Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28242 del 18/12/2013


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 28242 Anno 2013
Presidente: CAPPABIANCA AURELIO
Relatore: DI IASI CAMILLA

SENTENZA

sul ricorso 24223-2009 proposto da:
BINI SERGIO, elettivamente domiciliato in ROMA VIA
DEGLI SCIPIONI 268-A, presso lo studio dell’avvocato
FRATTARELLI PIERO, rappresentato e difeso
dall’avvocato TURCHETTA CARLO giusta delega a
margine;
– ricorrente –

2013
2812

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

Data pubblicazione: 18/12/2013

- controricorrente nonchè contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI ALBENGA;

intimato –

avverso la sentenza n. 79/2008 della COMM.TRIB.REG.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 10/10/2013 dal Consigliere Dott. CAMILLA
DI IASI;
udito per il controricorrente l’Avvocato LA GRECA che
si riporta;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. FEDERICO SORRENTINO che ha concluso
per il rigetto del ricorso.

di GENOVA, depositata il 03/10/2008;

Ragioni della decisione
1. Sergio Bini propone, nei confronti dell’Agenzia delle Entrate (che resiste con controricorso),
ricorso per cassazione avverso la sentenza n. 79 pronunciata il 10 settembre 2008 con la quale, in
controversia concernente impugnazione di avviso di accertamento per Irpef e SSN relativo all’anno
di imposta 1996, la C.T.R. Liguria, a parziale modifica della sentenza di primo grado, riduceva a £
400.000.000 il reddito di impresa accertato con metodo induttivo perché l’Ufficio non aveva
considerato le spese fisse di gestione e perché la ricarica del 50,6% operata sulla totalità dei costi

condizionato dalla grande distribuzione, nonché del fatto che la ditta era al primo anno di attività.
I giudici della C.T.R. confermavano invece la sentenza di primo grado nella parte in cui i primi
giudici avevano ritenuto nella specie applicabile la proroga biennale di cui all’art. 10 1. 289/2002,
con conseguente esclusione della decadenza dal potere di accertamento.
2. Col primo motivo, deducendo violazione dell’art. 41 comma 2 d.p.r. 600/1973, il ricorrente, pur
ammettendo la legittimità del metodo induttivo utilizzato dall’Ufficio, rileva che nella specie il fatto
noto da cui desumere il fatto ignoto (volume d’affari complessivo) non poteva essere rappresentato
sic et simpliciter dalla percentuale di ricarico utilizzata da un’impresa esercente la medesima attività
nella medesima zona, senza considerare, ad esempio, che l’impresa di che trattasi aveva appena
iniziato la propria attività.
La censura è inammissibile perché non trova riscontro in una corrispondente statuizione della
sentenza impugnata ed è quindi (e innanzitutto) carente di interesse: i giudici di appello hanno
infatti espressamente escluso che potesse nella specie applicarsi sic et simpliciter la percentuale di
ricarico utilizzata dall’Ufficio per una serie di considerazioni tra le quali proprio il fatto che la ditta
era al primo anno di attività ed in ragione di ciò hanno ridotto il reddito di impresa accertato.
Col secondo motivo, deducendo vizio di motivazione, il ricorrente si duole del fatto che i giudici di
appello abbiano ridotto il reddito di impresa accertato senza esplicitare il percorso logico che aveva
portato a quella conclusione.
La censura è inammissibile innanzitutto per carenza di interesse, posto che il ricorrente non si duole
del fatto che i giudici d’appello abbiano ridotto il credito accertato meno di quanto avrebbero
potuto se avessero considerato fatti decisivi la cui considerazione risulti in ipotesi omessa nella
relativa motivazione, ma si duole genericamente del fatto che la riduzione del reddito accertato sia
intervenuta (asseritamente) senza esplicitazione del percorso logico seguito. E’ poi appena il caso di
evidenziare che il motivo sarebbe in ogni caso inammissibile per mancanza della indicazione
prevista dalla seconda parte dell’art. 366 bis c.p.c. (applicabile ratione temporis), a norma del quale
il motivo di censura ex art. 360 n. 5 c.p.c. deve contenere una indicazione che, pur libera da rigidità
formali, si deve concretizzare nella esposizione chiara e sintetica del fatto controverso e decisivo in

era da ritenersi eccessiva per omessa considerazione delle difficoltà del mercato, sempre più

relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, essendo peraltro da
evidenziare che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, l’onere di indicare
chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è viziata deve essere adempiuto
non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, al termine di esso,
una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un “quid pluris” rispetto all’illustrazione del
motivo e consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (v. cass.
8897 del 2008).

“punto” o una questione ma) un fatto preciso, inteso sia in senso naturalistico che normativo, ossia
un fatto “principale” o eventualmente anche “secondario”, purchè controverso e decisivo, e che
nella specie manca l’individuazione di un fatto preciso rispetto al quale la motivazione risulti viziata
nonchè l’evidenziazione della carattere decisivo e della natura controversa del medesimo.
Col terzo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 10 1. n. 289 del 2002, il
ricorrente si duole del fatto che i giudici d’appello, nel ritenere che non sia intervenuta decadenza
dell’ente impositore dal proprio potere di accertamento per essere stato il relativo termine prorogato
di due anni, non avrebbero considerato che il contribuente per l’anno in questione non aveva la
possibilità di fruire delle sanatorie di cui agli artt. 7, 8 e 9 1. 289/2002. La censura, prescindendo da
ogni altra possibile considerazione, è innanzitutto inammissibile per inadeguatezza del quesito di
diritto, posto che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, la funzione propria del
quesito di diritto è di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso
come sintesi logico-giuridica della questione, quale sia l’errore di diritto asseritamente compiuto dal
giudice di merito e quale, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare, con la
conseguenza che deve ritenersi inammissibile il motivo che (come nella specie) si concluda con un
quesito assolutamente astratto in quanto privo di ogni specificità in relazione alla concreta
controversia e la cui formulazione risulti del tutto inidonea ad esprimere la rilevanza della decisione

E’ inoltre da sottolineare che l’indicazione de qua deve sempre avere ad oggetto (non più un

del motivo ai fini della soluzione della controversia suddetta (v. tra molte altre cass. n. 7197 del
2009 e n. 8463 del 2009, nonché SU n. 7257 del 2007 e SU n. 7433 del 2009).

Il ricorso deve essere pertanto rigettato. Le spese seguono la soccombenza.
PQM
Rigetta il ricorso e condanna il soccombente alle spese del presente giudizio di legittimità che
liquida in € 12.000,00 oltre eventuali spese prenotate a debito.
Roma 10.10.2013

A

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