presentazione della dichiarazione originaria, senza dover rinnovare la propria dichiarazione anno per anno; posto, però, che ad ogni anno solare corrisponde una obbligazione tributaria, qualora la denunzia sia stata incompleta, infedele oppure omessa, l’obbligo di formularla si rinnova di anno in anno, con la conseguenza che l’inottemperanza a tale obbligo, sanzionata dal citato D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 76, comporta l’applicazione della sanzione anche per gli anni successivi al primo; d’altro canto, la protratta inottemperanza all’obbligo di presentare la denuncia non provoca la decadenza, per decorso del tempo, del potere del comune di accertare le superfici non dichiarate che continuino ad essere occupate o detenute, ovvero gli altri elementi costituenti il presupposto della tassa” (Cass. n. 18122 del 2009; nello stesso senso, Cass. n. 10796 del 2010, Cass. n. 6950 del 2014, Cass. n. 31749 del 2018, Cass. n. 13486 del 2019).

In particolare, Cass. n. 10796 del 2010, nel rilevare che l’affermazione contenuta nella decisione impugnata – secondo cui “essendo stata accertata, per gli anni 1989, 1990 e 1991, una maggiore superficie rispetto a quella già denunciata, nessuna ulteriore denuncia doveva essere prodotta negli anni successivi, e, pertanto, nessuna sanzione era ed è dovuta” – si poneva in contrasto con la consolidata giurisprudenza di legittimità, ha osservato “come il riferimento ad avvisi di accertamento relativi ad altre annualità non elida la sussistenza della violazione, reiterata anno per anno, dell’obbligo di presentare una nuova dichiarazione in relazione alla maggiore superficie”.

La sentenza impugnata, ritenendo reiterabile la sanzione per infedele dichiarazione anche per gli anni successivi a quello in cui è stata accertata la violazione, si è quindi conformata ai richiamati principi giurisprudenziali.

Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., per non aver la CTR posto a carico del Comune di Calco l’onere della prova circa la pretesa di tassazione di una maggiore superficie rispetto a quella dichiarata.

Il motivo è infondato.

Va, al riguardo, osservato come la CTR, con accertamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, abbia rilevato che il Comune di Calco aveva “provveduto a verificare la superficie dell’immobile previo incrocio fra i dati in suo possesso e le risultanze catastali”. Del resto, dalla documentazione prodotta dalla stessa contribuente in sede di gravame (All. 12 dell’atto di appello, riprodotto sub All. E con il ricorso per cassazione) emerge che la metratura complessiva dell’immobile è persino superiore a quella sottoposta a tassazione.

Con il terzo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c., per non essersi la CTR pronunciata sulla domanda di nullità dell’avviso di accertamento per difetto di motivazione, reiterata in grado di appello.

La censura è infondata.

Va ribadito che:

– “Non è configurabile il vizio di omessa pronuncia quando una domanda, pur non espressamente esaminata, debba ritenersi anche con pronuncia implicita – rigettata perchè indissolubilmente avvinta ad altra domanda, che ne costituisce il presupposto e il necessario antecedente logico – giuridico, decisa e rigettata dal giudice” (Cass. n. 17580 del 2014);

– “Ad integrare gli estremi del vizio di omessa pronuncia non basta la mancanza di un’espressa statuizione del giudice, ma è necessario che sia stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto: ciò non si verifica quando la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione, dovendo ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminato risulti incompatibile con l’impostazione logico-giuridica della pronuncia” (Cass. 29191 del 2017; in senso conforme, Cass. n. 16170 del 2019).

Nella specie, la CTR ha esaminato la fondatezza delle ragioni della pretesa tributaria incorporata nell’avviso di accertamento, configurandosi così una statuizione implicita di rigetto della censura afferente il difetto di motivazione dell’atto impugnato, indissolubilmente avvinta alla domanda concernente il merito della pretesa fiscale.

Con il quarto motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 74, per non avere la CTR rilevato d’ufficio la nullità dell’avviso di accertamento per difetto di sottoscrizione autografa.

La censura è inammissibile, atteso che, in tema di contenzioso tributario, è inammissibile il motivo del ricorso per cassazione con cui si denunci un vizio dell’atto impugnato diverso da quelli originariamente allegati, censurando, altresì, l’omesso rilievo d’ufficio della nullità, atteso che nel giudizio tributario, in conseguenza della sua struttura impugnatoria, opera il principio generale di conversione dei motivi di nullità dell’atto tributario in motivi di gravame, sicchè l’invalidità non può essere rilevata di ufficio, nè può essere fatta valere per la prima volta in sede di legittimità (cfr. Cass. n. 12313 del 2018, Cass. n. 22803 e n. 22810 del 2015).

Alla stregua delle superiori considerazioni, idonee a superare i rilievi difensivi svolti dalla ricorrente anche in memoria, il ricorso deve essere rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 300,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2019.

Depositato in cancelleria il 4 novembre 2019

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